“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

SOCIETA’

“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano”

Il libro di Nisida 2020 edito da Diego Guida e curato da Maria Franco professoressa di lettere dell’istituto

di Marina Topa

Come sempre dopo episodi di violenza c’è chi grida vendetta, chi chiede giustizia e chi spera che non se ne verifichino più… e per fortuna c’è anche chi alla speranza affianca azioni costruttive e per costruttivo, soprattutto in un carcere minorile, s’intende operare affinché il giovane che ha commesso un reato recuperi gli strumenti per reintegrarsi nella società con diversi parametri relazionali, troppo spesso e purtroppo mai conosciuti prima.
“Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano” è il libro di Nisida 2020 edito da Diego Guida e curato da Maria Franco professoressa di lettere dell’istituto, ideatrice ed organizzatrice del laboratorio di scrittura che va avanti da anni con ottimi risultati.
Come quelli pubblicati in precedenza, anche questo libro è scritto “a più mani” infatti si compone di racconti scritti insieme ai ragazzi dell’Istituto Penitenziario di Nisida da Viola Ardone, Sara Bilotti, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Mario Gelardi, Antonio Menna, Patrizia Rinaldi.
La scrittura è stata lo strumento che ha permesso ai ragazzi di aprirsi e far sentire la propria voce, spesso finalmente anche a se stessi. Ognuno di loro che una volta scontata la pena riesce con fatica e determinazione, e purtroppo molto spesso in solitudine, a percorrere un cammino nuovo nella libertà e nella legalità, è un successo dell’istituzione.
«Per me è difficile lasciare i ragazzi di Nisida anche solo per un momento, nella mia mente» confessa la prof. Franco. In realtà il suo essere insegnante non è stato lo svolgimento di una professione ma di una missione, una scelta di vita che, coinvolgendola nel cuore e nella mente, le ha reso impossibile allontanarsi da quel mondo anche dopo il pensionamento, nel 2019, conclusivo di una carriera di 35 anni (non a caso nel 2011 fu nominata cavaliere al merito della Repubblica e nel 2017 fu insignita dell’Italian Teacher Prize).

Il suo profondo desiderio, maturato a partire dal 1984, cioè da quando prese servizio all’IPM di Nisida, è «Dare ai ragazzi la possibilità di riflettere, sempre. Fornirgli gli strumenti per aiutarli a scegliere, visto che moltissimi di questi ragazzi si sono ritrovati in situazioni più grandi di loro, più complesse, in cui la possibilità di scelta è risultata davvero difficile».
E nel suo percorso didattico ha sperimentato che
«Se e quando il ragazzo “difficile” ritrova, nelle storie, qualcosa che gli parla di sé e, insieme, di mondi per lui diversi e magari lontani, scopre che un libro può essere, in carcere, una compagnia piena di calorose sorprese».
Prima di leggere “Dietro l’angolo, c’è ancora strada. Per un lessico nisidiano” è opportuno conoscere le motivazioni ed il grande lavoro che lo precede.
Maria Franco, che ha coinvolto con entusiasmo anche altri colleghi nell’esperienza, ha mostrato la sensibilità insita nell’animo del vero docente che gli impedisce il distacco emotivo dai suoi alunni, dichiarando: «Ho sempre sentito una senso di inadeguatezza verso le storie e i vissuti di questi ragazzi – racconta –. Sono storie che mi porterò per sempre nel cuore. E mi interrogheranno per sempre. Anche perché molte di queste storie le trovo inaccettabili per una Repubblica democratica. Non dovrebbero esistere situazioni così drammatiche. Uno Stato democratico dovrebbe essere in grado di prevenire».
Il libro inizia con una delicata dedica a Riccardo Muti che ha fatto conoscere la magia della musica ai ragazzi di Nisida e prosegue dividendosi in 3 parti la cui struttura riprende e completa un lavoro didattico svolto in classe. Alcuni dei giovani autori possono addirittura considerarsi “scrittori veterani” in quanto avevano già partecipato alla compilazione di libri progettati e pubblicati negli anni precedenti a testimonianza dell’interesse suscitato in loro.
“Dietro l’angolo, c’è ancora strada” ha ricevuto il 23 settembre il Premio Siani.
Questo riconoscimento, oltre ad essere importante perché conferma e sottolinea il valore di tutto il lavoro che ha portato alla realizzazione del testo, incentiva a mantenere alta l’attenzione alle problematiche della crescita nel nostro territorio, purtroppo molto spesso più difficili che altrove.

pubblicato il 30 settembre 2020

La nuova stagione sta per cominciare

La nuova stagione sta per cominciare

FRAMMENTI D’AZZURRO

La nuova stagione sta per cominciare

La rosa a disposizione del tecnico rimane di buon livello e quindi nessuno obiettivo le è precluso a priori

di Giovanni Gaudiano

Che Napoli sarà? Che squadra vedremo sin dalla prima giornata?
È possibile azzardare qualche previsione?
Una certezza sembrava esserci sino a qualche giorno fa: questa sarebbe stata la squadra costruita da Gattuso. Anche il presidente alla fine del ritiro di Castel di Sangro, lanciando strali conto l’Uefa, ha dichiarato che senza la sosta per le nazionali il Napoli dell’ex campione del mondo sarebbe partito in grande spolvero sin dalla prima giornata, qualunque avversario il computer gli avesse opposto.
Il tecnico ha lavorato alacremente nel ritiro di Castel di Sangro ed è giusto ricordare come il suo impegno sia iniziato sin da quando è arrivato a Napoli. Ed allora perché ci permettiamo di dubitare su questa apparentemente scontata certezza? Cosa è cambiato?
Rino Gattuso con alcune recenti e mirate dichiarazioni si può dire che abbia cercato di fatto di smarcarsi, diremmo di defilarsi se il concetto non fosse troppo forte.
Rispondendo alle domande rivoltegli, ha detto che il suo lavoro sarà scandito dalle possibilità della società, dalle scelte che saranno fatte sul mercato ed ha indicato la qualificazione in Champions come l’obiettivo principale per la squadra.
Se due indizi a questo punto possiamo considerali quasi una prova, questa dichiarazione e la manifesta volontà di non impegnarsi con la firma di prolungamento del suo contratto, alle condizioni dettate da De Laurentiis dopo l’incontro-scontro di Capri, dicono chiaramente che non ci si trova di fronte ad un vero nuovo ciclo, anzi è come rivedere per l’ennesima volta lo stesso film.
Certo la rosa a disposizione del tecnico rimane di buon livello e quindi nessuno obiettivo le è precluso a priori, ma quando si richiede convinzione, determinazione, spirito di sacrificio ai propri tesserati sarebbe necessario aver ben chiaro cosa si stia facendo, come si voglia procedere, con chi e con quale raggiungibile obiettivo finale.
Durante il ritiro il presidente non ha fatto sconti. Le sue dichiarazioni durante le diverse interviste, le conferenze stampa, i meeting tenuti su argomenti di interesse generale, hanno portato alla luce un panorama dal suo punto di vista da rivoltare come un calzino.
In ordine De Laurentiis ha attaccato l’Uefa, la Federazione, la Lega, le televisioni, la radio ufficiale e come consuetudine tutto il mondo dell’informazione. Non ha risparmiato ovviamente il governo, il premier, l’Europa etc.
A Napoli c’è un detto, magari poco elegante ma storicamente efficace: “Non sputare in cielo che in faccia ti torna”.
Sarebbe un peccato se le intemperanze espressive, dettate spesso dalla poca stima che il presidente dimostra verso i suoi interlocutori, finissero per incidere negativamente sul lavoro che comunque si sta portando avanti.

De Laurentiis non è ben visto dal “Palazzo”, non ha in sostanza una stampa favorevole o meglio l’intero mondo dell’informazione non perde occasione per punzecchiarlo, non sembra poter contare su veri appoggi da parte dei suoi colleghi in Lega e non ha neanche il favore popolare. Può contare sulla stima verbale di alcuni opinionisti, di un nucleo ben individuato di professionisti napoletani che fanno prevalere l’equilibrio al sentimento e che fanno sempre riferimento alle sue riconosciute capacità in ambito economico-finanziario per poter giustificare nel complesso la sua gestione sportiva.
Riteniamo sia poco, sia insufficiente e non bastevole per il presidente della squadra simbolo del intero meridione. Il Napoli è riuscito ad agguantare due scudetti e vincere la Coppa Uefa non soltanto perché in campo si è potuto permettere il lusso di schierare Maradona ma per le riconosciute capacità diplomatiche di Corrado Ferlaino e l’abilità manageriale di un dirigente come Italo Allodi, senza dimenticare il successivo periodo con Luciano Moggi in cabina di regia.
Alla luce di queste considerazioni conveniamo con Gattuso che l’obiettivo della stagione, che non è affatto scontato, è arrivare al quarto posto, forse con un po’ di fortuna al terzo per poter giocare la Champions della prossima stagione e cosa più importante portare a casa (nelle casse della Filmauro) i ricchi appannaggi.
Ma siamo sicuri che questo sia l’obiettivo più giusto per il Napoli? Sono d’accordo fino in fondo l’allenatore, i giocatori e soprattutto il pubblico?
Non sappiamo se, come dice De Laurentiis, solo nel mondo occidentale il Napoli possa contare davvero su più di 83 milioni di tifosi. Se così fosse, il presidente potrebbe già da oggi prevedere che la massa degli scontenti sarebbe ingente.
Aurelio De Laurentiis, è bene chiarire, ha tanti meriti, sarebbe impossibile non riconoscerglieli. Se è possibile però, se per lui è accettabile, per una volta sarebbe giusto parlare con estrema franchezza anche delle sue aree di miglioramento nell’ambito calcistico. Chi può dirsi completo, arrivato, definito o vicino alla perfezione? Nessuno.
Si tratta di comprendere, tollerare e discutere le ragioni degli altri.
Allora, solo allora, l’obiettivo potrà apparire chiaramente all’orizzonte e potrà diventare non solo un punto d’arrivo ma forse anche quello di una proficua e continua ripartenza senza bisogno di procedere per cicli e rifondazioni.
Nel frattempo in questo numero la nostra rivista, in occasione della partenza della nuova stagione, dedica diversi servizi e approfondimenti alla figura dell’allenatore, alla sua funzione nel calcio moderno senza dimenticare che rivoluzione sia stata la creazione dell’allenatore-manager che partendo dall’Inghilterra ha raggiunto i campi da calcio di tutto il mondo.

pubblicato sul nr. 30 di Napoli del 19 settembre 2020

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

PROFILI

Kamil Glik: il cuore oltre l’ostacolo

Il difficile inizio del polacco e il ritorno in Italia al neopromosso Benevento grazie ad un’intuizione del ds. Pasquale Foggia

di Lorenzo Gaudiano

Dietro ad un uomo che su un terreno di gioco insegue e dà un calcio al pallone c’è sempre una storia. Anche il difensore polacco Kamil Glik, pronto per una nuova avventura in Serie A con il Benevento neopromosso a distanza di quattro anni dall’ultima presenza con la maglia del Torino, ne ha una.
Per raccontarla, bisogna tornare al febbraio 1988. In Germania c’era ancora il Muro di Berlino abbattuto un anno dopo, in Polonia invece il regime comunista. La Seconda Guerra Mondiale era ormai lontana e il dominio nazista soltanto un bruttissimo ricordo, anche se in giro per l’Europa Orientale qualche influenza culturale nel corso degli anni purtroppo era sopravvissuta. Jacek e Grazyna Glik diedero alla luce Kamil in un paesino della Slesia, Jastrzębie-Zdrój, di quasi centomila abitanti. Il nome tradotto significa “Terme dei falchi”. Infatti verso la fine degli anni cinquanta dell’Ottocento furono scoperte delle sorgenti termali che resero il luogo famoso in tutta Europa. La rinomanza oggi è venuta meno ma a mandare avanti l’economia del paese ci hanno sempre pensato i giacimenti di carbone. In un quartiere di case popolari che si chiama Osiedle Przyjaźń, in italiano “complesso Amicizia”, ci sono 22 edifici e 532 appartamenti costruiti tra gli anni sessanta ed ottanta. Uno di questi è la casa della famiglia Glik, dove il futuro calciatore ha mosso i primi passi e ha cominciato ad appassionarsi al gioco del calcio, prima con il pallone tra i piedi e in seguito il telecomando tra le mani seduto sul divano.
In realtà sarebbe potuta anche non cominciare mai la carriera calcistica del polacco. Ad un anno e mezzo sepsi e meningite hanno messo seriamente in pericolo la sua vita. Poche speranze da parte dei medici, la sofferenza, la paura di una famiglia intera e una storia destinata alla conclusione ancor prima di iniziare.
Il destino però ha fatto sentire la sua voce. Il piccolo Glik fortunatamente guarì e in tenera età già diede dimostrazione di quella forza che in campo oggi costituisce una delle sue principali qualità.

Il padre e il Bayern nel cuore

Col passare degli anni la passione per il calcio cresce sempre di più, la sua squadra preferita è il Bayern Monaco. Kamil infatti ha la doppia cittadinanza perché il nonno nacque in Alta Slesia quando questa faceva ancora parte della nazione tedesca. Il padre lavorava in Germania e al suo ritorno per il bambino c’era sempre un regalino: la maggior parte delle volte gadget oppure magliette del club bavarese. Nonostante questo, il suo senso di appartenenza alla Polonia è fortissimo e non è stato mai in discussione. Così come il rapporto con suo padre, che purtroppo ha sempre avuto seri problemi di alcolismo. Un giorno infatti portò Kamil con sé a pescare. Naturalmente il bottino fu cospicuo non soltanto per la pazienza e la grande perizia tecnica ma soprattutto grazie ad un piccolo aiutino. Nel mezzo del lago dove una mattina si erano recati il padre Jacek fece esplodere della dinamite rubata dalla miniera in cui lavorava. Tutti i pesci salirono a galla, la pesca fu facile ma il pescato non arrivò a casa, perché fu venduto in cambio di soldi spesi a loro volta per ubriacarsi.
Lezioni di vita no di certo, ma momenti indimenticabili che hanno insegnato sicuramente qualcosa al giovane Glik.

Andata in Europa, ritorno in Polonia

La famiglia Glik iscrisse in piena infanzia il figlio ad una scuola calcio locale, il MOSiR Jastrzębie Zdrój. A quattordici anni il passaggio al WSP Wodzisław Śląski a pochi chilometri da casa, a diciassette il prestito al Silesia Lubomia, sempre in Slesia. Un anno dopo Kamil si trasferì in Spagna, all’Horadada, squadra della comunità Valenciana militante nel quarto campionato spagnolo. Sicuramente non il più blasonato dei palcoscenici, che gli ha offerto però l’opportunità di approdare al Real Madrid C, seconda squadra giovanile delle “merengues” da qualche anno soppressa. Un ambiente sicuramente formativo, dove mettersi in evidenza è molto complicato. La caparbietà per tenere duro al polacco non è mai mancata ma nonostante ciò non è molto contento. La tentazione di ritornare in patria, di avvicinarsi alla propria famiglia, di intraprendere una avventura sicuramente più avvincente è forte. Così come se ne è andato, torna in Polonia, al Piast Gliwice. Il padre però muore per un infarto a 42 anni, Glik è distrutto. Il calcio lo ha aiutato a superare il momento peggiore della sua vita, a continuare il suo percorso di crescita. Dopo due anni Kamil riuscì ad affermarsi come difensore solido e grintoso, diventando il primo calciatore di quel club ad indossare la maglia della nazionale.

Maestro Ventura

Così si aprirono le porte di un altro paese per Glik: l’Italia. La sensazione allora era che il viaggio sarebbe stato diverso rispetto a quello in terra spagnola di qualche anno prima. Esordio in Europa League e nessuna presenza in Serie A, forse un altro buco nell’acqua. L’anno successivo il prestito al Bari e la fiducia di Gian Piero Ventura, allora allenatore dei pugliesi, lo hanno aiutato finalmente ad emergere. Il mister non esitò a portarlo con sé al Torino dove il polacco con il passare delle stagioni è diventato anche capitano. Cinque anni dopo l’addio al campionato che lo ha consacrato, destinazione Monaco, con cui è arrivato anche l’esordio in Champions League.

Un’unione di ritorni

Il Benevento che torna in massima serie a due anni di distanza dalla prima storica partecipazione, Kamil Glik che ritorna a giocare nel campionato italiano. Un’unione di ritorni, per scrivere una nuova storia che si spera possa essere bella per entrambi. La squadra giallorossa aveva bisogno di un difensore d’esperienza, il polacco di una nuova sfida e soprattutto di una piazza che con i suoi incantesimi saprà senza dubbio dargli tanto amore, infondergli immenso calore, chissà forse più del capoluogo piemontese.
In campo è un duro: un custode difficile da superare in difesa; un grande pericolo in attacco con la sua fisicità e la sua abilità nel colpo di testa. Qualche anno fa ha dichiarato che al termine del carriera calcistica gli piacerebbe mettersi alla prova negli sport di combattimento. Glik ha ancora 32 anni, in Italia con la moglie Marta e le due figlie si è trovato sempre bene e tutti si augurano che quel momento sia ancora ancora molto lontano. Dalla sua storia e dal suo valore sul terreno di gioco, quasi sicuramente lo è.

Parola a Glik

“Sono veramente contento di essere qui. Ho già avuto modo di passeggiare per la città: è piccola e calorosa. Si percepisce chiaramente l’amore che i tifosi provano per questa squadra. Speriamo che possano tornare al più presto allo stadio perché saranno per noi un valore aggiunto”

“In campo devi dare tutto, giocare duro e leale. Insomma, non devi stare lì a fare il figo ma lottare”

pubblicato su Napoli n.29 del 30 agosto 2020

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

COPERTINA

De Laurentiis e gli allenatori del suo Napoli

Una storia fatta di cicli e di programmi ambiziosi da rilanciare dopo un’annata confusa con una rosa arrivata al capolinea

di Giovanni Gaudiano

Il numero di per sé a Napoli non porterebbe bene ma per una volta, attivando tutti gli scongiuri del caso, si inizierà la stagione guardando con decisione in avanti, sicuri di aver già pagato ampiamente in questi anni eventuali debiti con la fortuna.
Quella che sta per iniziare sarà la diciassettesima stagione con Aurelio De Laurentiis alla guida della società azzurra. Il suo Napoli sta per diventare maggiorenne. Una vita, quindi, una storia piena di speranze, di emozioni, di uomini di qualità arrivati per riportare il Napoli laddove merita di stare.
Una storia con molti alti, pochi bassi, con qualche titolo conquistato per arricchire la bacheca azzurra. Un’avventura cominciata a Paestum tra i templi greci, luogo naturalmente deputato per la filosofia di cui è permeato il popolo napoletano, capace di assorbire anche un fallimento e l’onta di dover ricominciare dalla Serie C con pochi palloni ed una squadra raccogliticcia fatta in pochi giorni.
Al presidente spesso in questi anni è piaciuto ricordare come ha rilevato il Napoli in quell’estate infuocata del 2004. La situazione, c’è poco da dire, era quella ma forse in un momento di estrema lealtà qualcuno dei presenti, nelle varie occasioni, avrebbe potuto ricordare a Adl cosa Napoli ed il Napoli hanno rappresentato per lui, per tutta la sua famiglia e per la sua attività di oculato e capace imprenditore.
L’equilibrio di De Laurentiis nella gestione della società è noto, ci sono i dati ufficiali che lo confermano ad ogni presentazione di bilancio. Anche il quotidiano nazionale più specializzato in economia non può che confermare sempre questo successo che dura da sedici anni. Proprio per questo sarebbe il caso che De Laurentiis riconosca una volta tanto anche i meriti della città e degli appassionati, al di là di quelle posizioni controverse che di tanto in tanto fanno capolino.
Nella conferenza stampa del 13 luglio, con la quale il patron del Napoli ha presentato il ritiro di Castel di Sangro è stato bello sentire che c’è qualcosa che Aurelio De Laurentiis ignora o non conosce. Non per un malcelato e misero senso di rivalsa nei confronti di un uomo colto, le cui qualità non spetta a noi enumerare, ma per avvalorare un concetto: si guarda molto spesso troppo lontano mentre la soluzione è più vicina di quanto tutti possiamo immaginare.

È stato piacevole e soddisfacente sentire dire al presidente che a meno di due ore di auto da Napoli esiste qualcosa all’altezza, se non meglio, di quanto possano offrire le peraltro splendide valli alpine.
Il ritiro a Castel di Sangro della squadra azzurra, che comunque dalla stagione ventura rimarrà accoppiandosi a quello di Dimaro, è stato un modo per rinnovare l’aria attorno al Napoli. La scelta potrebbe rappresentare idealmente l’avvio di una ragionata rifondazione che a questo punto sembra impossibile da postergare ancora. Nella rosa ci sono quelli che sono stati dei punti di riferimento in questi anni ma il loro ciclo si può dire si sia concluso all’indomani della partenza di Hamsik e poi di Albiol.
Ci sembra giusto a questo punto avviare un breve amarcord per ripercorrere, proprio attraverso le parole del presidente, i passaggi che hanno contraddistinto le varie fasi della sua gestione al Napoli che va detto ha avuto una precisa connotazione: una continuità mai raggiunta anche nel momento più luminoso di un sia pur glorioso passato.
Ci tocca quindi partire da quel gran signore che è stato ed è Edy Reja per riavvolgere il nastro e provare a raccontare le fasi dell’era De Laurentiis, partendo dalle parole del presidente.
«Sono sempre in contatto con Reja, costantemente. L’ho sentito per anni, sin da dopo che insieme siamo tornati in Serie A. Gli chiedo spesso di venire a Napoli per aiutarmi e lui si rifiuta. Ho con lui buoni rapporti».
Si tratta di un estratto di alcune dichiarazioni rilasciate nel settembre del 2018 dal presidente sul tecnico, capace in meno di tre anni di riportare il Napoli in Serie A e fanno eco a quanto dichiarato dal tecnico friulano nel maggio del 2016…
«Aurelio De Laurentiis è un signore. Ora sa anche di calcio, ma appena prese la società no, per questo siamo quasi arrivati alle mani, ma da gentiluomini ci siamo subito spiegati e il giorno che sono andato via dal Napoli mi ha detto: “Per lei qua la porta sarà sempre aperta”. Non sono frasi di circostanza ci sentiamo ancora spesso».
Questo il primo ciclo che si concluse con la partecipazione del Napoli alla coppa Intertoto, l’eliminazione da parte del Benfica nella finale e una stagione che, dopo un avvio incoraggiante, subì una brusca frenata con l’avvicendamento in panchina e l’arrivo di Roberto Donadoni.
Il secondo ciclo lo si può far coincidere con l’arrivo di Walter Mazzarri alla guida del Napoli. All’atto del “divorzio”, voluto dal tecnico toscano, che pensava andando a Milano, sponda Inter, di consolidare quanto di buono costruito al Napoli, il presidente nell’estate del 2013, dopo l’ingaggio di Benitez, dichiarò…
«Rimango innamorato delle persone che hanno collaborato a un progetto importante. Mazzarri è un toscano, la sua ironia è normale. Io sono per l’internazionalizzazione, per me è più giusto un allenatore come Benitez, con cui ci siamo subito trovati d’accordo su tutto. In casa mia comunque i divorzi non esistono. Ho dato un’ultima opportunità a Mazzarri ma lui non l’ha accettata, ritenendo di aver concluso il suo lavoro a Napoli. Quindi ho deciso di andare avanti senza tentennamenti».
Il tecnico di San Vincenzo è stato importante nella crescita della squadra ma nessuno può negare, oggi a distanza di tempo, che l’affetto dei napoletani e la possibilità offertagli dalla società ed i risultati che è stato capace di conseguire con gli azzurri non si siano ripetuti da nessun’altra parte, mostrando per intero tutti i suoi limiti gestionali.

Per la successione a Mazzarri, De Laurentiis, come dichiarato, decise di internazionalizzare il Napoli e convinse durante la finale di Champions di quell’anno Rafa Benitez a venire a Napoli. Il suo racconto si riferisce alla fine della prima stagione dello spagnolo a Napoli.
«A Londra incontrai Benitez, col quale facemmo subito “scopa”. Ci trovammo in accordo su tutto ed iniziammo un percorso importante. Fin dal principio mi convinse che la squadra dovesse cambiare modulo; poi ha voluto vedere quali giocatori erano in grado di adattarsi meglio ai nuovi schemi. Infine, dopo il mercato estivo, abbiamo fatto mosse importanti nel mercato di gennaio».
Rafa Benitez con stile e signorilità dopo la decisione di andare a Madrid dichiarò…
«I progetti si possono costruire anche senza essere necessariamente i più facoltosi e noi a Napoli qualcosa di nostro abbiamo dimostrato. È stata rifatta una squadra, attraverso la cessione di Cavani e con investimenti mirati. Abbiamo fatto quello che si poteva: non è un difetto avere una disponibilità economica inferiore ad altri club. Ma De Laurentiis è stato bravo a portare il Napoli ad essere stabilmente tra le grandi. Se c’è anche qualcosa di mio nella squadra allestita, e penso ci sia, ne sono orgoglioso. Poi è arrivato un momento in cui le strade dovevano dividersi, avevamo visioni diverse sulla gestione, sulla politica societaria. Ma l’abbiamo fatto con rispetto assoluto, l’uno dell’altro».
Siamo così giunti al finale di questa breve rivisitazione della fondamentale gestione tecnica del presidente Aurelio De Laurentiis, ovvero la scommessa Sarri, la scelta successiva di un parafulmine come Ancelotti e l’arrivo a stagione quasi del tutto compromessa di Gattuso, quello che oggi sembra essere deputato alla concretizzazione del nuovo ciclo. Partiamo da alcune delle parole riservate dal presidente al tecnico toscano…
«È diventato il deus ex machina, ma anche nel calcio vale la regola del cinema dove per fare un buon film sono necessari un ottimo regista e un ottimo produttore, sono i genitori dell’opera dell’ingegno. Naturale che l’imprenditore dia delle indicazioni e che gli sia riconosciuta una parte del merito nel successo, non solo la colpa nella sconfitta. Chi ha preso Cavani? Il sottoscritto. E Mazzarri? Il sottoscritto. E Benitez? Sempre il sottoscritto. E Higuain? E Sarri? Quando lo scelsi tappezzarono la città di striscioni contro di me».
E poi dopo la separazione…
«Mi fece incazzare con la scusa volgare dei soldi, mi costrinse a cambiare e aveva ancora due anni di contratto. Ricordo che a febbraio mi invitò a pranzo in Toscana, a due passi da casa sua, organizzò la moglie, parlammo di tante cose ma non accennò a chiusure, a separazioni, mi portò fino al giorno che precedette l’ultima partita creando disturbo e incertezza alla società».
Maurizio Sarri forse è stato il più irriconoscente dei tecnici arrivati a Napoli nell’era De Laurentiis. Forse aveva pensato che il ciclo della squadra fosse arrivato al termine e quindi pensò che per “arricchirsi”, come lui stesso ebbe a dichiarare, sarebbe stato meglio emigrare. C’è chi a Napoli di tanto in tanto lo vorrebbe nuovamente alla guida della squadra, pensiamo che sarebbe sconveniente al di là di ogni possibile risultato.

La parentesi di Ancelotti andrà probabilmente valutata nel tempo o quando i due protagonisti si decideranno a dire la verità sull’accaduto. Di sicuro il tecnico emiliano sin dal suo arrivo ha cercato di far capire che erano necessari dei cambiamenti sostanziali ma forse al presidente serviva solo prendere tempo e poi un tecnico meno decorato per rilanciare il suo Napoli. Ecco le parole di De Laurentiis all’indomani dell’esonero…
«Scelsi la sua serenità, la tranquillità, la sua piacevole vicinanza. Mio padre era un filosofo, un uomo dolcissimo. Come Carlo. Ma prendendo lui, non so se feci la cosa più giusta per il Napoli. Dopo la prima stagione, potendo ricorrere alla clausola rescissoria contenuta nel contratto, avrei dovuto dirgli: “Carlo, per me non sei fatto per il tipo di calcio che vogliono a Napoli, conserviamo la grande amicizia, il calcio a Napoli è un’altra cosa. Ti ho fatto conoscere una città che adesso ami spassionatamente e che ti ha sorpreso, meglio finirla qui”».
Nelle dichiarazioni di De Laurentiis è presente solo una mezza verità. In varie occasioni il tecnico di Reggiolo si è accusato di un errore che avrebbe commesso senza però mai volerne parlare chiarendolo. È lecito pensare che anche lui pensasse che sarebbe stato meglio andar via alla fine del primo anno ma è altrettanto giusto considerare che nell’estate del 2019 i presupposti tra l’allenatore e la società erano ben diversi e lontani dalle dichiarazioni rese dal presidente.
Siamo giunti al termine di questa carrellata e va quindi ricordato il racconto che De Laurentiis ha fatto di recente parlando dell’ingaggio di Rino Gattuso…
«Ci eravamo rivisti al compleanno di Ancelotti, da Mammà, a Capri. Una tavolata di quaranta metri, Carlo aveva invitato il mondo, amici, ex compagni, sembrava un matrimonio, io e Carlo ai lati. Rino era seduto vicino a lui. Me l’ero immaginato diverso, ho scoperto un grande conversatore, molto presente a se stesso e in grado di affrontare tutti i temi possibili. Ci siamo intrattenuti a parlare per le tre ore della serata. Dopo il disguido del ritiro-non-ritiro gli ho telefonato e gli ho detto: “Rino, stai calmo, non prendere nessuna decisione se ti chiama qualcuno, stai fermo”. La sera della partita di Champions, dove peraltro abbiamo vinto, ho invitato Carlo a cena per spiegargli che avevo deciso di cambiare, anche per conservare la grande amicizia tra noi… Napoli è la parte migliore della mia vita. Io amo due sole città, i miei due posti, non esiste un altrove, Napoli e Los Angeles. Per stare vicino alla squadra ho appena deciso di affittare una villa di Capri e di trasferirvi gli uffici della Filmauro, del cinema e del calcio».
Ed ancora…
«La squadra aveva dimenticato il 4-3-3 sarriano, a Rino ho chiesto la riverginazione di quel modulo, anticipandogli che lo scotto da pagare sarebbero state tre, quattro sconfitte di fila. Ne ha perse di meno. Carlo, come mio padre, era l’ambasciatore, io e Rino siamo molto simili, due guerrieri, due che non le mandano a dire, due condottieri».

Il racconto, la storia, quella ricostruita attraverso le dichiarazioni di De Laurentiis è terminata. Inizierà un nuovo ciclo? Sarà proprio Gattuso il condottiero auspicato da Aurelio De Laurentiis a portarlo avanti? Avrà le qualità per gestire una squadra, una società dove l’organizzazione è molto diversa dal suo Milan, quello in cui giocava? E poi il presidente saprà ricostruire la squadra giusta per mirare ad una serie di obiettivi ragionevoli ma soprattutto finalmente raggiungibili?
Staremo a vedere!
Nel frattempo abbiamo ritenuto di dedicare per la prima volta la nostra copertina al presidente per riconoscenza, per evidenziare il proficuo lavoro fatto in questi anni ma soprattutto per spronarlo a realizzare l’obiettivo che la città aspetta da un po’ di tempo.
Lui è l’uomo giusto perché proviene dal mondo dei sogni, quello fatto di celluloide. Il grande sogno americano, paese che De Laurentiis ha eletto come sua seconda patria, ha fondato la sua realizzazione grazie anche al mondo cinematografico.
Napoli aspetta, non è importante chi siederà quel giorno sulla panchina mentre sarebbe giusto che Aurelio De Laurentiis completi l’opera raggiungendo l’obiettivo massimo che lo legherebbe, al di là delle polemiche, per sempre a questa città nonostante la sua evidente inflessione romanesca.

pubblicato su Napoli nr. 29 del 30 agosto 2020