Un derby campano dedicato a Maradona

Un derby campano dedicato a Maradona

L’ANALISI

Un derby dedicato a Maradona

Napoli e Benevento si affrontano a Fuorigrotta per la prima volta nello stadio da poco intitolato al grande Diego

di Bruno Marchionibus

Sarà un derby all’insegna dell’amicizia quello tra Napoli e Benevento valevole per la 24ª giornata di Serie A. La tifoseria partenopea e quella giallorossa, infatti, hanno sempre avuto un bel rapporto, così come quello esistente tra i due presidenti, De Laurentiis e Vigorito, e soprattutto tra i due allenatori, Gattuso e Inzaghi. Al fischio di inizio, però, inevitabilmente la stima lascerà spazio alla voglia di vincere di entrambe le compagini, bisognose di punti nella lotta per i rispettivi obiettivi.

Sogno Champions per gli azzurri

Il rendimento del Napoli, specialmente nell’ultimo periodo, è stato caratterizzato da un andamento più che altalenante, nei risultati come nelle prestazioni. Queste montagne russe, tuttavia, non hanno impedito agli azzurri di trovarsi ancora in lotta per ottenere, a fine campionato, un piazzamento Champions rientrando tra le prime quattro della graduatoria.
Non bisogna dimenticare, a tal proposito, che a inizio stagione, con la squadra campana reduce dal settimo posto della scorsa annata, l’obiettivo più realistico per Insigne e compagni era proprio quello della qualificazione alla massima competizione europea per club. Certo, l’avvio più che positivo di campionato aveva suscitato altre speranze circa le reali potenzialità della squadra, ma adesso più che mai l’ambiente partenopeo ha bisogno di cancellare delusioni e critiche distruttive e remare compatto in una sola direzione. Solo unità e determinazione, infatti, potranno permettere al Napoli di raggiungere la Champions al termine di un campionato con tante rivali di ottimo livello e segnato da tanti, troppi infortuni.

Benevento: verso la salvezza e oltre

Il Benevento, dal canto suo, in quanto neopromossa ed alla luce della precedente esperienza in massima serie si è presentato ai nastri di partenza di questa stagione con l’obiettivo primario di ottenere la salvezza. Nonostante ciò, tuttavia, mister Inzaghi ha preservato la filosofia della squadra di puntare a costruire gioco grazie alla quale le Streghe avevano dominato lo scorso torneo cadetto; scelta più che giusta quella del tecnico piacentino, dal momento che è con questa mentalità che l’organico sapientemente costruito dal d.s. Foggia sta conducendo un campionato di buon livello.
È chiaro che per i sanniti la strada verso la permanenza in Serie A è ancora lunga, e in un campionato come questo dove la classifica è più corta rispetto agli anni passati è fondamentale mantenere sempre alta la tensione, ma il gruppo giallorosso ha mostrato di avere tutte le carte in regola per concludere nel migliore dei modi la stagione e togliersi anche qualche soddisfazione ulteriore.

LA PRESENTAZIONE

Azzurri e giallorossi a caccia dei tre punti

Gattuso e Inzaghi di nuovo l’uno di fronte all’altro dopo il 2 a 1 azzurro dell’andata, quando i protagonisti del match furono i fratelli Insigne

Due mister con un passato in comune

Rino Gattuso e Pippo Inzaghi, avversari per novanta minuti, hanno vissuto insieme undici stagioni di Milan e innumerevoli convocazioni in Nazionale, vincendo tutto quello che un calciatore può ambire a conquistare nel proprio palmares. La particolarità che lega le carriere dei due amici/colleghi, tuttavia, è legata al loro percorso da allenatore: entrambi, infatti, dopo aver indossato la maglia rossonera da giocatore hanno guidato il Diavolo anche dalla panchina.
Percorsi, quelli di Ringhio e di SuperPippo, accomunati dunque dall’aver allenato il Milan, ma anche molto diversi quanto ai rispettivi andamenti. Per Inzaghi, infatti, quella con la squadra meneghina è stata la prima esperienza tra i professionisti, giunta dopo gli ottimi risultati ottenuti proprio con la primavera rossonera, mentre Gattuso tornò a Milanello dopo un lungo peregrinare tra Svizzera, Grecia e serie inferiori italiane (Palermo e Pisa). E se per il tecnico calabrese dopo l’esperienza milanista è arrivata subito un’altra grande opportunità con il Napoli, il piacentino è ripartito dalla gavetta in Serie C e B prima di mostrare tutto il suo valore in massima serie con le Streghe.

Fratelli a confronto

Il capitolo più suggestivo relativo al derby è, senza dubbio, quello legato alla sfida tra i fratelli Insigne, già protagonisti all’andata con un gol per parte. Lorenzo ha recentemente tagliato lo storico traguardo dei cento gol segnati con la maglia del Napoli, ed è ampiamente in corsa per scalare ancora la classifica dei marcatori partenopei all-time. Il ragazzo di Frattamaggiore è uno degli uomini chiave nello schieramento di Gattuso, e sarà fondamentale da parte sua mostrare da qui a fine stagione una definitiva maturazione anche dal punto di vista caratteriale per aiutare i suoi a raggiungere la qualificazione alla prossima Champions.
Roberto, dal canto proprio, è cresciuto nel settore giovanile azzurro, con cui ha anche esordito in prima squadra, cercando di ripercorrere le orme del fratello maggiore. Ed è con la maglia del Benevento che, dopo ottime stagioni in cadetteria, Insigne jr sta finalmente riuscendo ad affermarsi anche in Serie A, campionato in cui ha segnato il primo gol proprio contro gli azzurri.

Fattore M tra i pali

Se in attacco il confronto più atteso è quello che coinvolge la famiglia Insigne, intrigante risulta anche la sfida a distanza tra due giovani numeri uno che stanno testimoniando ancora una volta come la scuola italiana di portieri sia la migliore al mondo: Meret e Montipò.
Il friulano, che nell’ultimo anno si trova a dividere con Ospina la titolarità della porta azzurra, riesce a dimostrare in ogni caso ogni volta in cui è chiamato in causa tutto il suo valore e le sue grandi doti: Meret unisce infatti ad una prestanza fisica evidente anche un’agilità ed una reattività decisamente al di sopra della norma.
Quanto a Montipò, dopo aver contribuito in maniera importante alla promozione in Serie A dei giallorossi, il ragazzo di Novara sta confermando quanto di buono fatto vedere nelle scorse stagioni anche nel massimo campionato, grazie alla sua abilità tanto tra i pali quanto nelle uscite.

Precedenti a tinte azzurre

Al di là del 2 a 1 partenopeo del girone di andata, gli altri due precedenti nel massimo campionato tra le due compagini sono datati stagione 2017/18, e sono impietosi per i colori giallorossi: 6 a 0 per la banda Sarri al San Paolo, 2 a 0 nuovamente per il Napoli nel Sannio. Azzurri e Benevento si incrociarono anche in C nel 2004/05: in quell’occasione 2 a 0 napoletano sia all’andata che al ritorno.

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

L’ALTRA COPERTINA

Da Soccavo a Benevento per continuare il sogno

Dal capello bloccato alla barba della maturità. La breve storia di una ragazzo di nome Pasquale Foggia che voleva fare il calciatore

Intervista di Giovanni Gaudiano

Soccavo per chi non la conosce è difficile da comprendere. Nell’intervista ad un certo punto per indicarla geograficamente è stata usata l’espressione gergale “Soccavo ad est di Fuorigrotta”. Ai fini della chiacchierata serviva a dire che quel quartiere di Napoli è molto vicino allo stadio oggi intitolato a Diego Maradona.
Si diceva che è un quartiere difficile da capire, ma non per la gente che vi abita quanto per la ghettizzazione urbanistica che negli anni si è abbattuta su quella parte della città. È in questa sorta di compromesso all’aria aperta che negli anni d’oro del Napoli di Maradona si viveva di pane e pallone. Campetti improvvisati, spiazzi adibiti a terreni di gioco, viali e strade occupate da tanti ragazzini. Questo perché lo sciagurato piano regolatore non aveva previsto attrezzature sportive pur sapendo di dover ospitare le coppie che dal centro di Napoli, lasciando le case paterne, sarebbero confluite in questa zona e con le proprie famiglie ne avrebbero fatto alla fine un quartiere popoloso.
È in questa realtà che il sogno di un ragazzo come tanti ha preso corpo, grazie alla dedizione di una madre che ha voluto fortemente appoggiarlo, annullandosi, in un percorso difficile, in qualche momento strappalacrime, in una sfida con il tempo che quel ragazzo e quella madre hanno saputo vincere.
Nessuna retorica, nessuna apologia, solo quattro parole per parlare di uno di noi che come noi vive in una città bellissima, meravigliosa, caratterizzata però da evidenti alti e bassi che balzano agli occhi anche solo svoltando un angolo di strada, che alla fine ce l’ha fatta.
Stiamo parlando di Pasquale Foggia. È lui il ragazzo che ha realizzato il sogno. Ed è stato giusto che sia andata così, perché quando ha potuto il suo primo pensiero è stato proprio per quei ragazzini che come lui continuavano a giocare per strada. Si tratta di un’altra storia che poi racconteremo.

Sparo la prima domanda, poi torneremo indietro nel tempo. Dal capello leggermente lungo tenuto dal fermacapelli durante le partite ad una barba dottorale che mette soggezione. Cosa è cambiato in Pasquale Foggia?

«Sono diventato grande. Ho maturato tanta esperienza non solo nel campo da calcio ma anche nella vita di tutti i giorni. Ho messo su famiglia, ho moglie e due figli. È cambiato tutto in un percorso di crescita umana fatto di piccoli passi percorsi ogni giorno. E poi sono tornato, vivo a Napoli e penso che non potrebbe essere diversamente».

Soccavo a est di Fuorigrotta. Tanti bambini sempre a correre dietro ad un pallone. Eri uno di quelli, ne hai parlato in varie occasioni. Come ti vedevi in quel momento, cosa pensavi ti sarebbe accaduto?

«Ero un bambino pieno di sogni. Rispetto a quello che anima i ragazzi di oggi lo facevo, ma non solo io, con tutto me stesso. Era poi il periodo felice per noi napoletani perché avevamo Maradona ed il calcio per me rappresentava la mia vita».

Hai raccontato che tua madre per te è stata fondamentale. Un tuo pensiero su tutti per lei, oggi che quello che le avevi promesso quando avevi solo 7 anni l’hai raggiunto…

«Mia madre ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre la mia guida. Nonostante le tante difficoltà, dovute anche alla separazione con mio padre, ha sempre cercato di darmi tutto quello di cui avevo bisogno. Dall’educazione, all’istruzione, agli insegnamenti utili per la vita di tutti i giorni. Ha annullato la sua vita per me. E credo che farò fatica in tutta la mia vita a ripagare almeno la metà di quello che lei mi ha dato».

Come andò quando andasti al Padova, chi ti segnalò?

«In quegli anni si giocava il Torneo dei Quartieri ed il Torneo di Natale che era una vetrina per i ragazzi che volevano giocare al calcio. Venivano molti osservatori perché, come noto, la Campania ha sempre prodotto tanti talenti. Era insomma l’occasione per gli addetti ai lavori di scoprire qualche calciatore. In uno di questi tornei mi vide Loris Fincato, che era il responsabile del settore giovanile del Padova e mi portò a fare un provino in Veneto. Avevo dieci anni e da allora non sono più rientrato a Napoli».

Poi il Milan, avevi 16 anni. Pensasti che stavi facendo il grande salto anche se la lontananza da casa si sarebbe fatta sentire ancora di più?

«È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire che forse potevo arrivare a toccare con mano il mio sogno. Il passaggio al Milan cambiò la mia vita, ebbi il primo stipendio che mi diede la possibilità di far lavorare un po’ meno mia madre. In sede al Milan ad attendere c’erano Galliani e l’allenatore Bertuzzo, poi passai con Ballardini».

In seguito tante squadre, tanti presidenti, tanti allenatori. Un po’ con tutti un rapporto concreto che andava oltre il campo da gioco…

«È vero. Sono stato allenato da Giampaolo, da Ammazzalorso, lo stesso Ballardini, Delio Rossi, Mazzarri. Ne ho avuti tanti, ma ho avuto la fortuna sempre di intrattenere buoni rapporti con tutti».

Mi ha colpito, non lo ricordavo, che a Reggio Calabria ti hanno concesso la cittadinanza onoraria per l’anno che arrivasti e la Reggina di Foti si salvò e tu andavi al cena dal presidente…

«Alla Reggina c’era l’abitudine di riunirsi il giovedì sera e stavamo assieme con il presidente e con lui ho intrattenuto un rapporto bellissimo. È una persona per la quale ho molta stima perché ha valori importanti. Quel periodo, anche se breve, ha lasciato in me al di là della cittadinanza onoraria che mi tengo stretta legami profondi».

Prima di arrivare al Benevento non possiamo non parlare della Lazio e di Lotito. Non ti faccio una domanda vera e propria, parliamone…

«Il mio rapporto con il presidente Lotito è sempre stato molto schietto, sincero e a volte anche duro. Ritengo di aver instaurato nel tempo una conoscenza che sia andata oltre il calcio che ancora oggi custodisco. Quando adesso lo incontro è l’occasione per farci un sacco di risate ed è per me soddisfacente che sia così».

Siamo arrivati al Benevento, ad un altro dei tuoi capolavori nei rapporti personali, quello con il presidente Vigorito. Dal settore giovanile alla prima squadra. Da talent scout a direttore sportivo. Cosa hai trovato a poco più di 70 chilometri dalla tua Napoli senza dover andare nel profondo nord?

«Ho trovato grande umanità, grande sensibilità. Il presidente Vigorito è una persona che ti porta al di là del rapporto esistente tra il massimo dirigente e il direttore sportivo. L’ho dichiarato in diverse occasioni che mi porto dentro tanti insegnamenti che lui mi ha dato anche relativamente alla mia vita privata. Ritengo che quest’aspetto sia la cosa più importante che mi sia capitata a Benevento. Ci tengo a ringraziarlo per l’opportunità che mi ha dato e ci tengo ancora di più a quello che mi dà giorno per giorno».

Il presidente di recente ha detto che grazie a te ha capito cosa fa un direttore sportivo. Dopo l’intervista alla tv, quando lo hai saputo cosa vi siete detti?

«L’ho saputo in diretta. Ero in campo per il riscaldamento e vedevo arrivare sul telefono tanti messaggi. Devo dire che un poco mi sono preoccupato, perché quando vinci arrivano tanti messaggi mentre quando perdi un po’ meno e se ti arrivano prima della partita ti chiedi se non sia accaduto qualcosa. Poi c’erano anche i video con le parole del presidente ed allora il tempo di andare in tribuna e senza neanche dirgli una parola di ringraziamento l’ho abbracciato forte».

Nel calcio i risultati sono importanti ma quello che avete costruito a Benevento dal mio punto di vista lo è di più. Mi riferisco ad un sogno fatto di equilibrio e razionalità, di stima e collaborazione. Penso che il Benevento con la salvezza e la permanenza in serie A possa nel futuro pensare ad obiettivi più ambiziosi. Cosa ne pensi?

«Credo che a Benevento sia nato un percorso basato sulla fiducia reciproca e sulla stima. È ovvio che poi tutto passa attraverso i risultati ma per costruire qualcosa d’importante alla base ci devono essere i due fattori che ho citato a prescindere dalla categoria e dagli obiettivi. In questi tre anni si è costruito tanto. Fondamentale è stata la scelta degli uomini che devono accompagnarti in questo impegno e non mi riferisco solo ai calciatori ma intendo dire tutto lo staff a partire dai magazzinieri. Sbaglia chi pensa che basta comprare giocatori bravi per fare risultato. Il concetto non può definirsi assoluto, perché se non costruisci un’anima quella non si compra al mercato e la puoi ottenere solo se la coltivi giorno dopo giorno».

Domani ci sarà il derby con il Napoli. Che sensazione proverà il ragazzo di Soccavo nel vedere lo stadio Maradona vuoto?

«Vedere in generale gli stadi vuoti non ti dà l’impressione di stare giocando a calcio. Vedere lo stadio dove sognavo di giocare da bambino, intitolato alla massima espressione di sempre nel mondo del calcio, vuoto sarà sicuramente triste. Perché Napoli, in questo caso i derby, sono abituati ad avere sugli spalti i tifosi, ad essere circondati da uno stadio caldo e questa cornice mancherà ancora di più proprio perché ci troveremo a giocare nello stadio intitolato a quello che per noi napoletani resterà per sempre il dio del calcio».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

Inacio Piá: lo Spider-Man brasiliano

IL PROTAGONISTA

Piá: lo Spider-Man brasiliano

Dribbling, fantasia e gol per uno dei giocatori più amati dai tifosi che appartiene allo storia del Napoli che tornò in massima serie

di Bruno Marchionibus

Gol importanti ed un’infinità di assist in maglia azzurra dal 2005 al 2010. Inacio Piá è stato, dopo il fallimento, il primo giocatore di fantasia dell’allora neonato Napoli Soccer in grado di far sognare i tifosi. Talentuoso esterno d’attacco, l’ex Atalanta fu acquistato da Pierpaolo Marino per poco più di un milione di euro; operazione che negli anni seguenti si rivelò decisamente indovinata, visto che il brasiliano è stato uno dei protagonisti della rinascita partenopea. Piá, a tal proposito, detiene un record particolare: l’attaccante di Ibitinga è infatti l’unico calciatore della storia azzurra ad essere andato a segno in tutte le categorie dalla C alla A ed anche in Europa (Coppa Uefa 2008/09). E parlando di reti, tra i gol maggiormente ricordati di Inacio ci sono senza dubbio quello al Martina, quando il verdeoro festeggiò la realizzazione indossando una maschera di Spider-Man che aveva nascosto nel calzettone, e quello col Benevento in Serie C; lo stesso Benevento che, domenica, il Napoli affronterà in tutt’altre condizioni nel derby campano della massima serie.

Piá, in Serie C contro il Benevento fu grande protagonista con un gol ed un assist. Che ricordo ha di quella partita?

«Un ricordo molto nitido e molto piacevole. Eravamo in Serie C, ma in occasione di quel derby lo stadio era gremito e quella domenica sembrava di giocare in massima serie per l’atmosfera e per l’entusiasmo che si respirava. Aver segnato e aver fatto un assist, poi, rese quella partita per me ancor più speciale».

A proposito di gol, come nacque l’idea dell’esultanza mascherata “alla Uomo Ragno”?

«Spider-Man fin da bambino è sempre stato un supereroe che mi ha affascinato molto. Eravamo in ritiro a Castel Volturno e venne un caro amico, Gaetano, a cui dissi che se mi avesse procurato una maschera dell’Uomo Ragno in caso di gol nella partita successiva avrei festeggiato indossandola. La domenica seguente riuscii a segnare contro il Martina e così ebbi modo di mantenere la promessa».

Cosa la spinse ad accettare Napoli nonostante la terza serie nel gennaio 2005?

«Sicuramente il progetto offerto dalla società e dal direttore Marino. E poi il fascino della piazza; Napoli è sempre Napoli ed io non ebbi dubbi ad accettare immediatamente la proposta degli azzurri, anche se si trattava di scendere di categoria. Sapevo che all’epoca la sfida era riuscire a tornare quanto prima nel calcio che conta; obiettivo che, per fortuna, con quel gruppo riuscimmo a raggiungere in breve tempo».

Il primo anno, tuttavia, si concluse con la finale playoff persa ad Avellino. Dopo quella delusione ha avuto per un attimo la tentazione di andare via?

«La delusione sul momento fu tanta, anche se molti di noi erano arrivati a gennaio col Napoli indietro in classifica rispetto ai primissimi posti, e fare una rincorsa non è mai facile. Marino dopo quella partita mi rassicurò subito sul fatto che il progetto sarebbe andato avanti e che la società continuava a considerarmi un giocatore fondamentale, e pur avendo alcune richieste dalla Serie A decisi senza esitazioni di rimanere in una città con cui ho avuto un bellissimo rapporto fin dal primo impatto».

Com’era il suo rapporto con mister Reja?

«Molto buono. Col mister c’è stato un rapporto bello, anche di amicizia. Reja è sempre stato un allenatore in grado di scegliere il momento più giusto per dire le cose, anche prima delle partite. In quegli anni sono stato molto bene ed il merito è stato certamente anche suo».

C’è qualcuno dei suoi ex compagni con cui è rimasto particolarmente legato?

«Assolutamente sì. Con alcuni di loro anche dopo il ritiro ci sentiamo frequentemente: Montervino, Paolo Cannavaro, Bucchi, Savini, Gatti, De Zerbi».

A proposito di De Zerbi, il tecnico del Sassuolo pare essere uno dei papabili per il dopo Gattuso. Lo vedrebbe bene sulla panchina azzurra?

«Sì. Io credo che Roberto per come vede il calcio e per quello che riesce a trasmettere ai propri giocatori sia pronto per fare un salto ed alzare il suo livello di allenatore. È chiaro che in una piazza come Napoli rispetto a Sassuolo aumenterebbero anche le responsabilità, perché si dovrebbe lottare per vincere ma, ripeto, credo che De Zerbi sia ormai pronto».

A seguito della promozione in A lei andò via in prestito per un anno, salvo poi tornare la stagione seguente in azzurro. Quali le ragioni?

«Diciamo che dopo la promozione la società fu chiara nei miei confronti, comunicandomi che se fossi rimasto lo spazio non sarebbe stato tanto. Molto onestamente io avevo voglia di giocare; mi sentivo gratificato per aver dato un contributo importante nel riportare il Napoli in massima serie e, quando mi capitò l’opportunità di andare in prestito in un contesto in cui sarei stato titolare, preferii per quella stagione cambiare aria».

Il Napoli sta vivendo un periodo non dei migliori. Il rendimento altalenante può dipendere solo dalle assenze o c’è anche dell’altro?

«Beh, questo per i motivi che conosciamo è un anno particolare un po’ per tutti. Non voglio dare la colpa solo agli infortuni perché è un problema che comunque si stanno trovando ad affrontare anche altre squadre, pur se è ovvio che in questa situazione Gattuso è stato penalizzato dal non aver potuto dare continuità alla formazione titolare. In questo momento mi sembra che a Napoli manchi un po’ di entusiasmo, e sicuramente si sente anche l’assenza dei tifosi allo stadio, perché il pubblico di Fuorigrotta è sempre un fattore in grado di fare la differenza. Ad ogni modo, però, il Napoli è ancora in lotta per la zona Champions, ed anche in Europa League, nonostante la sconfitta nell’andata col Granada, il discorso non è chiuso».

Qual è il suo giudizio sull’attacco azzurro attuale ed in particolare su Osimhen?

«Considerando il valore dei singoli giocatori del reparto offensivo, il Napoli sicuramente poteva far meglio. C’è da dire che però i partenopei devono fare a meno da mesi di Mertens ed anche Osimhen tra Covid ed infortunio lo abbiamo visto poco; sicuramente il Napoli ha pagato delle assenze prolungate così importanti in quello che sulla carta doveva essere il suo reparto più forte. Come ho avuto modo di dire anche in passato, in ogni caso, il numero nove è un ottimo giocatore e credo che potrà fare davvero bene in maglia azzurra».

Dopo la carriera da calciatore lei ha intrapreso quella di procuratore. C’è qualche giovane particolarmente interessante tra i suoi assistiti?

«Sì, dopo aver appeso le scarpette al chiodo ho iniziato questo nuovo percorso professionale che mi ha sempre affascinato, e l’ho fatto con la Fedele Management e Gaetano Fedele, che conosco da più di vent’anni. Di ragazzi interessanti ce ne sono molti, però preferisco non fare nomi perché è una fase particolare in cui più lasciamo questi ragazzi tranquilli e meglio cresceranno. Posso dire, comunque, che nella nostra scuderia abbiamo delle “piccole piantine” che possono crescere bene».

pubblicato su Napoli n.34 del 25 febbraio 2021

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

TRACCE D’AZZURRO

Giancarlo Corradini: “Vincere per i tifosi”

L’ex difensore azzurro vede una qualificazione ancora possibile nonostante il 2 a 0 rimediato in Andalusia

di Marco Boscia

Sono trascorsi “soltanto” 32 anni. Era un altro calcio. Un altro Napoli. Che poteva contare sulla presenza in campo di Diego Armando Maradona, il calciatore più forte di tutti i tempi in grado di trasformare cose impossibili, per gli altri, in cose di normale amministrazione. Ma in quella squadra, che la notte del 17 maggio 1989 alzò al cielo di Stoccarda la Coppa Uefa, militavano altri calciatori che, insieme a Diego, furono in grado di trascinare gli azzurri verso le vette più alte, sia in Italia che in Europa, mai raggiunte nella propria storia. Chi approdò all’ombra del Vesuvio all’inizio di quell’annata trionfante fu Giancarlo Corradini, difensore centrale e, all’occorrenza, anche terzino. Dopo sei stagioni al Torino, Corradini divenne subito uno dei protagonisti principali di quella squadra e di quella cavalcata europea con 12 presenze, da titolare, in altrettante partite. Nessuno meglio di lui può quindi spiegarci quali furono e possono essere di nuovo i segreti per un Napoli vincente.

Partiamo dal passato. Che gruppo era quello al di là di Maradona?

«Era un Napoli nuovo. Ricostruito. L’anno precedente aveva perso lo scudetto per un soffio. Io ebbi la fortuna di partecipare a questo nuovo progetto. Arrivai assieme ad Alemao, Fusi, Crippa a dare un nuovo volto ad una squadra che era comunque già fra le più forti d’Italia».

Ci fu un momento preciso nel quale capiste di poter vincere la Coppa Uefa?

«La partita della svolta fu quella di ritorno al San Paolo contro la Juventus nei quarti di finale. Il 2 a 0 subito a Torino all’andata rischiava di eliminarci dalla competizione. Abbiamo avuto il merito, e un po’ di fortuna, di giocare una partita di ritorno formidabile. Segnammo ad un minuto dalla fine dei tempi supplementari il gol che ribaltò le gerarchie. Fu un segno del destino».

C’è un episodio particolare, un aneddoto, che le va di raccontare?

«Il lunedì della settimana di quella partita nacque il mio primo figlio. Bianchi mi permise di stare vicino a mia moglie. Due giorni dopo battemmo la Juventus con quell’impresa al San Paolo. Fu una delle più belle settimane della mia vita sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista familiare».

Com’era il suo rapporto con Ottavio Bianchi?

«Non avvertii la presunta tensione che c’era stata la stagione precedente legata anche al fatto di aver perso lo scudetto. Mi aiutò molto ad ambientarmi perché nel passaggio da una squadra come il Torino ad una come il Napoli cambiarono tante cose. Significava arrivare in una società che era stata capace di allestire una squadra di vertice che lottava ogni anno per tutti i trofei in palio. Vissi quella stagione con Bianchi in maniera positiva. Poi l’ho riavuto anche quattro anni dopo quando subentrò a Ranieri. Posso affermare con certezza che è una persona equilibrata e di un’enorme competenza».

Che sensazione provò in finale nella partita di ritorno a Stoccarda nel vedere uno stadio per più di metà colorato d’azzurro?

«Una volta la competizione era molto più complicata perché partecipavano le seconde, le terze e le quarte classificate dei campionati mentre adesso queste squadre fanno la Champions League. C’è un po’ di rammarico perché sicuramente il Napoli in passato con un giocatore come Diego anche in Europa avrebbe potuto competere ogni anno per la vittoria finale. Ad ogni modo, dal prossimo anno ci sarà anche la Uefa Conference League. Non mi entusiasma. Forse sarebbe preferibile continuare con un unico torneo oltre la Champions ma con meno squadre, meno incontri, e di conseguenza con partite di livello più alto. Difatti la stessa Europa League oggi si fa interessante dai quarti di finale in poi, quando in gioco restano solo le squadre di vertice che rendono il torneo più avvincente».

Riguardo alla sfida di stasera, quante possibilità ha il Napoli di qualificarsi alla luce del risultato d’andata?

«Credo che le possibilità di ribaltarla ci siano. Il problema principale del Napoli in questa stagione è stata l’alternanza di risultati. Certamente all’andata hanno inciso le assenze. Gli infortuni stanno creando grandi difficoltà a Gattuso ma io penso positivo e credo che il Napoli possa passare il turno».

Con un eventuale passaggio crede che gli azzurri potrebbero anche puntare alla vittoria finale?

«Se sei in corsa devi giocartela. È una questione di mentalità. Se il Napoli va agli ottavi deve provarci. Non si può fare una scelta. Anche in campionato credo possa ancora succedere di tutto in un’annata così particolare. Spero che nonostante le difficoltà ci siano la voglia e la determinazione di lottare fino alla fine perché i tifosi napoletani meritano che ci sia il giusto impegno in tutte le gare ed in tutte le competizioni da parte di chi indossa una maglia dal passato importante e che va sempre onorata».

Crede che le voci sull’allenatore delle scorse settimane abbiano potuto incidere sugli ultimi risultati?

«Questo non lo so. Non sono un dirigente. Posso solo dire che in grandi squadre come il Napoli, se iniziano ad esserci difficoltà e non arrivano i risultati, è normale che l’allenatore sia sotto esame».

Da ex difensore centrale, come giudica la retroguardia partenopea?

«Il Napoli ha dei difensori di livello internazionale, ma il calcio è cambiato tanto. Mentre noi giocavamo a uomo, oggi si gioca a zona. È molto più complicato. C’è una necessità maggiore di una collaborazione di tutta la squadra per effettuare una buona fase difensiva e, negli ultimi anni, forse questo è stato il punto debole del Napoli. Koulibaly, Manolas, Rrahmani e Maksimovic sono ottimi difensori ma per funzionare è importante che ci sia unità d’intenti da parte di tutti i giocatori».

Un parere su Osimhen, l’acquisto più caro della storia del Napoli…

«Quando arrivi in una squadra importante e per certe cifre è ovvio che le aspettative siano tante. Molti giocatori al primo anno incontrano delle difficoltà. È successo anche a Lozano ed oggi ammiriamo un calciatore completamente diverso da quello dello scorso campionato. Credo che il valore di Osimhen non si discuta e sono sicuro che si rivelerà un ottimo acquisto».

Curiosità finale. Appese le scarpette al chiodo, ha intrapreso la carriera d’allenatore. Oggi Corradini è in attesa di una chiamata importante?

«So che il mondo del calcio è pieno di allenatori di ottimo livello che in questo momento non allenano. Io ho avuto un periodo positivo dove ho lavorato con grandi club come Juventus e Watford. Adesso aspetto una chiamata che mi possa permettere di riprendere a fare quello che mi è sempre piaciuto. Stare nel calcio».

Si conclude questa piacevole chiacchierata con uno degli eroi del Napoli del passato. Uno di quelli che ha scelto di lavorare sodo a fari spenti, lasciando accesa la luce dei riflettori su altri campioni dell’epoca ma il cui contributo in quegli anni di successi è stato parimenti determinante. Non possiamo che augurargli di rivederlo presto protagonista in panchina.

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021

Napoli svegliati, è primavera!

Napoli svegliati, è primavera!

FRAMMENTI D’AZZURRO

Napoli svegliati, è primavera!

In questa stagione, complice anche la sfortuna che quando le cose vanno male non manca mai, i passi indietro sono stati tanti

di Giovanni Gaudiano

Quanti temi, quante pagine e soprattutto quanti personaggi in questo numero di Napoli. Dall’Europa, alla città, alle storie che ci piace raccontare e poi il derby campano di serie A.
E poi una speranza, quella che potrebbe trasformare l’azzurro opaco degli ultimi tempi in un sorriso per l’impresa portata a termine con il passaggio del turno in Europa League. Il Napoli sceso in campo una settimana fa a Granada è stato, diciamolo francamente, inguardabile. Non ci sono tante giustificazioni da avanzare, anche con le attuali assenze la squadra è superiore di una spanna rispetto a quella spagnola. Si continua a dire che al Napoli manca la determinazione, la combattività. E facendo questo si attribuisce la responsabilità soprattutto ai giocatori.
È una visione troppo parziale.
Gli errori individuali hanno il loro peso ma quello che si palesa puntualmente è la sensazione di una inadeguata preparazione alla partita. Il Napoli gioca come se l’avversario fosse sempre lo stesso.
L’allenatore in campo urla per cambiare quello che oramai non può più essere modificato, la prova di questo è riscontrabile nell’altalena di prestazioni che la squadra offre costantemente tra i due tempi.
Poi ci sono i pre e i dopo partita, dove tanti fanno sfoggio della loro preparazione in tema di sceneggiata, quella che una volta veniva attribuita ai soli napoletani ma che si vede ha fatto proseliti ovunque.

In questa stagione, complice anche la sfortuna che quando le cose vanno male non manca mai, i passi indietro sono stati tanti. Si pensava che la recente vittoria sulla Juventus potesse produrre una svolta. Ed invece era solo una rondine spelacchiata che non ha fatto primavera.
Ora il tempo e la possibilità di rimettere in piedi la situazione ci sarebbe, tutto dipende dalla gara di stasera prevista alle 18.55, un po’ tardi rispetto al classico orario tanto caro agli iberici per le loro corride.
Una volta tanto la corrida dovrà metterla in campo il Napoli. Niente sorrisi, nessun indugio e soprattutto nessun commento sul gioco. Serve vincere, facciamo per una volta nostro il motto bonipertiano: “Vincere non è importante ma è l’unica cosa che conta”
Ed allora alcuni suggerimenti.
Per Gattuso: non urlare a bordo campo, le fa male e poi non serve!
Per la squadra: date una legnata agli spagnoli che troppo spesso hanno eliminato il Napoli dopo la fase a gironi in Europa!
Per il presidente: si esponga prima della gara. Vada ai microfoni, faccia una dichiarazione di sostegno totale!
Si può ancora rimediare. È difficile ma si può fare.
Verrebbe da dire che si deve fare, senza se e senza ma. Il Napoli è superiore al Granada anche perché gli andalusi non sono né il Real Madrid, né l’Atletico Madrid e neanche il Barcellona.
Tutta la società abbandoni il letargo nel quale è piombata.
“È primavera, svegliatevi bambine”!

pubblicato su Napoli n. 34 del 25 febbraio 2021