Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

STORIE DI CALCIO

Vittorio Pozzo: l’alpino che vinceva i mondiali

Un breve ricordo in occasione del 135° anno dalla nascita dell’allenatore più vincente del calcio italiano

di Giovanni Gaudiano

Il 2 marzo del 1886 nasceva a Torino Vittorio Pozzo. Sono trascorsi 135 anni da quella data così importante per la storia del calcio italiano e non ci sono state particolari manifestazioni di ricordo del commissario tecnico più vincente nella storia del calcio italiano.
Anche la carta stampata, in larga parte, ha mandato nel dimenticatoio il ricordo di una stagione calcistica azzurra felice a dispetto di quello che accadeva nel paese che l’ideologia fascista portò alla distruzione con la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale.
L’Italia di Pozzo s’impose nelle due edizioni consecutive dei mondiali del 1934 e del 1938, e poi Pozzo fu capace di allestire una squadra di valenti universitari che andò ad imporsi nel torneo olimpico del 1936 di Berlino.
Si fosse giocato il mondiale del 1942, forse l’alpino piemontese avrebbe colto il terzo successo consecutivo spazzando via le discussioni che si accesero nel dopoguerra sulla sua adesione al partito nazionale fascista.
Se oggi ci si è un po’ colpevolmente dimenticati di lui, va detto che anche la battaglia condotta dagli anni 60 in poi dal figlio Alberto sostenuto da giornalisti, uomini di cultura per intitolargli lo stadio di Torino non ha trovato una soluzione stabile.
Ci sono due stadi in tutta Italia che sono stati intitolati a Vittorio Pozzo: uno a Biella, terra che lo rivendica da sempre come un suo figlio, dove nell’ambito del complesso sportivo intitolato al generale Alessandro La Marmora, altro torinese, lo stadio per il calcio è dedicato al commissario tecnico azzurro; un altro a Boscoreale che va avanti da anni tra chiusure e riaperture, lavori da eseguire e gestioni a cui affidarlo per mettere una parola fine sull’utilizzo di un impianto che sarebbe molto importante per il centro vesuviano.
Torniamo a parlare però di Vittorio Pozzo.
Come si diceva, qualcuno pensò di affibbiargli l’etichetta di gerarca. Lo fece, strano a dirsi, uno come Mario Monicelli durante un’intervista inserita in uno splendido documentario dedicato all’allenatore della nazionale. Fu prontamente smentito dal giornalista Antonio Ghirelli che disse: «Pozzo era un conservatore, più che un fascista era un nazionalista.

Direi che se fosse nato 50 anni prima sarebbe stato un grande esponente della destra storica».
Intervennero sull’argomento anche gli ex partigiani che mostrarono un documento redatto dal CNL in cui si riconosceva a Vittorio Pozzo di aver fatto parte della resistenza.
Monicelli aveva le sue buone ragioni per avercela con gli uomini vestiti in orbace, ma faceva confusione parlando di Pozzo.
Giorgio Bocca in un suo articolo su La Repubblica del 2006 ebbe a dire: «Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti».
La realtà ci racconta di un Vittorio Pozzo autorevole con i suoi uomini ma mai autoritario. Critico con se stesso sempre al punto di dire: «Ero disposto a qualunque rinuncia, pur di ottenere il gioco di squadra».
La nazionale azzurra di quegli anni mostrava al mondo la capacità italiana di padroneggiare un gioco grazie soprattutto alla qualità che i singoli mettevano a disposizione della squadra. Il grande lavoro fatto dall’allenatore era quello di saper assemblare ed equilibrare la squadra e poi quello di intrattenere con tutti i suoi uomini un rapporto personale che gli consentiva di conoscerne a fondo le problematiche della vita di tutti i giorni, che era la base per cercare di infondere tranquillità ad un gruppo che in campo doveva pensare, muoversi, comportarsi come una persona sola.
Questo risultato Vittorio Pozzo lo ottenne per lunghi anni perché non vanno dimenticate le affermazioni della nazionale azzurra nella Coppa Internazionale, una manifestazione paragonabile per certi versi al campionato europeo degli anni che seguiranno.
Per tornare alla visione non riflessiva di Mario Monicelli, vale la pena ricordare ancora alcune sue parole alle quali fece da contrappunto una volta di più Antonio Ghirelli.
«Io ero ragazzo – ha raccontato Monicelli – ma insieme ai miei amici eravamo esaltati dal fatto che avevamo vinto il campionato del mondo, però al tempo stesso eravamo perplessi perché questi grandi giocatori della nazionale alla fine per i 4/5/6 undicesimi erano composti dai cosiddetti oriundi, che non erano italiani ma argentini. Il mezzo di informazione era allora la radio, che era molto seguita. Le radiocronache eccitavano forse molto più di quanto faccia oggi la televisione perché questi radiocronisti dell’epoca erano anche molto bravi. Veramente popolare all’epoca era il ciclismo, non il calcio. Il ciclismo era lo sport delle masse a partire dai contadini. Il calcio era già un po’ più su, bisognava conoscere certe regole, bisognava saperle interpretare, conoscere certi giocatori, le squadre, etc. Il ciclismo era più semplice, chi andava più veloce arrivava primo e buonanotte».

Anche questa volta il grande giornalista napoletano seppe rispondere per le rime al regista: «È una sciocchezza. Pozzo ha vinto con un paio di oriundi e poi nel 1938 e nel 36 a Berlino non ha vinto con gli oriundi. Lui vinceva grazie a questo suo straordinario carisma che aveva».
Le diatribe sono il sale della vita e poi nel caso dello sport e del calcio sono all’ordine del giorno.
Sulla questione è intervenuto anche Sandro Mazzola che ebbe a dire: «Io credo da quello che ho sentito dagli allenatori che ho avuto, Valcareggi, Fabbri, e da giocatori come Lorenzi e Boniperti che Pozzo per quell’epoca fosse un innovatore. Adesso noi sentiamo parlare del club Italia, che è una cosa portata avanti da Sacchi, ma credo che lui sia stato il primo a creare il club Italia».
La testimonianza di Mazzola rivela come Vittorio Pozzo fosse un innovatore, un grande organizzatore, un grande gestore delle risorse che doveva utilizzare, un uomo avanti nel tempo.
In questo senso che a Rovetta, ritiro della nazionale del ’34, la posta diretta ai giocatori gli venisse recapitata e che poi lui provvedesse a distribuirla non era un’operazione da gerarca ma un modo per guardare in faccia i suoi uomini al ricevimento delle missive a loro dirette, valutandone le reazioni dall’intensità del profumo che le lettere stesse emanavano anche per quelli regolarmente sposati.
Pozzo prima di diventare l’allenatore, il selezionatore che la storia ci ha consegnato era stato uno studente applicato, un giramondo curioso, un poliglotta ante litteram, un alpino rispettoso della montagna e poi un uomo colpito dalla sorte avversa per la prematura scomparsa della moglie, un padre attento per la sua famiglia intendendo anche quella allargata che gli comporterà lo strazio e il dolore di dover riconoscere i suoi ragazzi periti a Superga, unico in grado di farlo.
Anche in questo caso ci viene in soccorso Antonio Ghirelli, che ha raccontato: «Lui piangeva quando li ha dovuti riconoscere. Era un uomo che non aveva nemmeno immaginato che potesse piangere mai nella vita e quella volta ha pianto». In questo caso gli fece eco nel summenzionato documentario il figlio Alberto Pozzo: «Mio padre venne incaricato dell’orazione ufficiale. Di ognuno declarò l’albo d’oro, quante volte in nazionale, quante volte campione d’Italia. Ad un certo punto disse la frase che mi è rimasta impressa: «Non vedremo più sbucare dal sottopassaggio il ciuffo volitivo di capitan Valentino».

pubblicato su Napoli numero 35 del 13 aprile 2021

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Lucio Pellegrini al centro con Vincenzo Nemolato a sinistra ed Eduardo Scarpetta a destra

IL REGISTA

Lucio Pellegrini: il mio Carosone

Il regista ha raccolto la sfida del suo primo film in costume e musicale perché dedicato ad un personaggio a lui caro

di Giovanni Gaudiano

Ph. di Andrea Pirrello

Forse Renato Carosone non ha mai pensato che un giorno qualcuno gli avrebbe dedicato un film e neanche che l’amico Federico Vacalebre avrebbe scritto la sua autobiografia e che addirittura l’avrebbe aggiornata per l’anniversario dei cento anni dalla nascita.
Non sappiamo con certezza se s’aspettasse magari di essere ricordato dopo tanti anni (circa 73) dalla sera in cui nel lontano 1948 allo Shaker Club, di via Nazario Sauro di proprietà della famiglia Rosolino, iniziò l’avventura con il trio formato con Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood.
Qualche sentore l’avrà avuto Renato quando al suo rientro dopo quasi 16 anni dal ritiro l’accoglienza fu a dir poco trionfale. Ci volle tutta la determinazione di Sergio Bernardini per convincerlo ma poi arrivò il sì.
A questo punto, se poi gli si potesse far sapere che il regista del film a lui dedicato è un piemontese, cosa direbbe?
Forse risponderebbe alla sua maniera: “Che t’aggia di’”, ed ancora “Pigliate ‘na pastiglia”. Poi però basterebbe farlo chiacchierare per 10’ con Lucio Pellegrini ed il suo volto s’aprirebbe al suo proverbiale sorriso.
È vero, Pellegrini è nato ad Asti ma guarda caso è amico di Stefano Bollani, di Paolo Conte, ama la musica italiana e poi conosce Napoli, ne conosce la forza creativa, la sincerità, la disponibilità ed il buonumore raramente offuscato da inevitabili momenti di malinconia. Ed allora anche il maestro Carosone plauderebbe all’iniziativa, con la convinzione che magari un napoletano guardato, studiato, considerato da un altro punto di vista sarebbe pittato come si usa dire dalle nostre parti.
Ed allora parliamone a tutto tondo con Lucio Pellegrini, una persona amabile, aperta, capace e come si diceva una volta brava.

L’impegno, la responsabilità di dirigere un film che impatta con fatti conosciuti, storici, biografie presenta più o meno difficoltà rispetto ad una storia che il pubblico scoprirà guardandolo?

«La responsabilità è maggiore anche se si racconta, come in questo caso, di un personaggio lontano nel tempo ma molto conosciuto ed amato. Va tenuto in conto che l’intenzione di fare un film, non un documentario, porta il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi a cercare di reinterpretare il personaggio mostrando una forma di amore e di rispetto per il personaggio. Nel caso di Carosone, che è amatissimo, conoscendo meglio la sua storia, la sua famiglia, quello che ha fatto e i suoi luoghi, lo amiamo ancora di più. È importante che questa passione poi nel film si colga».

In America i lavori cinematografici sul mondo dello spettacolo, soprattutto quello musicale, sono molto ricorrenti. In Italia nonostante la nostra grande tradizione musicale mi sembra un po’ meno. C’è una ragione particolare? Forse siamo più fantasiosi e per questo abbiamo più piacere a scoprire e raccontare storie inedite?

«Credo che qualcosa sia stato fatto anche qui da noi. Certo abbiamo nella nostra tradizione la tendenza a raccontare altri fatti della nostra storia rispetto a quelli del mondo dello spettacolo. Credo anche che siano un po’ più difficili da raccontare le storie del mondo dello spettacolo perché occorre un lavoro di reinterpretazione, di studio, di visualizzazione molto preciso e si lavora su un immaginario che negli spettatori è già presente, anche se magari sotto forma di ricordo lontano. È più complicato ma è anche una sfida più affascinante per chi fa il mio lavoro. Sino ad ora non mi era mai successo ma aspettavo un’occasione simile e sono felice di averla avuta».

Al di là del fatto che siete molto controllati, quanto è stato complicato dirigere un film con tanti personaggi, tanto contorno, tanto movimento in un momento come questo?

«È stato molto complicato, anche se il protocollo molto preciso che abbiamo ci consente di lavorare in grande sicurezza. Raccontare una storia che è ambientata in tre continenti, partendo dall’Eritrea, passando per New York e arrivando a Napoli e Milano, ha prodotto dei condizionamenti. Abbiamo lavorato molto anche con effetti digitali e quello che non abbiamo potuto realizzare dal vivo abbiamo provato a realizzarlo con l’immaginazione e spero che non si veda molto la differenza».

Entriamo nel merito del film. Quanto conoscevi Carosone prima che le affidassero questa regia?

«Lo conoscevo benissimo. Vengo dal nord e sono molto amante della musica italiana. Carosone è un caposaldo, un punto di riferimento per tutto il movimento musicale nazionale e per tutti quelli che amano la storia e l’evoluzione della canzone italiana. Certo non conoscevo tutti i dettagli della sua vita personale ma conoscevo molto bene il tipo di spettacolo che era associato all’attività di Carosone, la sua idea di musica e la sua idea di rappresentazione della propria musica e mi interessava tantissimo mettere in scena il gruppo, prima il trio con Gegè e Van Wood, poi i sestetti dove trovavo Gegè Di Giacomo irresistibile. Nel film infatti c’è moltissima musica, tante canzoni oltre naturalmente alla storia personale e tanto spettacolo che era la parte che mi stimolava di più in partenza su cui abbiamo impiegato la maggior parte dei nostri sforzi. Sono felice del risultato finale anche perché ho lavorato con dei ragazzi fenomenali, molto bravi».

Una digressione, che tipo di musica le piace ascoltare di solito?

«Mi piace ascoltare molto la musica italiana, soprattutto quella che va proprio da quel periodo sino agli anni Ottanta. Poi devo dire che Carosone è stato un apripista nel mondo della canzone e per me è stato stimolante lavorarci. Sono tanti gli artisti, che sono miei amici, come Stefano Bollani, che ha lavorato sin dall’inizio alle musiche di questo film, e come il mio concittadino Paolo Conte che lo considerano un punto di riferimento. C’è stato un filo comune molto italiano e un approccio intimo a questo lavoro che mi ha fatto sentire vicino al mondo napoletano che considero esotico. Non è il posto dove sono cresciuto ma lo amo da morire e ho sempre avuto uno sguardo un po’ stupito nei confronti della città e dei napoletani».

Il richiamo nel titolo al primo disco inciso da Carosone e la sua band ha qualche particolare ragione o è stata una scelta naturale, come poteva essercene un’altra?

«Si è trattato di una scelta naturale, perché intitolarlo così ci è sembrato il modo migliore per rappresentare il nostro film che racconta il percorso di un cantante, di una persona, di un uomo estremamente curioso, dotato di un grande gusto per la rappresentazione modernissima del mondo dello spettacolo. Ci piaceva per questo, come avevo fatto anche lui, associare il suo nome ad un’idea di divertimento, di gioia, di ricchezza. È un film che racconta la rinascita di un paese anche attraverso la musica e che in questo momento speriamo possa rappresentare un momento di benessere di cui abbiamo tutti un po’ bisogno grazie proprio alle sue canzoni».

Il film vuole essere un omaggio nel centenario della nascita dell’artista ma non racconta tutta la vita di Carosone, il tempo sarebbe stato insufficiente. Qual è l’arco temporale che copre?

«In sostanza copre l’avventura artistico-musicale di Carosone dall’inizio quando era giovanissimo e parte per l’Eritrea sino alla decisione di ritirarsi dalle scene con questa scelta un po’ anomala, fuori dagli schemi, così personale. Ci piaceva raccontare la storia di un artista che a 39 anni decide di lasciare il mondo dello spettacolo compiendo una scelta che oggi sarebbe inimmaginabile».

La domanda che sto per fare ti sarà stata già rivolta: da piemontese come hai affrontato questa immersione nel mondo partenopeo? Ti ha aiutato anche la figura internazionale di Carosone?

«Sì, sono piemontese, ma sono oramai romanizzato da 30 anni e Napoli la frequento molto, ho tantissimi amici e collaboratori napoletani. Questo non toglie che Napoli sia una città sempre da scoprire e ogni volta che vengo o ci lavoro mi capita qualcosa di nuovo che non avrei mai immaginato. È una città che ti stupisce sempre. Poi credo che Carosone sia un patrimonio nazionale ed internazionale ed io ho cercato di realizzare un film che avesse quel respiro, che raccontasse una storia esemplare, la storia di un grande talento che senza dimenticare le proprie radici, arricchendosi con le esperienze vissute, riesce a fare una cosa che non ha mai fatto nessuno inventandosi uno stile diverso da tutto quello che lo circonda».

Eduardo Scarpetta interpreta il cantante e Gino Castaldo su La Repubblica ha definito la sua un’interpretazione da manuale ma parlando di Vincenzo Nemolato, che interpreta l’iconico Gegè Di Giacomo, lo ha tratteggiato come strepitoso per un’interpretazione dall’impressionante verosimiglianza. Cosa ti va di aggiungere…

«Mi ha fatto molto piacere leggere quello che ha scritto Castaldo. Il lavoro di casting non è stato semplice e poi quello di preparazione è stato molto lungo. Eduardo e Vincenzo hanno lavorato molto in fase di preparazione, di studio, di prove con Stefano Bollani e con Ciro Caravano dei “Neri per caso”, che è stato il nostro coach per le voci. Abbiamo provato tantissimo la parte di messa in scena cercando di replicare quello che facevano Carosone e Gegè. Abbiamo anche lavorato molto sui costumi. È stato un lavoro ricco fatto con molta passione e sono contento che i primi feedback siano molto positivi. Nei rispettivi ruoli devo dire che il ruolo di Renato era quello della persona seria del gruppo, mentre Gegè era il fantasioso e Vincenzo (Vincenzo Nemolato, ndr) ha fatto secondo me un lavoro strepitoso».

Andando verso la conclusione di questa chiacchierata, hai realizzato nella tua carriera regie importanti nel senso sia dell’interesse che della qualità senza parlare dei riconoscimenti che non sono mancati. Dove collochi “Carosello Carosone”?

«Lo considero un passo in avanti importante rispetto alle cose che ho fatto sino ad oggi. Ho per la prima volta realizzato un film in costume ed era una cosa che volevo fare da tanto tempo ed è stata anche la prima volta che ho diretto un film musicale. Per me è stato mettermi alla prova su qualcosa di diverso rispetto alle mie esperienze precedenti ed è stata senza dubbio una grande scommessa. Mi auguro che vada tutto bene e che ci sia una risposta di gradimento, ci tengo tanto».

Proprio in conclusione ed a proposito di musica, mi racconti di quel video realizzato diverso tempo fa per Piero Pelù?

«Andiamo nella notte dei tempi. Si trattò di una collaborazione molto veloce. Pelù era al suo esordio da solista, è una persona molto curiosa, molto viva che si è mantenuta così a distanza di tanti anni. Sono esperienze rapide che non sono paragonabili al resto del lavoro che un regista fa di solito, ma comunque ti restano».

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

UN BATTERISTA PER GEGÈ

Mariano Barba Junior: come t’insegno la batteria

Da buon maestro ha istruito Vincenzo Nemolato nell’interpretazione alla batteria del grande Gegè

di Lorenzo Gaudiano

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani». A Mariano Barba Junior per un attimo gli occhi hanno brillato parlando di un artista che insieme a tutta la band di Carosone rappresenterà per sempre un’icona della musica napoletana a livello sia nazionale che internazionale. Un pezzo di storia che riemerge ogni qual volta si canta il motivetto di una canzone e si riproducono i suoni dei vari strumenti musicali impiegati nelle varie esecuzioni. Un ricordo che è sempre bello tramandare alle generazioni successive anche se i gusti musicali con il tempo inevitabilmente cambiano.
Ad interpretare Gegè in “Carosello Carosone” sarà Vincenzo Nemolato, a cui sarebbe bastata anche soltanto l’impressionante somiglianza fisica con l’artista per interpretare al meglio la parte. Invece no, le cose vanno fatte per bene. E quindi chi meglio di un bravo batterista come Mariano Barba Junior poteva trasmettere all’attore la postura, la gestualità, il sincronismo dei movimenti che caratterizza la performance alla batteria, per omaggiare tutto quello che lo strepitoso Gegè ha rappresentato per gli appassionati di musica e non solo.

Mariano, quando è nata la passione, la voglia di utilizzare le bacchette?

«Provengo da una famiglia di batteristi, a partire da mio zio Gennaro Barba, batterista degli Osanna. Poi c’è mio cugino Mariano, suo figlio, e alla fine io, Mariano Junior. Ho cominciato da bambino per gioco, non mi è stato mai imposto di suonare la batteria o studiare musica. Fino a 17 anni ho suonato per passione, dopodiché ho cominciato a considerare la musica come ipotetico lavoro futuro. Andavo a casa di mio zio e invece di giocare a pallone mi ritrovavo a studiare sullo strumento per un paio d’ore, suonando le cose che mi piacevano».

Ma è vero che le bacchette sono un po’ come il telecomando per chi in casa gestisce la tv?

«Con l’esperienza arriva la consapevolezza che si tratta di un ruolo di grande responsabilità, perché la batteria fa da metronomo per tutta la band. Se durante l’esecuzione musicale per esempio ci dovesse essere qualche flessione nel tempo, automaticamente verrebbe addebitata al batterista. Ciò infatti può diventare un problema, soprattutto nella musica che ascoltiamo oggi dove tutto è organizzato metronomicamente. Ci si trova sempre più spesso a suonare in situazioni dove tutto è programmato in sequenze. In queste situazioni non basta soltanto guardarsi tra musicisti e ritrovare il tempo, perché il computer va avanti e se si perde il tempo, ci si perde in tutto».

C’è una grande tradizione partenopea di batteristi. Lo dobbiamo ai ritmi africani vicini a noi o alla musicalità naturale della nostra terra?

«Penso ci siano entrambe le componenti. Siamo un popolo che negli anni è stato dominato da molte culture di cui abbiamo assorbito i ritmi musicali. Al tempo stesso ritengo che comunque la musicalità faccia parte del nostro DNA. Ci sono tante città italiane influenzate da altre culture, che però non hanno lasciato ad esempio quella musicalità che invece noi napoletani musicalmente siamo riusciti ad assorbire».

Hai avuto un maestro in particolare o, come si dice a Napoli, guardando hai saputo rubare il mestiere?

«Ho studiato osservando e ascoltando molto mio cugino, il mio primo idolo, a cui sono legato non soltanto da interessi musicali ma soprattutto da un rapporto familiare molto stretto. Ci frequentiamo moltissimo, nonostante i dieci anni di differenza. Ho imparato da lui per emulazione finché non ho deciso di intraprendere questa carriera, studiando al conservatorio. Un maestro in particolare non l’ho avuto semplicemente perché mi sono sempre dilettato da solo a capire in cosa dovessi migliorare dal punto di vista tecnico per salire sempre più di livello».

L’insegnamento della batteria da parte tua è cosa di tutti i giorni.

«Insegno Educazione Musicale alla scuola pubblica e privatamente alla RR Sound ad Agnano e nel mio studio a Melito».

Quanti ragazzi di quelli che segui decidono di andare avanti per tentare di diventare dei buoni musicisti?

«Credo dipenda dalla cultura del genitore nei confronti della musica. Se viene percepita come un hobby, allora il ragazzo difficilmente andrà avanti perché non è invogliato e seguito. Se considerata come possibile sbocco o come cosa bella da fare, invece ci prova».

Arriviamo a “Carosello Carosone” ed al tuo impegno per istruire Vincenzo Nemolato. Prima di parlare di lui, ti chiedo però di dirmi due parole su Gegè di Giacomo, l’originale…

«Gegè di Giacomo è il papà di tutti i batteristi napoletani. Dalla sua scuola, dal suo modo di fare negli anni abbiamo preso spunto perché oltre ad essere batterista lui è stato anche musicista, nel senso che cercava di comporre melodie. Sappiamo che la batteria è uno strumento ritmico, ma con lui si è arrivati anche ad una concezione melodica dello strumento perché faceva cantare i tamburi, cercava il suono da qualsiasi oggetto. Ciò ha dato il La a tutti per poter seguire questa via e non basarsi esclusivamente sulla ritmica».

Vincenzo Nemolato nei panni di Gegè Di Giacomo (ph. Andrea Pirrello)

Ora tocca a Nemolato. Come hai fatto a mettere in condizione Vincenzo di interpretare la parte tecnica del personaggio in così breve tempo?

«Conosco Vincenzo da vent’anni, non mi sono dovuto preoccupare di avere quell’approccio empatico che solitamente si ha con l’alunno per motivarlo. Ho potuto parlargli in modo molto diretto e inoltre sapevo che quando si mette in testa qualcosa in un modo o in un altro riesce ad ottenerla. Abbiamo saltato quindi tutta la parte dedicata alle coccole e al benvenuto sullo strumento (ride ndr), poi sono stato per lui un grande rompiscatole così come lui con me, perché era preoccupato di non riuscire nell’intento ma gli ripetevo che per imparare le movenze del batterista occorreva studio, tempo. Molti che approcciano alla batteria non si rendono conto di quanto tempo ci voglia per riuscire ad allenare l’indipendenza corporea, perché si tratta di coordinare quattro arti in modo diverso simultaneamente, cose che nella vita quotidiana non si fanno abitualmente».

Gino Castaldo, il critico di La Repubblica, lo ha definito strepitoso… E quindi avrebbe dovuto fare un complimento anche a te…

«Mi prendo un po’ di merito allora (ride ndr), perché significa che abbiamo lavorato bene. Sin dall’inizio sapevo che avremmo compiuto un buon percorso, anche perché a lui interessava apprendere la gestualità del batterista senza preoccuparsi del suono che per noi è fondamentale. È stata per me un’esperienza nuova».

Concludiamo con i programmi futuri.

«Sinceramente non vedo l’ora che abbia fine questo tipo di scuola con la DAD, perché è difficile sia per i ragazzi che per i docenti. È mortificante per tutto il lavoro che c’è dietro pensare che l’insegnamento sia un modo per rubare uno stipendio o ottenere una possibilità di vaccinarsi prima di altri».

Molto belli i video su Instagram dove suoni la batteria sui testi di canzoni conosciute.

«È un modo per cercare di emergere. La bravura conta ma c’è anche bisogno dell’occasione. È necessario farsi trovare non solo al posto giusto al momento giusto, ma anche preparato. Vorrei avere sempre la mia occasione ed essere giudicato per la mia abilità musicale, ma occorre anche fare un altro percorso parallelo che riguarda l’immagine, la versatilità che si può avere sullo strumento e i generi musicali. Sono un amante del pop, ma artisticamente non bisogna precludersi nulla. Mi piace molto insegnare ma al momento preferirei andare in giro e suonare, soprattutto per l’emozione che trasmette questo tipo di attività».

L’intervista termina qui. Niente stretta di mano, ma soltanto schermi di computer che si chiudono con la promessa e l’augurio di incontrarsi al più presto da vicino. E soprattutto di ritornare a vedere dal vivo le performances di un batterista umile, sorridente e soprattutto molto bravo, anche come insegnante. Gegè ne sarebbe fiero.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

Renato Carosone e la sua musica immortale

Renato Carosone e la sua musica immortale

COPERTINA

Renato Carosone e la sua musica immortale

Giovedì la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica

di Giovanni Gaudiano

L’attesa sta per finire. Giovedì 18 marzo in prima serata la Rai trasmetterà il film dedicato ad un uomo semplice, buono, allegro, rassicurante seduto davanti al suo piano, internazionale nella sua napoletanità, coinvolgente nella sua naturale verve artistica ed alla sua musica: Renato Carosone.
Non vuole essere e non sarà una biografia completa. Sarà invece il racconto di un sogno diventato realtà, di sacrifici diventati concretezza, di amicizia cementata nel tempo con sullo sfondo Napoli, la sua Napoli.
Il napoletano è coriaceo come dice un vecchio detto, dimagrisce ma resiste ed alla fine lo trovi sempre pronto a proporre la sua idea, la sua fantasia, la sua ricchezza culturale certificata dal tempo e dalla capacità di assorbire tanto i venti del nord quanto l’effluvio caldo proveniente dal continente africano.
Carosone era magro, era un napoletano tipico con un volto sempre maturo, sin da giovane, capace di coinvolgere il pubblico ma soprattutto capace di esportare il buonumore. Sentirlo cantare, vederlo con la sua band esibirsi era il miglior ritrovato per la malinconia che ha la sua presenza nella vita di ognuno.
Era stato in Africa e poi in America. Aveva girato tutta l’Italia, il mondo, e ovunque andasse sembrava essere sempre a suo agio.

Ebbe la capacità di pensare la nuova stagione della canzone napoletana senza mai dimenticare la tradizione e la bellezza di parole poetiche messe in musica che hanno fatto e rifatto e fanno ancora oggi il giro del mondo.
Renato Carosone è stato anche l’artista capace a 39 anni, all’apice del successo, di staccare la spina ritirandosi e lasciando tutti a bocca aperta per lo stupore. Volendo per un attimo pensare al presenzialismo nello spettacolo di oggi, il gesto di Carosone appare incomprensibile.
Eppure fu proprio lui a spiegarlo, anni dopo, quando Bernardini lo convinse a rientrare ripartendo proprio dalla sua Bussola.
«Ero stato in America. Avevo sentito i Platters. Mi sembrava che stesse avanzando una nuova musica e pensai che forse avevo concluso la mia storia, che la mia musica fosse superata».
Parole semplici. Pensieri razionali. Forse l’artista voleva anche restare un po’ di più in famiglia. Al rientro Carosone raccontò che aveva passato molto tempo continuando a studiare il piano, scrivendo musica, viaggiando con accanto sempre la sua adorata Lita. Fu un successo. Non poteva essere altrimenti.
Il suo ritorno, che poteva rappresentare un passo all’indietro, una sorta di amarcord, fu invece la ripresa di un discorso solo accantonato. Il rientro di Renato Carosone fu al tempo stesso una gioia e la conferma che non avesse mai davvero lasciato il mondo della musica.

Qualcuno forse ne approfittò ma a lui poco importava. Per un napoletano verace come lui non contava tanto l’interesse personale in quello che faceva ma la capacità di sentire le vibrazioni positive che il pubblico ti trasmette. Quelle che fanno alzare in piedi gli spettatori non perché il tuo nome, il tuo curriculum è altisonante o per i riconoscimenti vinti qua e là, ma perché in quel momento hai bisogno di dimostrare il tuo coinvolgimento in qualche modo. Devi esprimere con il tuo corpo l’allegria di essere presente.
Quando al Teatro Mercadante gli organizzarono la serata per il suo 75° compleanno, il maestro Carosone apparve emozionato come un ragazzino e quando sul palco arrivò Lionel Hampton, un altro ragazzino di 86 anni, i due diedero vita ad una performance indimenticabile. Quella sera Carosone inviò un messaggio preciso a tutti: la musica è universale, il genere musicale non la divide. Possono convivere Jazz, Swing, Blues etc., soprattutto poi se lo fai cantando in napoletano. La musica in fondo a ben osservare ha una caratteristica potente: unisce, non divide. È stata ed è un mezzo per superare certe incomprensioni, certe diversità. È stata ed è anche utilizzata a fini commerciali come qualunque attività ma l’effetto coinvolgente rimane sempre presente. Carosone lo aveva capito, ebbe solo il timore di non potersi più migliorare ed allora preferì lasciare il suo patrimonio creativo al massimo livello. Poi ci ripensò quando comprese che nonostante gli anni trascorsi la sua musica piaceva anche ai giovani, a quelli che non lo avevano conosciuto ed allora decise di ritornare per dare anche a quelli la possibilità di ricordarlo bene, associando le sue musiche al suo volto, al suo pianoforte, al suo sorriso.

pubblicato su Napoli n.35 del 13 marzo 2021

S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

DETTI NAPOLETANI

S’arricorda ‘o cippo ‘a Furcella

A Napoli quest’espressione viene usata continuamente per indicare qualcosa di desueto, vecchio ed antiquato

di Paola Parisi

La traduzione letteraria di questa locuzione è “è antica come il cippo a Forcella”, una variante italiana del più conosciuto “è vecchio come il cucco”. A Napoli quest’espressione viene usata continuamente per indicare qualcosa di desueto, vecchio ed antiquato.
Questo povero “cippo” viene adoperato spesso e volentieri nel momento in cui qualcuno crede di raccontare un aneddoto inedito, recente. Quando una persona indossa un capo d’abbigliamento superato, démodé, si sentirà quasi sicuramente ammonire con “waaaa… nun se porta chiù… s’arricorda ‘o cipp a Furcella”. In alcuni vicoli o slang familiari si adopera l’espressione “si proprio nù ceppone” riferito ad individui non proprio al passo con i tempi, con modi di fare marcatamente arcaici sia nel linguaggio, negli atteggiamenti e nel modo di abbigliarsi, come se fossero usciti da libri di storia, da pellicole di film muti o scesi da un quadro antico!
Ma procediamo con un certo ordine e, tralasciando la descrizione del celeberrimo quartiere di Forcella, importante arteria vivacissima e colorata, ma purtroppo alternata con episodi non propriamente gloriosi, torniamo al punto cruciale della spiegazione ovvero il “cippo”, erroneamente denominato tale perché, nel nostro caso, sta ad indicare un gruppo di pietre facente parte, un tempo, della cinta muraria di epoca antica che andava a delimitare una delle porte dell’antica Neapolis. È proprio per il loro essere antiche che i napoletani hanno associato questi gruppi di pietre a qualsiasi cosa o persona che ritenuta trapassata (non a miglior vita!), superata.
Inoltre, va detto che il cippo su esplicato non ha alcuna parentela con il “cippo di Sant’Antuono o Sant’Antonio (che si festeggia il 17 gennaio). Quest’ultimo altri non è che una pira, un rogo in cui in occasione di questa festa viene bruciata la “roba vecchia”, come a simboleggiare la chiusura di un ciclo vecchio ed aprirne uno nuovo foriero di cose ed avvenimenti postivi per il futuro. Ed in questa occasione si recita la seguente: “Sant’Antuono… Sant’Antuono…bpigliate ‘o vviecchio e damme ‘o nnuovo…”

pubblicato il 16 marzo 2021