Benevento-Bologna: Pippo contro Sinisa

Benevento-Bologna: Pippo contro Sinisa

ASSALTO AL BOLOGNA

Benevento-Bologna: Pippo contro Sinisa

Il lavoro di Vigorito e Saputo che con due tecnici bravi stanno costruendo squadre solide che sappiano divertire

di Marco Boscia

Terzo impegno ravvicinato per il Benevento. Dopo l’esaltante vittoria di Genova in rimonta contro la Samp e la sfida all’Inter in casa nel turno infrasettimanale, domani, ore 15.00 al Vigorito, i sanniti affronteranno il Bologna in una gara complicata con in palio 3 punti fondamentali. Gli uomini di Inzaghi cercheranno di vendere cara la pelle per provare a non perdere importanti punti salvezza prima della sosta delle nazionali visto che alla ripresa dovranno poi confrontarsi con la Roma all’Olimpico ed in casa con il Napoli. Non sarà semplice perché di fronte ci sarà un Bologna che, dopo aver perso contro il Milan all’esordio sotto i colpi inferti da Ibrahimovic ed aver affrontato nel derby emiliano il Parma, non ha nessuna intenzione di lasciare per strada punti preziosi. Mihajlovic vuole cercare difatti di raggiungere presto una salvezza tranquilla provando poi magari a spingere i suoi, trovando continuità di rendimento e risultati, a puntare anche ad un piazzamento più nobile del dodicesimo posto della scorsa stagione.

Il precedente

Seconda giornata di campionato. 26 agosto 2017. Prima storica partita in Serie A del Benevento dinanzi al proprio pubblico. I sanniti, allenati da Marco Baroni, furono battuti di misura dal Bologna di Roberto Donadoni. Primo tempo a tinte giallorosse: Benevento vicino al vantaggio in avvio con Ciciretti, poi con capitan Lucioni e nel finale con Ceravolo che si fece ipnotizzare da Mirante. Ma al decimo della ripresa furono gli ospiti a passare in vantaggio con Donsah, bravissimo a liberarsi dalla marcatura avversaria e ad involarsi verso la porta di Belec che sul diagonale del centrocampista non potette far altro che vedere rotolare la palla in rete alle sue spalle. Bologna vicino al raddoppio prima con Verdi e poi con Di Francesco ma fu il Benevento a trovare il pareggio nei minuti di recupero con un colpo di testa di Lucioni. L’urlo di gioia della tifoseria sannita si spense pochi istanti dopo quando, con l’ausilio del Var, il direttore di gara Calvarese annullò la rete.

La società emiliana

Joey Saputo, canadese di origini italiane, proprietario anche del Montreal Impact, figlio di Emanuele, fondatore della Saputo Incorporated, una delle maggiori industrie di latticini del nord America, ha fatto parte della cordata di imprenditori americani, guidata da Joe Tacopina, che il 14 ottobre 2014 ha rilevato la società calcistica Bologna. Dopo le dimissioni di quest’ultimo, Saputo, dal 20 settembre 2015, ne è restato l’unico proprietario.

Il trio di Saputo

Riccardo Bigon, Walter Sabatini e Marco Di Vaio. Rispettivamente direttore sportivo, coordinatore aree tecniche e capo-scouting dei rossoblù. Sono loro i tre dirigenti a cui Joey Saputo, pochi mesi fa, ha scelto di rinnovare la fiducia per gli anni a venire per perseguire l’obiettivo di costruire una squadra forte e con un progetto duraturo nel tempo. I tre, con entusiasmo, unione d’intenti, solidità e, assieme ad un uomo come Sinisa Mihajlovic in panchina, che nell’ultimo anno ha dimostrato un coraggio, una determinazione ed una forza di volontà fuori dal comune, sono riusciti a trovare una sintonia perfetta che il numero uno del Bologna si augura possa dare i suoi frutti a partire già da questa stagione.

La grinta dei due tecnici

Benevento contro Bologna è ovviamente Inzaghi contro Mihajlovic. Il tecnico sannita, due stagioni fa alla guida dei rossoblù, dopo 21 partite e due sole vittorie, venne sollevato dall’incarico dal presidente Saputo a seguito della pesante sconfitta interna per 0-4 contro il Frosinone e rimpiazzato da Mihajlovic. Nelle restanti 17 gare il serbo seppe risollevare il Bologna dal terzultimo posto lasciato in eredità da Inzaghi chiudendo la stagione in decima posizione. Ma a credere in Superpippo l’anno successivo fu Oreste Vigorito, presidente del Benevento, che scommise sull’ex attaccante del Milan e della nazionale che aveva invece fatto benissimo sulla panchina del Venezia prima dell’esperienza in Emilia. Inzaghi ha saputo ripagare la fiducia di Vigorito dominando il campionato di B dalla prima all’ultima giornata e guadagnandosi la riconferma sulla panchina campana. Domani quella fra i due tecnici sarà quindi una sfida nella sfida. Nessuno dei due ha intenzione di uscirne sconfitto.

Gli uomini chiave

Sia da una parte che dall’altra a fare la differenza potrebbero essere i reparti offensivi. Inzaghi potrebbe affidarsi ancora ad un sorta di tridente con Moncini punta centrale ed alle sue spalle Caprari affiancata da Sau o Insigne ma potrebbe anche optare in partenza per un attacco a due con la coppia tutta nuova formata da Caprari-La Padula. Mihajlovic invece dovrebbe affiancare all’esperienza dell’argentino Palacio la vivacità e la voglia di fare del gambiano Barrow. Attenzione però anche alle sorprese e agli uomini che potrebbero risultare decisivi fin dall’inizio o subentrando dalla panchina. Se da un lato la difesa rossoblù dovrà prestare grossa attenzione a Moncini, Sau ed Insigne, dall’altro il reparto arretrato del Benevento non dovrà sottovalutare i grattacapi che Soriano, Orsolini e Santander potrebbero essere in grado di creare a Glik e compagni.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

È il momento di Victor Osimhen

È il momento di Victor Osimhen

FRAMMENTI D’AZZURRO

È il momento di Victor Osimhen

Il Napoli aspetta il primo gol del nigeriano. Per Gattuso è arrivato anche il momento di scegliere tra Meret-Ospina

di Giovanni Gaudiano

Sei punti con otto reti fatte, nessuna subita e sei marcatori diversi. Questa la situazione dei numeri che contano dopo due partite giocate dal Napoli.
Cosa significano questi numeri? Come vanno letti pensando alla stagione?
Sono importanti per la classifica ed anche per gli avversari che gli azzurri hanno incontrato. Nello scorso campionato la squadra azzurra ha lasciato molti punti proprio nei confronti con queste squadre e quindi oggi si può dire che ci sia stato un miglioramento.
Per quanto riguarda la stagione non bisogna farsi illusioni, è troppo presto. C’è molto da lavorare, ci sono molti nodi da sciogliere.
Lo stesso Gattuso ha onestamente dichiarato che se non fosse arrivato contro il Genoa, proprio all’inizio della ripresa, il raddoppio avrebbe rivisto lo schieramento cercando un maggiore equilibrio in campo per la sua squadra. Ha ragione il tecnico del Napoli. Attaccare è entusiasmante e segnare lo è ancora di più ma la perdita di equilibrio, delle misure tra i reparti in campo porta a correre troppi rischi soprattutto in difesa.
In ogni caso domani sera allo Stadium ci sarà il primo momento di verifica ad un certo livello. Il Napoli aspetta il primo gol di Victor Osimhen.

Gattuso e Pirlo saranno di fronte come sulla nostra copertina e da vecchi amici si daranno battaglia senza escludere nessun colpo, soprattutto dopo il pareggio dei bianconeri all’Olimpico.
Per parte nostra in questo numero abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul ruolo del portiere, sulla sua importanza nell’economia della squadra. L’argomento scelto è legato anche al dualismo venutosi a creare tra Meret-Ospina. Anche questo è uno dei punti che Gattuso dovrà dirimere quanto prima. La nostra posizione è chiara da tempo ed in questo numero viene avvalorata dai pareri di Zoff e del collega del “Corriere dello Sport” Antonio Giordano: non ci sono dubbi, Meret è il presente ed il futuro per questa squadra.
Il friulano come il collega novarese del Benevento Lorenzo Montipò, al quale abbiamo dedicato la copertina della nostra edizione distribuita nel Sannio, sono due giovani che alimentano la tradizione della scuola dei portieri italiani. Montipò, all’esordio in serie A contro la Sampdoria, ha già pagato lo scotto della prima volta senza recare danni e sappiamo che sta allenandosi da un po’ di tempo per migliorare il suo gioco palla a terra. Pensiamo sia necessario sostenere questi due giovani per le loro qualità professionali e per la serietà e le qualità morali mostrate sin qui e crediamo che gli stessi compagni di spogliatoio debbano impegnarsi per primi in questo senso.

pubblicato su Napoli nr. 31 del 03 ottobre 2020

Furia e l’importanza del caratterista

Furia e l’importanza del caratterista

Giacomo Furia

SCAFFALE PARTENOPEO

Furia e l’importanza del caratterista

Francesca Crisci racconta in un libro edito da Graus Giacomo Furia dal punto di vista professionale e privato

di Lorenzo Gaudiano

Non si può consegnare all’oblio un personaggio come Giacomo Furia. Nella sua carriera tra mondo teatrale e cinematografico è vero che il ruolo di protagonista gli sia toccato poche volte, ma il suo protagonismo in realtà si è sempre fondato sulle sue grandi capacità da attore caratterista. Un ruolo apparentemente secondario che richiede qualità innate, una forza interpretativa non comune che nel corso degli anni l’attore originario di Arienzo ha saputo sempre rivestire in maniera eccellente e che purtroppo non gli ha donato la giusta fama.
Con il suo libro “Giacomo Furia. Vita e carriera di un attore caratterista”, edito da Graus Edizioni, la giornalista Francesca Crisci ha voluto ricostruire dal punto di vista pubblico e privato il percorso di un artista che merita di essere ricordato in maniera indelebile insieme a tanti protagonisti del mondo cinematografico e teatrale napoletano.

Alla base del tuo interesse per Giacomo Furia ci sono stati solo motivi didattici oppure altro?

«Durante il mio percorso di studi triennale all’università sostenni un esame di Storia del cinema che naturalmente non prevedeva in programma Giacomo Furia. Nonostante questo al mio relatore proposi come argomento per la tesi di laurea un approfondimento su questo personaggio per il quale avevo un forte interesse personale. Quando ero piccola abitavo a San Felice a Cancello, paese limitrofo a quello di Arienzo dove è nato l’attore caratterista. Mio padre me ne parlava in continuazione guardando i suoi film. A distanza di anni ho sentito la necessità di approfondire le mie conoscenze in merito, realizzare un lavoro che naturalmente riconoscesse a Furia quella rilevanza che non sempre gli è stata riservata nella maniera più opportuna».

Da tesi di laurea a libro, quando hai maturato l’idea di questa trasformazione?

«Nel 2019 ad Arienzo è stato inaugurato il museo-cineteca a lui dedicato. Pensai che potesse essere un’occasione propizia per riprendere in mano quella ricerca avviata all’università ed integrarla con ulteriori contributi. Ne è venuto fuori un libro che offre una visione completa su questo personaggio dal punto di vista sia professionale che privato».

Parlando di Furia viene naturale chiedere quanto sia importante il ruolo dell’attore caratterista nella dinamica di uno spettacolo teatrale o di un film?

«È di fondamentale importanza. Senza i personaggi secondari non esisterebbero azioni, sketch teatrali. Al cinema come a teatro ci sono sicuramente delle gerarchie ma naturalmente la rilevanza del primo attore oltre a venire fuori per le sue qualità artistiche beneficia anche della collaborazione degli attori secondari. Se non fosse così, ci si troverebbe di fronte ad un monologo, ad una tipologia di rappresentazione completamente diversa».

L’autrice del libro Francesca Crisci
Carlo Verdone qualche anno fa ha dichiarato che oggi è difficile creare quei prodotti cinematografici di un tempo dove impiegare i caratteristi, considerati in via d’estinzione. Come spieghi questo fenomeno?

«Verdone ha espresso un suo pensiero riguardante il cinema italiano in generale. Essendo partenopei, a teatro come al cinema il caratterista è sempre esistito e continuerà ad esserlo. L’esempio più efficace per chiarire questo concetto si può ricavare dal film “Benvenuti al Sud”. Tra i personaggi c’è il signor Scapece (interpretato da Salvatore Misticone, ndr) individuabile come attore caratterista per i tratti somatici, il modo di parlare e di gesticolare».

Si può paragonare l’importanza del caratterista con quella riconosciuta oggi agli attori non protagonisti nel cinema?

«Assolutamente sì. Nel mio libro scrivo ad un certo punto che è proprio dalla figura del caratterista nel mondo teatrale e nella commedia cinematografica che in un certo senso sarebbero scaturiti i premi riconosciuti nel cinema attuale agli attori non protagonisti. Parliamo sicuramente di un raggio più ampio ma ciò conferma come in un film tutti i personaggi abbiano la loro importanza».

Secondo te quali sono state le sue migliori interpretazioni?

«I film dove ha ricoperto il ruolo di protagonista, quindi “La banda degli onesti” e “L’oro di Napoli”. Nella sua interpretazione ha comunque mantenuto i tratti del caratterista, naturalmente il suo marchio di fabbrica».

Chiudiamo con una considerazione sul museo che Arienzo gli ha dedicato.

«Era inevitabile omaggiare un grande attore come Furia. Tra l’altro molti non lo conoscevano e non mi riferisco soltanto ai più giovani ma anche ad esempio a tanti quarantenni e cinquantenni. Aver allestito un museo nel paese in cui è nato, anche se per casualità visto che ha sempre vissuto tra Napoli e Roma, è stata anche una opportunità per Arienzo di rivendicarne l’appartenenza, considerato il suo grande prestigio ed il suo attaccamento al paese natale. L’iniziativa che fa parte del progetto “Terra’nnaMurata”, voluta dall’amministrazione comunale capitanata dal sindaco Davide Guida, mi ha offerto anche l’opportunità di guidare per quattro giorni le visite al museo in cui spiegavo ai visitatori i cimeli, le foto e gli oggetti esposti donati dal figlio Filippo».

IL RICORDO

Filippo Furia ricorda suo padre

Parlare esclusivamente della carriera di Giacomo Furia e della sua importanza a livello cinematografico e teatrale potrebbe essere riduttivo, per certi versi banale, poco interessante. Non c’è cosa più bella di scoprire come un personaggio sia al di fuori del palcoscenico, per raccontarne gli aneddoti, le storie più curiose e conoscerne qualche lato inaspettato. Chi meglio di Filippo Furia, figlio di Giacomo, che ha curato la postfazione del libro di Francesca Crisci, può aiutare in questa splendida avventura.

Suo padre è stato un personaggio importante a livello teatrale e cinematografico. Anche lei ha coltivato questa sua passione oppure si è dedicato ad altro?

«No, il sacro fuoco non ardeva dentro di me anche se tutta la mia infanzia e gran parte dell’adolescenza è stata vissuta ascoltando storie di teatro, di persone e personaggi, di progetti riferiti alla prossima stagione. Da giovanissimo cercavo di seguire con curiosità ma senza mai sentirmi coinvolto appieno, di quel mondo brillante per i più io stavo cominciando a conoscere la faccia nascosta che emergeva con forza al di là delle chiacchiere. Ed era un mondo che facevo fatica ad accettare per le sue difficoltà, per i sacrifici che sembrava richiedere, in fondo per la sua normalità. Oggi riesaminando le mie scelte, mi chiedo se alla fine pure il serioso o serissimo mondo del credito, dove ho operato per tutta la mia vita lavorativa, non possa o non debba essere considerato alla stregua di un grande palcoscenico sulle cui tavole ogni attore alla fine cerca solo una cosa: l’applauso del suo pubblico».

Tra pubblico e privato la figura di suo padre rimaneva sempre la stessa oppure c’era qualcosa di diverso?

«Non credo sia mai esistito un Giacomo Furia pubblico in contrapposizione ad uno privato. In ogni ambito lui si manifestava sempre per come era, una persona semplice e normale, al limite timido e schivo, ma sempre fermo e tenacemente ancorato ai valori che gli erano stati trasmessi da una educazione familiare tradizionale, da una mamma matriarca e da un padre idealista e, lui sì, attore in pectore. Ma il dato che a mio giudizio meglio caratterizza mio padre è il suo essere sempre estremamente rigoroso fino a diventare in alcuni casi quasi rigido, e qui è proprio il figlio che parla, che però non sconfinava mai nella prevaricazione».

Come viveva lei dall’esterno il rapporto professionale che Giacomo Furia aveva con personaggi illustri come Eduardo, Peppino e Totò?

«Consideravo queste persone attori famosi certo ma li sentivo e li vivevo maggiormente come persone. Non ho memoria di episodi particolari legati alla mia crescita derivante dalla frequentazione di questa gente famosa se non forse uno che è rimasto inciso dentro di me e credo che sia facilmente comprensibile il perché. Durante la lavorazione de “L’oro di Napoli” alla Mostra d’Oltremare papà mi portò sul set e con un bacio feci la conoscenza di… Sophia Loren».

Che emozione ha provato quando ha avuto tra le mani il libro dedicato a suo padre?

«Inutile negare che sia stato un momento di grossa emozione. Subito mi balenò una domanda: cosa avrebbe pensato lui! Certamente sarebbe arrossito, certamente avrebbe pronunciato centinaia di volte la parola grazie, avrebbe forse anche ceduto a qualche lacrimuccia perché il suo pensiero sarebbe andato alla moglie, alla sua compagna di vita cui forse avrebbe sussurrato: “Ci sei anche tu in queste pagine, ci sono i nostri sacrifici in qualche modo oggi ripagati”. Ritrovato anche io l’equilibrio, ho pensato che quello forse era il modo più bello per dare significato e valore alla sua carriera, quasi a compensare la mancanza nel suo palmarès di qualsiasi titolo o premio, vuoto cui faceva ora da supplenza l’affetto prima di Napoli e poi della sua città natale che si stringevano nel suo ricordo tributandogli l’onore più grande con il ricordo e la memoria».

È gratificante vedere una giovane studentessa che ha scelto a suo tempo di elaborare una tesi di laurea sulla figura di suo padre ed interessarsi a qualcosa che oggi praticamente non esiste più?

«Francesca merita grande affetto, quell’affetto che è riuscito a trasfondere nelle sue pagine nei confronti di mio padre, nei confronti della sua martoriata terra nel tentativo di creare un ideale passaggio di testimone tra generazioni utilizzando come strumento quello che ai più appare solo come un momento ludico. Ho sempre pensato che tra un frizzo e un lazzo in quei film si scrivesse un pezzetto della nostra storia, una raccolta di fotogrammi sul come eravamo o forse meglio sul come erano i nostri padri. Io credo che Francesca sia stata mossa da una grande curiosità, da un orgoglioso senso di appartenenza e nelle pagine che scorrono veloci ciascuno può ritrovare un frammento di vita con la leggerezza di un sorriso».

Non c’è modo migliore per mantenere vivo il ricordo di un personaggio che dedicargli un museo…

«Qui è più che dovuto il grazie alla città di Arienzo, alla sua gente, alle sue istituzioni, al sindaco Guida che tanto si è adoperato per la realizzazione di quella che sembrava un’utopia. L’augurio che mi sento di formulare è che tale iniziativa rimanga sempre viva e attiva, che adempia al suo mandato di trasmettere chi eravamo coinvolgendo sempre e soprattutto i giovani, ampliando l’offerta formativa, coinvolgendoli nell’approfondimento curioso del loro mondo. Tutto è iniziato con il piede giusto e ancora da parte mia un ringraziamento all’istituto d’arte di Maddaloni, che si è a suo tempo inserito splendidamente nel progetto dedicando una mostra a papà autoprodotta dagli studenti. A loro Cardone avrebbe detto…»

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

IL NAPOLI DI BENITEZ

Lo spagnolo e il suo calcio internazionale

L’arrivo di Benitez e di tanti eccellenti giocatori ed il progetto interrotto per la difficoltà della società di attuare il programma

di Bruno Marchionibus

La rivoluzione del 2013

C’è un momento spartiacque nella storia recente del Napoli che ha fatto assurgere la società partenopea da club di ottimo livello in Italia a vera e propria realtà europea. È l’estate del 2013, quando gli addii di Mazzarri e di Cavani pongono fine a un ciclo che ha riportato gli azzurri a competere per la vetta in campionato e ad alzare la Coppa Italia del 2012. Quel Napoli ha fatto innamorare i tifosi per grinta e capacità di non mollare mai, ma il presidente De Laurentiis ha un’intuizione delle sue: bisogna compiere una vera e propria rivoluzione, un cambio di mentalità per permettere alla squadra di affermarsi stabilmente anche fuori dai confini nazionali, facendo in modo che la grande Champions disputata l’anno precedente non resti un episodio isolato, e di portare a termine quel processo di internazionalizzazione che vuol dire crescita non solo sportiva ma anche economica. ADL individua l’uomo giusto per realizzare questo progetto in Rafa Benitez, fresco trionfatore dell’EL col Chelsea, e che a Valencia e Liverpool considerano una divinità per aver vinto, rispettivamente, due volte la Liga e la Coppa dei Campioni del 2005. Il tecnico è un tipico manager all’inglese che non si ferma al campo da gioco ma ha una visione a 360° della gestione di un’azienda calcistica. Personalità forte quella del tecnico castigliano, che si cala immediatamente nella realtà napoletana con parole d’affetto per la città, e che porta in dote con sé una serie di calciatori che saranno poi l’ossatura degli azzurri per molti anni. Nella sua idea “europea” di come costruire una squadra, gli elementi che approdano all’ombra del Vesuvio grazie ai milioni della cessione di Cavani saranno le tessere di un 4-2-3-1, modulo forse non adatto a tutti i giocatori già presenti in rosa ma sicuramente più propositivo e “moderno” del coriaceo 3-5-2 su cui il Napoli si affidava sin dalla Serie B.

Progettualità, turnover e trofei

Per la prima volta, infatti, il Napoli fa mercato acquistando top player già affermati. Veste l’azzurro Pepe Reina, fedelissimo di Benitez a Liverpool. Arrivano dal Real Madrid Albiol, Callejon e, per sostituire Cavani, Higuain, ognuno dei quali farà a modo suo la storia del Napoli. E c’è un ragazzo belga che in quel momento sembra un acquisto di secondo piano, e invece diventerà per sempre uno dei figli prediletti della città: Dries Mertens. Sono loro, assieme a Hamsik ed Insigne, a Ghoulam e Jorginho che sbarcheranno in Campania il gennaio seguente ed a Koulibaly che sarà acquistato invece l’anno successivo, che saranno qualche anno dopo i protagonisti del campionato dei 91 punti in cui il Napoli andrà vicino come mai prima alla conquista del suo terzo titolo.
La progettualità, d’altronde, è una delle qualità principali di un manager come Rafa Benitez, bravissimo a selezionare i giocatori giusti per far crescere un team che non gode delle stesse possibilità finanziarie delle rivali, ed a attrarli a Napoli grazie al suo carisma ed al fascino del suo palmarés. Con l’allenatore spagnolo, poi, non ci sono gerarchie definite a priori, Benitez amministra la rosa secondo il credo del turnover, e per lui non esistono titolarissimi e riserve, visione quest’ultima che invece era stata uno dei motivi di polemica tra ADL e Mazzarri e che lo sarà poi tra il presidente e Sarri. E grazie a questa visione, che pur non sempre porterà a prestazioni e risultati entusiasmanti, Benitez riesce in due anni a regalare all’albo d’oro partenopeo una Coppa Italia ed una Supercoppa, trofei mai banali per una squadra che meno di dieci anni prima si trovava a lottare per risalire dall’inferno della Serie C e che danno ragione alla scelta di De Laurentiis di affidarsi allo spagnolo.

Un addio a denti stretti

Dopo due anni, tuttavia, il percorso di Rafa Benitez in riva al Golfo, che nelle intenzioni e nelle dichiarazioni del primo anno avrebbe dovuto durare ben di più, si interrompe, col mister iberico che siederà sulla panchina del Real Madrid e De Laurentiis che sceglierà di intraprendere una strada ben diversa scommettendo sull’emergente Sarri. La decisione di separare il proprio cammino da quello del club partenopeo dello spagnolo, tuttavia, prescinde dalla chiamata di Perez e affonda le sue radici, probabilmente, già dodici mesi prima di quest’ultima. La differenza di vedute tra il tecnico e la presidenza, nonché le difficoltà di convivenza tra due personalità che si stimano ma che senza dubbio sono entrambe forti, si palesano infatti già nell’estate che precede il preliminare Champions col Bilbao. Benitez vorrebbe rafforzare l’organico per arrivare pronti a quell’appuntamento, ed in particolare chiede alla società di trattenere Reina, che invece andrà al Bayern e tornerà in azzurro nella stagione seguente, mentre ADL per investire vuole aspettare la certezza di partecipare alla Coppa; partecipazione che, poi, con l’eliminazione del San Mames resterà un miraggio. E poi ci sono le divergenze di opinioni riguardo alle strutture sportive della società e l’importanza del settore giovanile, punti forti del “programma” di Rafa sin dal primo giorno a Castel Volturno, ma che ancora oggi, a distanza di anni, sono lontani da ciò che il tecnico castigliano aveva proposto.
Quella seconda stagione targata Benitez, che pure vivrà della grande soddisfazione di alzare la Supercoppa al termine di un’incredibile serie di rigori con la Juve, risentirà in parte dello strano clima che a un certo punto si creerà attorno alla squadra, e si concluderà con la qualificazione in Champions mancata per un soffio (e per un rigore) e la finale di Europa League non raggiunta per poco e l’addio del castigliano. I rapporti tra le parti, ad ogni modo, resteranno sempre buoni; se è vero che chi arriva a Napoli non può che piangere quando riparte, è anche vero che i risultati che gli azzurri raggiungeranno negli anni successivi poggeranno le loro basi proprio sul lavoro da manager oltre che da allenatore di Rafa Benitez.

I pensieri di Benitez su Napoli

“Napoli per me è una città straordinaria, che soddisfa in pieno le mie esigenze. Io sono un uomo di calcio, e Napoli è forse la città al mondo in cui il calcio si vive in maniera più intensa

“Conosco la storia della città e cosa succede in Italia, come si guarda la città e come si guarda la squadra. Per tutte queste cose, farà più piacere fare le cose per bene perché tutto assumerà un valore più importante

“Sarei andato via da Napoli anche senza la chiamata del Real Madrid. Per lavorare insieme e farlo bene bisogna essere tutti convinti, al 100 per 100. Era il momento giusto per cambiare, per me e anche per la società

“Sono un amante dell’arte. E Napoli da questo punto di vista è una miniera, ci sono cose straordinarie da vedere, forse neanche i napoletani sanno quanto è bella e quanto è ricca la loro città. Mi piacerebbe dare il mio piccolo contributo per far conoscere al mondo la vera immagine di
Napoli

pubblicato su Napoli n.30 del 19 settembre 2020