Il Napoli e la strategia dei portieri

Il Napoli e la strategia dei portieri

L’APPROFONDIMENTO

Il Napoli e la strategia dei portieri

Due primi portieri per Gattuso che stenta a dare fiducia al giovane friulano talentuoso Meret scegliendo il colombiano Ospina

di Francesco Marchionibus

Anche in questa stagione, come nelle due precedenti, sembra proprio che il Napoli vedrà alternarsi tra i pali il “predestinato” Meret e l’esperto Ospina.
Abilità nel gioco con i piedi, personalità e capacità di guidare la difesa sono le doti che l’allenatore riconosce al portiere colombiano in contrapposizione al diffuso riconoscimento di una classe innata, di una cura dei fondamentali, di una grande freddezza e di un’esplosività che il giovane friulano può contrapporre nel duello per il posto da titolare.
Si tratta di due portieri di grande valore, che formano una tra le migliori coppie della Serie A, tanto che la società azzurra per assicurarsene le prestazioni ha effettuato due anni fa un investimento importante, prelevando Meret dall’Udinese per 26 milioni in un’operazione complessiva con l’ingaggio anche del greco Karnezis e Ospina dall’Arsenal per 3,5 milioni.
Con Alex (che ha 23 anni) il Napoli ha fatto un acquisto valido per il presente ma anche e soprattutto per il futuro, assicurandosi uno dei portieri in prospettiva più forti d’Italia e non solo, che grazie alle sue qualità vedrà crescere ulteriormente anche il proprio valore di mercato: un ottimo investimento quindi dal punto di vista tecnico ma anche, come spesso accade per la società azzurra, da quello economico.
Ospina è invece considerato il classico “usato sicuro”, un giocatore di esperienza (32 anni) destinato nei piani della società a fare da “chioccia” al collega più giovane nonostante non abbia nei fondamentali del ruolo il suo punto forte. Per il valore dei giocatori, e considerando le cifre in circolazione, anche gli ingaggi corrisposti ai due estremi difensori (1,8 mln a Meret e 2,5 mln a Ospina) contribuiscono a rendere il loro acquisto un buon affare.
Alle spalle dei due titolari, che peraltro sono molto amici e vivono con grande sportività il loro dualismo, quest’anno il giovane Contini ha sostituito come terzo portiere il greco Karnezis, ceduto al Lille nell’ambito dell’affare Osimhen.
La partenza dell’ex Udinese è stata una operazione dettata da esigenze di bilancio più che tecniche, visto che oltre a ridurre lievemente il monte ingaggi (stipendio di 0,8 mln per Karnezis e 0,5 mln per Contini) ha assicurato al Napoli una discreta plusvalenza (cessione per 5 milioni, nonostante il greco non abbia praticamente mai giocato, a fronte di un valore residuo a bilancio di circa 0,5 mln).
L’avvicendamento nel ruolo di terzo portiere del Napoli porta con sé anche un altro dato positivo: con Nikita Contini (24 anni) ci si affida a un giovane estremo difensore proveniente dal vivaio azzurro, che si è già messo in buona luce nelle serie inferiori (quasi 120 partite tra B e C) e che con l’ingresso nella rosa di prima squadra potrà soltanto accrescere la propria cifra tecnica e il proprio valore di mercato.

Si tratta di un aspetto importante, soprattutto se si considera che negli ultimi anni le squadre italiane si sono rivolte sempre più a giocatori stranieri anche per ricoprire il delicatissimo ruolo del portiere, con la conseguenza che, soprattutto a certi livelli, per i giovani estremi difensori di scuola italiana si sono sempre più ridotte le opportunità di mettersi in mostra. E questo nonostante per storia e tradizione la nostra “scuola” dei portieri sia probabilmente la migliore al mondo.
Se inizialmente sono state soprattutto le grandi del nostro campionato a fare ricorso ai portieri stranieri, quasi sempre di alto livello, oramai quasi tutte le squadre schierano, come titolari o come riserve, numeri uno provenienti da oltreconfine.
Nello scorso campionato tra le prime sette classificate solo Atalanta e Milan hanno avuto tra i pali un titolare italiano, il Napoli come sappiamo ha alternato Meret ed Ospina, mentre la Juventus, l’Inter e le romane si sono affidate a portieri stranieri.
Attualmente sui sessanta portieri delle venti compagini di serie A ben 24 sono stranieri, e solo in cinque squadre tutti e tre gli estremi difensori in rosa sono italiani.
Tra i portieri acquistati all’estero ci sono grandi campioni e ottimi giocatori che possono innalzare il livello qualitativo delle loro squadre. Spesso però arrivano nel nostro campionato giocatori “normali”, ai quali di certo molti giovani portieri provenienti dai settori giovanili delle nostre società hanno poco da invidiare.
Estremi difensori come Gollini, Cragno, Montipò, Audero e i più esperti Sepe, Silvestri e Cordaz sono l’esempio lampante di come la scuola italiana possa ancora produrre ottimi portieri se ai giovani vengono date fiducia e la possibilità di giocare e fare esperienza.
E la scelta della società azzurra di puntare su Meret (anche se per ora in alternanza con l’esperto “El patron” Ospina) va considerata proprio in questa ottica.
Una scelta onerosa, se si pensa che il giovane friulano del Napoli è il portiere di Serie A che è costato di più, e che testimonia come la società azzurra creda ciecamente nelle sue potenzialità. Ma anche una scelta oculata, visto che recentemente l’osservatorio calcistico del CIES ha inserito Meret al decimo posto, primo tra gli italiani, nella classifica mondiale dei portieri con il valore di mercato più alto.
Il futuro insomma inevitabilmente è di Alex e speriamo che lo viva il più a lungo possibile nella nostra squadra per riprendere la tradizione dei grandissimi portieri italiani che hanno vestito la maglia del Napoli e della nazionale, come il campione del mondo Giuseppe Cavanna, Ottavio Bugatti, il “Giaguaro” Castellini e soprattutto l’immenso Dino Zoff.

pubblicato su Napoli nr. 31 del 03 ottobre 2020

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

SCAFFALE PARTENOPEO

“Più che amiche” di Silvana Rinaldi

Un racconto illustrato per spiegare anche ai più piccini che la scrittura è uno strumento per “sentirsi vicini anche stando lontani e diventare amici”

di Marina Topa

“Più che amiche” è un libro per bambini scritto e disegnato interamente da Silvana Rinaldi, un’insegnante di filosofia in un liceo napoletano. Spontanea sorge una curiosità: cosa spinge una prof del liceo a scrivere una storia che permetta ai più piccini di comprendere come la scrittura, e di conseguenza la lettura, possano diventare uno strumento “per coltivare legami affettivi nonostante la distanza”.
La storia narra di una bambina africana che, per imparare la nostra lingua, scrive delle lettere ad una bambina italiana alla quale gliele legge la madre. Inizia così una corrispondenza tra le due e riescono a conoscersi molto bene perché, si sa, molto spesso la scrittura permette di aprire il proprio cuore meglio dei colloqui in presenza… cresce nelle due amichette il desiderio di conoscersi di persona. La mamma della piccola italiana riuscirà ad accontentarle? Non lo diciamo qui per non sminuire l’interesse per la lettura del racconto (tra l’altro il testo è bilingue italiano/inglese)!
Certamente non è un caso che Silvana abbia realizzato questo libro proprio in questo momento storico in cui il Covid la fa da padrone imponendo il distanziamento sociale anche ai bambini che, ovviamente, più ancora delle altre fasce d’età, hanno difficoltà ad accettarlo e realizzarlo perché contro natura.
Ed è questa curiosità che ci spinge a chiedere all’autrice come mai si è accostata alla letteratura per l’infanzia; scopriamo così che ha insegnato per alcuni anni nella scuola dell’infanzia e poi alla primaria. La sensibilità sviluppata verso le problematiche infantili e l’amore che ha vissuto negli anni di lavoro con i bambini sono rimasti vivi in lei.

Grazie alla scrittura di racconti per bambini sei riuscita a non distaccarti dal mondo dell’infanzia; ti sei anche perfezionata come disegnatrice. Ci racconti la motivazione che ti ha spinto ad intraprendere questo percorso?

«Ho cominciato a lavorare con i bambini appena diplomata all’Istituto Magistrale. Mi ero iscritta all’Università, alla Federico II, a filosofia, la mia passione. Mentre studiavo per gli esami del primo anno, vinsi il concorso per la scuola dell’Infanzia e mi trovai catapultata – così mi sentivo-, prima di compiere vent’anni, in una classe di bambini dai tre ai cinque anni. La mattina andavo a scuola e il pomeriggio seguivo i corsi all’università. Fu un periodo difficile tra studio e lavoro. Mano a mano che passava il tempo, il rapporto con i piccoli mi piaceva sempre di più, imparai a osservarli e ad ascoltarli. Era bello organizzare laboratori di pittura, farli parlare in cerchio, leggere storie per loro. Quando dopo qualche anno passai alla scuola primaria, ero completamente appassionata al mio lavoro. Dopo la laurea, avrei potuto insegnare alle superiori le mie materie, storia e filosofia, ma sentivo che avevo ancora molto da imparare dai bambini».

Le tappe di questo percorso naturalmente non finiscono qui…

«Facevo parte del gruppo “Leggere per…” che curava un progetto che intendeva diffondere tra gli alunni il piacere della lettura. Fu durante uno dei workshop per docenti organizzati da “Leggere per…” a Napoli, che conobbi Livio Sossi, professore di letteratura per l’infanzia all’Università di Udine. Durante quel laboratorio, ci spiegò come scrivere una storia per l’infanzia, con testo breve e molte immagini, un albo illustrato in pratica. Ci mettemmo al lavoro seguendo le sue indicazioni e quando fu il momento di socializzare i nostri testi nel gruppo, il prof si mostrò molto interessato al mio. Mi incoraggiò a farne un albo utilizzando il testo che avevo scritto e producendo io stessa dei disegni. Nei giorni seguenti mi misi al lavoro, volevo provarci e realizzai il prototipo del mio primo libro. Quando il prof tornò a Napoli, glielo mostrai e lui continuò a incoraggiarmi, stavolta a pubblicarlo. Mandai il prototipo un po’ in giro per case editrici e fu pubblicato. Erano due volumetti “Non so leggere”e “Non so scrivere”. Lo presentò Livio Sossi in persona, da Guida Merliani. Era il 2005 e la maggioranza del pubblico era composta dai miei bambini e dalle loro mamme…»

Il libro fu un successo…

«Intanto, nei laboratori sulla lettura e scrittura organizzati a scuola, i bambini avevano prodotto un libro vero e proprio, con immagini create da loro e con traduzione anche in braille. Questo libro, che partecipò al concorso di Bordano per una fiaba illustrata, vinse il primo premio. Intanto io volevo scrivere per i bambini e volevo anche illustrare, perciò avevo bisogno di imparare e affinare la capacità pittorica, che avevo spontaneamente ma andava curata. Così cominciai a prendere lezioni di pittura e di illustrazione. Durante gli anni in cui ho seguito questi corsi, ho disegnato e dipinto tanto. A fine corso inviavo un prototipo di storia illustrata a tema, al concorso di Bordano, nel settore esordienti ricevendo menzioni d’onore e inserimento nel catalogo dei lavori.
La passione per il mondo dell’infanzia che mi ha spinto a scrivere e a illustrare tante storie per bambini non è finita quando sono passata a insegnare nelle scuole superiori storia e filosofia.
In realtà quello che mi interessa è proprio il rapporto educativo con i discenti poiché trovo che ci sia sempre da imparare. Trovo si impari molto dai propri alunni. Bisogna mettersi in ascolto e in osservazione e, soprattutto impostare un rapporto che passi necessariamente attraverso l’empatia e la relazione affettiva. Noi che veniamo dalla scuola primaria, ci siamo formati sui testi di Rodari, di Mario Lodi, di Don Milani, prima ancora che si diffondessero le letture di Goleman, Gardner e di tutta la psicosociologia più avanzata. E proprio da questi autori abbiamo imparato che senza emozioni e senza affetto, non è possibile alcun apprendimento. Ciò vale per i bambini come per gli adolescenti. Un’ultima cosa non meno importante: insegnare per me è stata ed è tuttora, una sorta di terapia. Io attraverso i miei alunni rivedo me stessa nelle varie fasi della mia vita ed è una sensazione bellissima perché mi fa sentire vicina a loro, mi fa essere una guida autorevole ma che nel contempo li accoglie e li comprende. Il mondo dell’infanzia e il mondo dell’adolescenza dunque continuano a essere una costante scoperta, e mi dicono tanto su me stessa e sulla mia storia».

pubblicato il 9 ottobre 2020

“Il romanzo appartiene al suo autore”

“Il romanzo appartiene al suo autore”

LE STORIE

“Il romanzo appartiene al suo autore”

Una conversazione con de Giovanni su quanto siano differenti i romanzi e le serie adattate per la televisione

di Giovanni Gaudiano

Libri, teatro, cinema, manifestazioni sportive e poi la vita di tutti i giorni che stenta a riprendere il suo ritmo normale. Tutto è stato toccato, modificato da quanto accaduto in questi mesi. Si è ripartiti ma nonostante le cautele, le rassicurazioni è diffuso un senso di disagio oltre che gli evidenti problemi di natura economico-finanziaria.
L’attività televisiva ha beneficiato delle lunghe giornate trascorse in casa ma anche in quel settore le produzioni sono state sospese ed ora finalmente vedono la luce.

Vedremo serie attese da tempo ma quello che sta per essere messo in onda è l’occasione per puntualizzare con un autore prolifico e sempre atteso come Maurizio de Giovanni cosa verrà fuori dallo schermo televisivo.

«Io faccio lo scrittore, le serie televisive sono una cosa carina ma non mi riguardano direttamente. Sono contento perché la condivisione delle storie è maggiore, però io scrivo i romanzi ed in questo senso le storie sono tutte uguali: Ricciardi, Sara, Mina ed i Bastardi sono tutte quante storie che per me sono importanti così come i personaggi, l’ambientazione, l’epoca in cui si svolgono. Non sono quindi le serie televisive che mi rendono più o meno affezionato ai miei personaggi. È importante che si capisca che il romanzo è dell’autore che si siede davanti al computer e scrive quello che vede, quello che sente, non c’è nessuna mediazione. La storia esce per come l’autore la vede. L’unico limite può essere rappresentato dalla capacità di scrittura che incide sui concetti che vuoi esprimere».

La conversazione con Maurizio de Giovanni inizia così.
L’autore più rappresentato del momento rivendica il suo lavoro perché non si confonda cosa vuole dire essere scrittore, essere capace di trasmettere attraverso il racconto quella partecipazione dell’autore alla vita dei suoi personaggi e di conseguenza poi la capacità del lettore di creare un contatto con la storia, immaginando volti, suoni e luoghi attraverso la lettura della pagine del romanzo. Certo la serie televisiva come nel caso dell’opere di de Giovanni finisce per fornire tanti particolari del personaggio immaginato ma in realtà senza il lavoro dello scrittore non esisterebbe nulla, non ci sarebbe la possibilità di dare forse una vita diversa rispetto a quella pensata a quei personaggi che finiscono per affollare le nostre serate passate in comodità in poltrona a casa, al teatro, al cinema.

E quindi per meglio chiarire il concetto diamo ancora spazio alle parole dell’autore che non sono una sorta di rivendicazione del suo lavoro, non ne avrebbe bisogno, ma più che altro una maniera di spiegare quello che abbiamo sotto gli occhi ma che a volte ci sfugge.

«Una serie televisiva come uno spettacolo teatrale, come un film è frutto del concorso di molte professionalità: registi, attori, direttori della fotografia, scenografi, sceneggiatori, costumisti, autori della colonna sonora, ognuno dei quali in maniera corretta e indipendente esercita la propria professionalità. Il prodotto finale nel caso del romanzo è unicamente il frutto della fantasia dell’autore, mentre nel caso della serie televisiva e degli spettacoli teatrali e cinematografici ci sono molte professionalità che contribuiscono a produrlo. Di fatto quell’opera diventa meno tua perché si discosta da quello che avevi in mente quando l’hai scritta, perché tutti gli altri che partecipano alla sua realizzazione con i vari dispositivi ci mettono del loro e finiscono per deviare dalla storia principale. La serie televisiva, una commedia al teatro o un film appartiene meno all’autore che l’ha scritta con diversi gradi di differenza perché per esempio nel caso del teatro c’è maggiore vicinanza a quello che hai scritto, perché al di là degli attori e della scena non si va mentre nella serie televisiva già cambiare i tempi della conversazione può cambiare il significato».

C’è un altro aspetto che vorrei chiarire con il tuo aiuto. In molti dicono che attraverso le serie televisive si finisce per mostrare una Napoli lontana dalla sua realtà perché magari troppo bella, più efficiente e diversa dagli stereotipi che invece le sono stati appiccicati addosso. Cosa ne pensi?

«Si potrebbe obiettare con facilità che la Napoli che viene fuori da Gomorra è troppo brutta. Diciamo che la nostra è una città mondo. È un universo, puoi cercare e trovare varie tipologie di ambienti, di panorami. Io racconto il centro storico con i Bastardi e rappresento una città che ha delle bellezze e delle bruttezze. Ci sono luoghi di difficile lettura sociale, come ad esempio il Pallonetto di Santa Lucia, i Quartieri Spagnoli e poi ci sono anche quei luoghi solari, più ampi e anche monumentali come Piazza Plebiscito e Santa Lucia. Noi sappiamo benissimo che la nostra è una città di conflitti e contraddizioni ed è sempre opportuno raccontarne una parte tenendo ben presente che non si tratta del tutto. Napoli in alcuni aspetti è abbagliante, incantevole e meravigliosa mentre in altri aspetti è buia, oscura e difficile. In fondo non c’è nessuno che possa dire la vera Napoli ve la racconto io. Non lo posso dire io, e neanche Roberto Saviano, Elena Ferrante, Diego De Silva, Valeria Parrella».

Soffermandoci un momento sui Bastardi, hai tratteggiato nel primo romanzo le figure dei personaggi principali proprio nelle note al testo, ora dopo dieci romanzi quale sarebbe la tua definizione, anche sintetica, aggiornata per ognuno di loro alla luce di tutte le storie che hanno attraversato le loro vite?

«I personaggi man mano che tu scrivi cambiano, perché le loro personali situazioni evolvono. Partendo da Luigi Palma, oggi direi che la sua figura somiglia a quella di un buon allenatore che deve mettere in campo la squadra tirando da ognuno il meglio che ha. Lojacono invece è un fantasista, uno di quelli abituato a giocare da solo che però al momento buono sa mettersi al servizio della squadra. Pisanelli è un classico regista che cerca di non correre molto ma ha la capacità di indirizzare gli altri ed è per questo quasi un allenatore in campo mentre la Calabrese è un portiere, tenta di far lavorare bene gli altri anche attraverso le sue informazioni. Marco Aragona invece è un esterno d’attacco estroso, fantasioso che può farti arrabbiare in alcuni momenti ma in altri ti risolve la partita e Francesco Romano è un roccioso difensore centrale che al momento opportuno picchia senza farsi pregare. Poi c’è la Alex Di Nardo che è un terzino capace di coprire ed attaccare all’occorrenza, è una che sa fare bene entrambe le fasi di gioco».

L’utilizzo di termini calcistici è assolutamente condivisibile ed aiuta ad identificare i tuoi personaggi. Ma ti chiedo, lo scrittore finisce per avere tra tanti personaggi una preferenza personale magari dettata dal fatto di rivedersi in quella caratterizzazione?

«Sai, è un po’ la stessa cosa che accade con i figli non perché ce ne sia uno a cui vuoi più bene ma ce ne può essere uno a cui ti senti più affine rispetto agli altri. Penso che Maione in “Ricciardi” e Pisanelli nei “Bastardi” siano quelli che io sento un poco più vicini».

A proposito, quanto è prossimo il nuovo romanzo sui Bastardi e poi pensando un momento all’interpretazione di Lojacono di Gassmann ti chiedo: la sua scelta ti è piaciuta sin dall’inizio?

«Il prossimo libro che pubblicherò sarà proprio sui Bastardi. Uscirà a dicembre e si intitolerà: “Fiori per i Bastardi di Pizzofalcone”. Per quanto riguarda Alessandro a me piaceva moltissimo, credo sia un attore straordinario oltre ad essere una persona di rara sensibilità e intelligenza. Sono sempre stato assolutamente soddisfatto che la scelta sia caduta su di lui».

La conversazione ha trattato altri temi che svilupperemo prossimamente ma è impossibile chiudere per il momento questo incontro con Maurizio de Giovanni senza ricordare come il nostro concittadino abbia raggiunto proprio la scorsa settimana con “Troppo freddo per Settembre”, l’ultimo romanzo con al centro l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli Mina, la prima posizione assoluta nei libri di narrativa più venduti in Italia. È un risultato prestigioso per lui che trattiene a stento la sua soddisfazione, per il suo lavoro e per la nostra città che continua a presentare eccellenze in ogni campo nonostante le difficoltà generali e quelle particolari che da noi non sono mai mancate.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

IL TEMA

Lojacono, Ricciardi e Mina a spasso nei vicoli di Napoli

La Napoli televisiva con le tre fiction scaturite dalla fervida penna dell’impeccabile Maurizio de Giovanni

di Giovanni Gaudiano

Sarà un autunno televisivo incentrato sulla nostra Napoli quello che è da poco iniziato, anzi lo è già da qualche settimana quando ancora il caldo estivo la faceva da padrone.
L’onda partenopea si trascinerà sino all’inverno ed all’inizio del 2021.
Su Sky Arte, si diceva, sta andando in onda una serie delle “Sette Meraviglie” dedicata interamente alla città. Documentari di qualità che trattano alcune delle bellezze napoletane con approfondimenti e particolari che dovrebbero invogliare i turisti a tornare al più presto, con le dovute cautele, ad affollare la città.
Ci sono poi tre fiction targate Rai, due che dovrebbero iniziare a breve ed una che forse vedrà la luce ad inizio del nuovo anno.
Sono tutte tratte dall’estro e dalla fantasia applicata alla realtà di Maurizio De Giovanni che con i suoi libri collabora attivamente da sempre a propagandare la città con le sue problematiche senza però dimenticare il suo patrimonio, le bellezze paesaggistiche e la varia e profonda umanità che abita una delle città più belle del mondo.
Tornando alle fiction come vengono chiamate oggi, andava bene anche sceneggiati televisivi, sono da pochi giorni terminate le riprese della terza serie de “I Bastardi di Pizzofalcone” con Alessandro Gassmann, romano di Napoli, a guidare la pattuglia dei derelitti capitani dall’impeccabile vice questore Massimiliano Gallo. Ci sono attori presenti nelle prime due serie ma ci sono anche delle novità dovute al finale della seconda serie il cui effetto ancora si attende di vedere.
Sembra poi imminente l’arrivo sugli schermi del tanto amato e rimpianto Commissario Ricciardi, che de Giovanni pare avere pensionato. L’attore prescelto ad interpretarlo è Lino Guanciale, un volto molto gradito dagli affezionati spettatori della Rai. Con lui animeranno la serie composta da 6 puntate della durata di 100’ i napoletani: Antonio Milo, Nunzia Schiano, Serena Iansiti, Enrico Ianniello, Maria Vera Ratti, Fabrizia Sacchi e Peppe Servillo.
Ultima ma non tale l’attesissima Mina Settembre, l’assistente sociale dei Quartieri Spagnoli apparsa per la prima volta nel romanzo di de Giovanni “Dodici rose a Settembre” da cui sono tratte 12 puntate da 50’ ciascuna.
Il ruolo di Mina è stato affidato alla bravissima Serena Rossi, non si poteva scegliere di meglio, che sarà affiancata da Giuseppe Zeno, Marina Confalone ed altri.
Ora è quasi tempo di sedersi in poltrona dopo cena, magari sorseggiando qualcosa, ed attendere la messa in onda di tre storie che non deluderanno le attese.

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020

Il rituale familiare e la partita di calcio

Il rituale familiare e la partita di calcio

IL CALCIO VISTO DALLE DONNE

Il rituale familiare e la partita di calcio

“Chi ama non dimentica” di Alessia Bartiromo è un racconto autobiografico nella raccolta “Interrompo dal San Paolo”

di Marina Topa

“Chi ama non dimentica” è il titolo del racconto con il quale Alessia Bartiromo, giornalista televisiva e della carta stampata, oltre che telecronista, ha collaborato alla stesura di “Interrompo dal San Paolo”, curato da Pietro Nardiello, insieme ad altre diciannove donne provenienti da diversi ambienti lavorativi ma con in comune una vera e propria professione, anche se non prevede pensionamenti: essere tifose del Napoli!
L’esperienza ci insegna che l’amore del tifoso per la sua squadra è tra quelli meno suscettibili all’infedeltà e questa affermazione è sostenuta anche dalla testimonianza di Alessia: quello per il Napoli è un amore trasmesso nel DNA da generazioni ed interiorizzato dall’esempio quotidiano degli adulti di famiglia.
Anche il suo racconto, come gli altri, testimonia che l’amore per la squadra del cuore di fatto è uno degli strumenti più validi per trasmettere valori essenziali come i sentimenti, il rispetto per la condivisione di ideali e per gli stati emotivi dell’altro, la tradizione, la conoscenza della cultura del popolo di appartenenza.
Gli aneddoti di “Interrompo dal San Paolo” sono tutti legati al modo di vivere il calcio nella maggior parte delle famiglie partenopee, vissuti e narrati con animo femminile; leggendoli quasi tutti possiamo ritrovarci nell’elemento autobiografico dell’autrice. Nel racconto della Bartiromo, specialmente per le donne non proprio giovanissime, è facile condividere la consapevolezza del ruolo aggregante del calcio con la figura della signora Anna, la nonna, e la saggezza nell’utilizzarlo con una maestria (perdonino gli uomini) tutta femminile. È dedicato alla sua famiglia e ruota attorno a Roberto Sosa, l’attaccante argentino che ha segnato il goal con il quale il Napoli ha riconquistato la serie B. Con sensibilità descrive come quel giorno, che per un bambino al quale è stato negato di andare allo stadio era destinato a restare nella memoria come uno dei più tristi della sua vita, grazie all’amorevole intervento della nonna riesce a trasformarsi in uno dei ricordi più belli ed entusiasmanti.
L’autrice evidenzia un altro elemento importante: quanto profonda sia stata l’umiliazione che molti tifosi hanno vissuto con la retrocessione e quanto sia stato dignitoso il saper contenere l’esplosione di gioia nel riavvicinarsi alla serie A. Poteva apparire scontato il ritorno nella massima serie per una squadra come il Napoli ma di fatto non lo era e di sicuro il contenimento dell’entusiasmo era un modo per sconfiggere la paura di non farcela!

Nel tuo racconto si evince un forte coinvolgimento emotivo, in quale dei protagonisti incontriamo Alessia?

«Io, Alessia, sono il sottofondo di tutto il racconto. In ogni personaggio ci sono delle sfumature del mio vissuto emotivo in una famiglia meravigliosa, nella quale l’unione era alimentata molto anche dal rituale domenicale scandito dalla partita del Napoli. Sono molto grata ai miei familiari ed in particolare a mio nonno per avermi trasmesso questa passione… In realtà i miei nonni non abitavano nei pressi del San Paolo ma al Vomero; ricordo, però, che dal loro terrazzo vedevamo lo stadio da lontano e vivevamo tutte le vibrazioni a distanza e ne ho un ricordo bellissimo. Mia nonna era meno tifosa della signora Anna, il suo coinvolgimento calcistico era legato soprattutto all’amore per i singoli membri della famiglia ed al ruolo che il tifo per il Napoli giocava nell’unità della famiglia stessa. Ricordo poi il diverso modo di vivere la promozione di categoria della squadra: per noi giovani era un’esplosione di gioia mentre per i più adulti, che avevano vissuto il Napoli di Maradona, non poteva essere così».

Tra i racconti sentiti su Maradona e la tua conoscenza del Pampa sicuramente un calciatore argentino rappresentava una garanzia. Per affrontare i 90 minuti di gioco con serenità, però, è necessario anche aver fiducia nel portiere… da quando hai iniziato a seguire il calcio chi è stato per te il “number one” dei portieri?

«Da sempre sono stata molto legata ai portieri del Napoli. Fin da piccola andavo in curva e lì c’è proprio una vicinanza fisica con il portiere. Nello svolgimento del mio lavoro ho avuto anche l’opportunità di incontrare in più occasioni Pino Taglialatela: una persona eccezionale a tutto tondo! Lo considero un simbolo della storia del Napoli ed è lui il mio “number one”.

Condividi il dualismo tra Meret e Ospina o credi che ci dovrebbe essere una gerarchia ben definita? In tal caso su chi dei due punteresti?

«È sicuramente un dualismo molto particolare che soprattutto in Serie A raramente abbiamo visto, anche considerando che quasi sempre c’è almeno una propensione per uno dei portieri in rosa. Tuttavia questa alternanza, con Gattuso, sta proseguendo anche in questo avvio di stagione, col mister che pare ancora preferire Ospina per la sua capacità di giocare coi piedi. Sicuramente mi dispiace per un giovane di talento come Meret che rappresenta il calcio del futuro non solo del Napoli ma anche della Nazionale. Credo che con una stagione durante la quale si disputeranno tante partite, ad ogni modo, si arriverà ad una gerarchia più definita. Chissà, magari schierando, ad esempio un portiere in campionato ed un altro nelle Coppe, in modo che anche Alex possa avere le sue chances».

pubblicato su Napoli n.31 del 03 ottobre 2020