Il Napoli somiglia ogni giorno di più al suo allenatore

Il Napoli somiglia ogni giorno di più al suo allenatore

FRAMMENTI D’AZZURRO

Il Napoli somiglia ogni giorno di più al suo allenatore

La vittoria di Verona conferma che gli azzurri seguono con applicazione e convinzione Gattuso

di Giovanni Gaudiano

La statistica dice che come per il campionato tedesco anche la nostra serie A è ripartita evidenziando il crollo del fattore campo, con le squadre che giocano in trasferta che forse stanno approfittando dell’assenza del pubblico sugli spalti.
Al dato non si è sottratto il Napoli passando al Bentegodi di Verona con una partita volenterosa, con una fase difensiva ben organizzata ma soprattutto grazie ad un atteggiamento di grande umiltà.
L’umiltà è una caratteristica non sempre facile da spiegare. Con ogni probabilità nel caso del calcio sta ad indicare la capacità di una squadra e del suo allenatore di giocare cercando di valorizzare al massimo le proprie qualità per limitare il più possibile i propri difetti.
Il Napoli di Gattuso somiglia molto a questa descrizione, a questa versione del significato proprio dell’umiltà. La squadra sembra avere finalmente svoltato, lasciandosi alle spalle “i danni iniziali” di cui parla Lorenzo Insigne.
La vittoria di Verona ai fini della classifica non dice ancora molto. In questo momento l’obiettivo di classifica più prossimo per gli azzurri sarebbe raggiungere il quinto posto superando la Roma. È un obiettivo che certo non renderebbe giustizia al valore complessivo della squadra azzurra ma che va comunque inseguito. Poi dovesse accadere qualcosa di meglio, che ad oggi sembra improbabile, se ne riparlerà.
Nella serata di Verona il Napoli ha comunque mostrato sprazzi di gioco interessanti ed una certa sicurezza nell’arco dell’intera partita a dimostrazione di una ritrovata convinzione nei propri mezzi.
La partita era delicata, veniva dopo la serata di gioia dell’Olimpico e i successivi festeggiamenti.

Archiviata comunque “la fatal Verona” il Napoli deve guardare avanti.
Non vanno fatti sconti a nessuno. L’Europa League con la qualificazione diretta al girone è nel cassetto. Gli azzurri giocheranno anche la Supercoppa con la squadra che si porterà a casa lo scudetto. Ora l’obiettivo è fare più punti possibili, forse sarebbe utile prenderli tutti per vedere se qualcuno frena e non avere rimpianti ai primi di agosto.
Nel frattempo si inizia a parlare di mercato in maniera cogente. La posizione di Milik sembra quella più complicata da gestire. Il centravanti polacco dovrebbe farsi un po’ di conti e capire che Napoli, la città, è fortemente in credito nei suoi confronti. Da quando veste la maglia azzurra, Arek per quasi due anni non ha potuto giocare. Certo non si può dire che la responsabilità sia stata sua ma la società ha sempre onorato i suoi impegni ed ora è pronta a farlo ancora ma a certe condizioni. Il polacco ha 26 anni compiuti, forse potrebbe trovare un ingaggio maggiore al nord d’Italia o d’Europa ma perderebbe la possibilità di cementare il suo rapporto con la città che nonostante certe sue caratteristiche lo tiene in grande considerazione.
Se esiste davvero una trattativa, come è sembrato dalle dichiarazioni di Giuntoli, è augurabile che si possa pervenire ad un accordo in breve tempo.

pubblicato il 24 giugno 2020

Si riparte dalla casa di Giulietta

Si riparte dalla casa di Giulietta

PALLA AL CENTRO

Si riparte dalla casa di Giulietta

Il campionato degli azzurri riprende dall’ostico campo di un Verona che sta disputando una grande stagione

di Bruno Marchionibus

Gialloblù costanti, alti e bassi per gli azzurri

Sarà il Bentegodi di Verona il teatro della ripresa del campionato del Napoli di Gattuso, dopo i tre mesi e mezzo trascorsi lontani dai campi per l’emergenza Covid. A trovarsi di fronte, sul terreno di gioco, due squadre dalla classifica molto simile ma che hanno registrato nel corso della stagione due andamenti molto diversi tra loro.
Gli azzurri, di fatti, hanno vissuto fino a gennaio una stagione decisamente altalenante, che stava trovando una continuità di risultati e rendimento proprio al momento dello stop forzato. Ad una partenza di annata tutto sommato positiva, con quattro vittorie nelle prime sei uscite di campionato e il 2 a 0 in Champions rifilato ai campioni in carica del Liverpool, infatti, hanno fatto seguito due mesi senza vittorie scanditi dai numerosi problemi extra-campo tra squadra, società ed allenatore, che hanno portato all’esonero di Carlo Ancelotti e all’insediamento sulla panchina campana di Rino Gattuso.
Gli scaligeri, invece, sin dall’inizio del torneo si sono dimostrati la compagine rivelazione di questa Serie A, grazie ad un organico costruito in maniera eccellente dal presidente Setti, privo di nomi altisonanti ma perfettamente funzionale al gioco di mister Juric. L’Hellas, scattato ai nastri di partenza con l’obiettivo salvezza, si è tenuto già dalle prime giornate lontano dalla zona calda, proiettandosi stabilmente nella parte sinistra della graduatoria.

Juric e il fortino scaligero

Grande merito dei risultati ottenuti nel corso di questa stagione dai gialloblù è sicuramente del tecnico Ivan Juric. L’allenatore croato, che nel proprio palmarés può vantare la storica promozione in massima serie ottenuta col Crotone nel 2016, la scorsa estate ha accettato con entusiasmo la proposta veronese, pronto a riscattarsi dell’esperienza in chiaroscuro vissuta al Genoa di Preziosi. Il tecnico, sin dal ritiro precampionato, ha puntato forte sul 3-4-2-1, affidandosi alla rapidità di esterni quali Faraoni e Lazovic, al carisma in mezzo al campo del capitano Veloso e di Amrabat, ma soprattutto ad una difesa che si è rivelata un vero e proprio fortino. Più che l’attacco, infatti, che solo col ritorno in campo dell’esperto Pazzini è riuscito a garantire qualche gol in più, è stata la retroguardia la grande forza della stagione del Verona; per alcuni tratti del campionato, di fatti, la porta di Silvestri è stata la meno battuta del torneo, e ancora oggi, alla ripresa delle gare, l’Hellas può vantare il terzo miglior reparto difensivo della Serie A con appena 26 gol al passivo.
Sarà una bella scommessa per il Napoli, dunque, riuscire a far crollare la muraglia scaligera ed espugnare il Bentegodi; per farlo Gattuso dovrà inevitabilmente affidarsi all’estro ed all’imprevedibilità dei suoi uomini più fantasiosi come, ad esempio, capitan Insigne, che già nel 3-0 del gennaio 2014 e nel 2-0 del novembre 2015 mise la propria firma sulle vittorie partenopee nella città dei celebri innamorati shakesperiani.

Rrahmani e Kumbulla, oggi lì domani qui

E proprio nel terzetto difensivo dell’Hellas si è distinto Amir Rrahmani, ex Dinamo Zagabria che sul centro-destra della retroguardia scaligera è divenuto uno dei punti fermi dell’undici di Juric, il cui futuro sarà proprio a Napoli alla corte di Gattuso. Il centrale kosovaro, di fatti, grazie alla personalità dimostrata nel corso di questa stagione, unita a delle ottime doti nel gioco aereo, è stato individuato da Giuntoli come l’elemento giusto per rinforzare il reparto arretrato partenopeo. Lo stesso reparto che, stando a insistenti voci di mercato, potrebbe avvantaggiarsi nella prossima annata anche delle prestazioni dell’altro gialloblù Marash Kumbulla. Il classe 2000, nato in Italia da genitori albanesi e con una presenza nella nazionale balcanica, ha ottenuto il posto da titolare forte di una serie di ottime prestazioni nello scorso precampionato e ha confermato le attese durante il torneo di massima serie, divenendo il 5 ottobre scorso contro la Samp il primo difensore nato nel terzo millennio ad andare in gol in Serie A.

pubblicato il 23 giugno 2020

A Verona va in scena il made in Italy

A Verona va in scena il made in Italy

L’APPROFONDIMENTO

A Verona va in scena il made in Italy

Lo stadio Bentegodi ospiterà una sfida tra due società e due presidenti ambasciatori del calcio italiano

di Francesco Marchionibus

Dopo circa quattro mesi di sosta forzata, recuperati gli incontri non disputati per l’emergenza Covid, riparte il campionato con il Napoli subito chiamato a giocare al Bentegodi con il Verona di mister Juric.
L’incontro si presenta difficile, contro una squadra che per gioco espresso e risultati ottenuti è tra le rivelazioni della stagione, tanto che si trova in lotta proprio con gli azzurri e con il Milan per la qualificazione all’Europa League.
La sfida tra Napoli e Verona è però anche il confronto tra De Laurentiis e Setti, due presidenti italiani in un calcio sempre più globalizzato anche nella proprietà dei club, oramai molto spesso in mano a magnati e gruppi internazionali.
Due patron, come si usava dire una volta, che nella gestione dei propri club hanno cercato innanzitutto di creare aziende sane, capaci di sopravvivere grazie alla capacità di autofinanziarsi, puntando a raggiungere stabilmente i propri obiettivi sportivi proprio grazie alla solidità societaria.
In questa ottica i risultati raggiunti da Aurelio De Laurentiis nell’ultimo decennio, con la costante presenza del Napoli ai vertici del campionato e nelle coppe europee ed i bilanci tenuti sempre in ordine, sono stati ottimi (anche se forse in qualche occasione la paura di osare ha impedito il raggiungimento di traguardi ancora più prestigiosi), e il presidente azzurro si è imposto, con i suoi pregi e i suoi difetti, come una delle principali personalità del nostro calcio.
Maurizio Setti, da parte sua, ha avuto bisogno di qualche anno in più per mettersi in linea con gli obiettivi che si era prefissato, ma sembra che ora ci sia vicino.
Il presidente del Verona, che ha un passato da centrocampista nei dilettanti dell’Athletic Carpi, ha avviato ancora giovanissimo le sue attività imprenditoriali e dopo anni di crescita è arrivato a creare una holding che controlla numerose aziende, tra cui spicca, con un fatturato di circa 55 milioni di euro, la Antress Industry S.p.A., una società che opera nel campo dell’abbigliamento e degli accessori made in Italy. E proprio la diffusione del made in Italy nel mondo rappresenta il punto di forza delle aziende di Setti, che hanno numerosi punti vendita in Francia, Germania, Olanda, Grecia e Cina.

Nel calcio Setti è entrato diventando socio del Carpi, la squadra della sua città, e successivamente ha partecipato al salvataggio del Bologna, di cui è stato vicepresidente. Nel 2012 ha acquistato l’80% delle quote del Verona, di cui l’anno successivo ha acquisito l’intero pacchetto azionario.
Per la verità sull’acquisizione del club gialloblù c’è stata più di un’ombra: gli intrecci finanziari tra Setti e l’imprenditore Gabriele Volpi, già proprietario dello Spezia, hanno fatto pensare che il vero proprietario del Verona fosse proprio Volpi. La stessa FIGC ha aperto un’inchiesta, poi archiviata, e il rapporto tra i due imprenditori ha avuto anche strascichi giudiziari per il mancato rimborso di un maxi prestito da parte di Setti.
Al di là dei dubbi iniziali sulla reale proprietà del club, l’avvento di Setti alla presidenza della società scaligera ha portato subito discreti risultati, con la promozione in serie A seguita da due buoni campionati, impreziositi dalle reti del bomber Luca Toni e dal debutto del futuro centrocampista azzurro Jorginho. Poi la retrocessione ed una continua altalena tra A e B fino alla promozione dello scorso anno e al bel campionato disputato sinora in questa stagione.
Risultati ben lontani da quelli del collega azzurro ma comunque discreti considerando le differenze tra i due club, in termini di tifosi, potenzialità economiche, storia ed obiettivi sportivi.
D’altra parte Setti ha sempre cercato di privilegiare, ancor più di De Laurentiis, l’aspetto economico. “Il risultato sportivo verrà sempre dopo l’equilibrio di bilancio, meglio in Serie B sani che restare in A e fallire” ha dichiarato più volte il presidente scaligero.
A differenza del presidente del Napoli però quello del Verona non sempre è riuscito a mantenere questo equilibrio, visto che in passato è stato proprio il “paracadute finanziario” assicurato a chi retrocede in B a salvare il Verona. E proprio per la richiesta di un’anticipazione di 10 mln del “paracadute” fatta nel 2016 dal presidente veronese, Setti e De Laurentiis furono protagonisti di un violento scontro in Consiglio di Lega.
Ora pare che i conti degli scaligeri siano sistemati, con l’ultimo bilancio chiuso solo in lieve perdita e diversi giocatori, come il prossimo azzurro Rrahmani, messi in vetrina a comporre una rosa di discreto valore che sta ottenendo risultati lusinghieri.
Il Verona di Setti è dunque un ostacolo insidioso, che però gli azzurri devono assolutamente superare per proseguire nella loro rimonta.

pubblicato il 22 giugno 2020

La Palma: la corsia sinistra come un’autostrada

La Palma: la corsia sinistra come un’autostrada

DIALOGHI – L’ULTIMA PARTITA

La Palma: la corsia sinistra come un’autostrada

La finale di Coppa nel ‘78 persa a Roma contro i nerazzurri fu l’ultima partita del brindisino con il Napoli

di Bruno Marchionibus

Più che un’intervista quella con Antonio La Palma è una piacevole conversazione che, partendo dalla Coppa Italia e toccando varie tematiche, analizza alcuni aspetti del calcio di ieri e di oggi, impossibili da confrontare perché diversi tra loro. Schietto e senza peli sulla lingua, ogni risposta di La Palma è secca e diretta come uno scatto sulla corsia sinistra, che con la maglia del Napoli addosso il terzino pugliese ha presidiato per 94 volte dal ‘74 al ‘78 andando a segno in quattro occasioni.

La Palma, con il Napoli lei ha disputato due finali di Coppa Italia, vincendone una. Che ricordi ha di quelle partite?

«Nella finale del ‘76 con il Verona non ci fu storia; vincemmo nettamente noi per 4 a 0 nonostante nell’Hellas ci fossero ottimi giocatori come Zigoni e Catellani, che l’anno dopo fu acquistato proprio dal Napoli. Nel ‘78, contro l’Inter, purtroppo non riuscimmo a chiudere nel migliore dei modi l’annata perdendo 2 a 1. Fu un peccato, anche perché quella fu la mia ultima partita in azzurro; quell’estate fui ceduto a sorpresa, senza ricevere neanche “un buongiorno o un buonasera”, e mi ritrovai all’Avellino».

In quegli anni il percorso per arrivare in fondo alla Coppa era molto più complesso di oggi. Crede che il format attuale faccia perdere prestigio alla competizione?

«Il prestigio della Coppa rimane, ma di certo la differenza nella formula c’è. Una volta tutte le squadre partivano ad agosto coi primi turni, mentre attualmente le big saltano tutta la trafila delle eliminatorie, con le teste di serie in gioco dagli ottavi e gare secche fino ai quarti. È chiaro, tuttavia, che in questi quaranta e più anni sono intervenuti così tanti cambiamenti nel calcio che fare paragoni tra quei tempi e quelli odierni è impossibile».

Ad esempio le tante partite europee e il campionato a venti squadre che riempiono il calendario…

«In realtà su questo devo dire che anche noi, tra campionato e coppe, spesso disputavamo una partita ogni tre giorni, con un dispendio di energie non indifferente».

Quindi il fatto che ora i calciatori giochino tanto in più è un “falso mito”?

«Beh, oggi a volte ci si lamenta dei troppi impegni, ma ci sono rose di trenta giocatori che garantiscono ricambi a tutti. Ai nostri tempi questa possibilità così ampia di ruotare gli uomini non c’era e, ripeto, anche noi giocavamo tanti match, soprattutto chi veniva anche convocato in Nazionale».

A tal proposito, l’aver solamente sfiorato la maglia dell’Italia è il grande rimpianto della sua carriera?

«Diciamo che allora la “geopolitica” aveva un suo peso».

Difficile vestire l’azzurro per chi non giocava nelle grandi del Nord?

«Rispondo con un esempio concreto. A Napoli abbiamo avuto Juliano che è stato nel giro della nazionale per oltre dieci anni, eppure ha collezionato poche presenze (18 presenze, ndr); un motivo ci sarà. È chiaro che all’epoca c’era tanta concorrenza con i vari Bulgarelli, Rivera, Mazzola: tutti grandi giocatori, avvantaggiati però dal fatto di militare in club che vincevano. Antonio per il giocatore che era avrebbe meritato sicuramente più spazio con la maglia della nazionale».

La squadra che nel 1976 conquistò la Coppa Italia: in piedi da sinistra Orlandini, La Palma, Burgnich, Carmignani, Bruscolotti e Pogliana; accosciati Massa, Juliano, Savoldi, Esposito e Braglia

Passando all’edizione di quest’anno della Coppa Italia, ci sono state molte polemiche riguardo alla decisione di disputare semifinali di ritorno e finale prima di riprendere il campionato. Qual è la sua opinione in merito?

«Giocare dopo tre mesi di stop è difficile per tutti; rendere al meglio senza avere un giusto numero di partite nelle gambe non è mai semplice. Il Napoli parte comunque dalla situazione di vantaggio data dal successo per 1 a 0 ottenuto a Milano. Personalmente sono fiducioso sulle possibilità degli azzurri; quella di Gattuso è una squadra abbastanza giovane, e anche se trovarsi a giocare immediatamente una partita da dentro o fuori dopo una lunga pausa è complesso da ogni punto di vista, sono convinto che durante questo periodo i ragazzi si siano tenuti in allenamento e siano fisicamente pronti ad affrontare questo ritorno in campo».

Per quanto riguarda la difesa partenopea, basandosi su quanto visto tra gennaio e febbraio, pensa che i problemi di inizio stagione siano stati ormai superati?

«Nei primi mesi del 2020 le cose erano migliorate. Le tante vicissitudini tra società e squadra che hanno caratterizzato la prima parte dell’annata azzurra avevano senza dubbio procurato un calo di concentrazione da parte dei calciatori. Mister Gattuso ha fatto un bel lavoro, perché non era facile ritrovare il bandolo della matassa e rimettere tutti in riga; nel calcio di oggi tra rinnovi di contratto e problematiche varie il rischio di farsi distrarre da questioni extra-campo è grande, e non è semplice avere la forza mentale di lasciare tutto fuori dal rettangolo di gioco. Tornando alla difesa, in ogni caso, nelle ultime uscite la retroguardia del Napoli si stava ben comportando, e se Koulibaly tornasse ad essere il Koulibaly delle scorse stagioni allora potremmo davvero mettere il lucchetto alla porta azzurra».

Per l’anno prossimo già è stato preso Rrahmani, e si parla di un interessamento anche per l’altro veronese Kumbulla. Pensa che questi possano essere i profili giusti per il futuro dei partenopei?

«È chiaro che trovare dei giocatori emergenti validi su cui investire è sempre una buona mossa. Oggi bisogna andare a cercare profili giovani, perché per come è strutturato il calcio attuale avere la giusta brillantezza fisica è fondamentale per affrontare nel migliore dei modi l’intero arco di una stagione».

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

L’ULTIMA PARTITA

Nove finali azzurre da Pesaola a Benitez

Più successi che sconfitte nella storia del Napoli in Coppa Italia. Peccato per le finali perse con Di Marzio e Montefusco

di Bruno Marchionibus

AI NOSTRI LETTORI

Nel numero del 13 giugno abbiamo dedicato un servizio alle finali ed agli allenatori del Napoli che le hanno giocate. Doveva essere un modo di augurare alla squadra azzurra un buon viatico verso la gara contro la Juventus.
È andata bene. È arrivato il successo e con esso la sesta Coppa Italia da mettere in bell’evidenza in bacheca.
Riproponiamo il servizio, che il lettore può anche trovare nella versione cartacea caricata sul sito, e vi anticipiamo la copertina del nuovo numero che sarà in edicola con il Roma di martedì 23 per presentare il ritorno del Napoli in campionato in quel di Verona.
Buona lettura.

Anni ‘60-’70: dal Petisso a Beppe-Gol

È nel 1962 che, alla sua prima finale, il Napoli si aggiudica la prima Coppa Italia della sua storia, e lo fa rendendosi protagonista di un’impresa che ancora oggi nessuna squadra è riuscita a ripetere: vincere il trofeo militando in Serie B. Gli azzurri di mister Pesaola, da poco passato dal campo alla panchina, infatti, in quella stagione non solo ottengono la promozione dalla cadetteria al massimo campionato, ma compiono anche un’incredibile cavalcata in Coppa fino all’ultimo atto dell’Olimpico superando compagini del calibro di Torino e Roma. A decidere la finale in gara unica contro la S.P.A.L., il 21 giugno, sono Corelli e Ronzon, che rendono vano il gol del ferrarese Micheli; i ragazzi del Petisso, così, entrano di diritto nella storia del Napoli e del calcio italiano.
Bisognerà aspettare dieci anni per ritrovare i partenopei protagonisti della Coppa nazionale, col Napoli che tra il ‘72 ed il ‘78 disputerà ben tre finali. Nel 1972 è il Milan di Rocco che, imponendosi sugli azzurri di Chiappella per 2 a 0, impedisce a Dino Zoff di chiudere nel migliore dei modi la sua esperienza napoletana, mentre nel ‘76 i campani dominano la finalissima con il Verona vincendo per 4 a 0 con una doppietta del bomber Savoldi. Sconfitta, infine, nel 1978 per i partenopei di Di Marzio, superati 2 a 1 in rimonta dall’Inter con gol decisivo di Bini a pochi minuti dal termine, in un’edizione il cui capocannoniere fu lo stesso Beppe-gol.

Anni ’80: una cavalcata Ma-Gi-Ca

Il 1987 è l’anno di grazia per i colori azzurri; il 10 maggio arriva il primo storico Tricolore, il 7 giugno la terza coccarda. Il percorso del Napoli di Maradona in Coppa è semplicemente impressionante, con 13 vittorie su 13 partite giocate a certificare un record rimasto imbattuto dopo oltre trent’anni. La finale con l’Atalanta, disputata in questo caso sui 180 minuti, per gli uomini di Bianchi è una pura formalità: al San Paolo i partenopei dilagano per 3 a 0 grazie a Renica, Muro e Bagni, al ritorno anche Bergamo viene espugnata col gol partita di Giordano a cinque minuti dalla fine. A ulteriore riprova del dominio napoletano di quell’annata, basti pensare che i primi tre posti della classifica marcatori vengono occupati proprio dai tre componenti di quella che, in attesa di Careca, è una prova generale della Ma-Gi-Ca: Giordano (10 reti), Maradona (7) e Carnevale (5).
Due anni dopo il Napoli arriva ancora una volta fino in fondo al tabellone, trovandosi al cospetto della Samp di Vialli e Mancini. A Fuorigrotta gli azzurri si impongono per 1 a 0, ma a Genova vengono demoliti per quattro reti a zero; si conclude così per Maradona e compagni un’annata che era stata comunque ricca di soddisfazioni grazie alla vittoria della Coppa Uefa a Stoccarda. 

Anni ‘90 e 2000: discesa agli Inferi e ritorno in Paradiso

La finale del 1997 contro il Vicenza è l’ultimo sussulto di un Napoli già inesorabilmente avviato verso il declino, che culminerà nel 2004 con il fallimento della società. I partenopei si presentano al cospetto dei veneti forti di un’epica semifinale vinta ai rigori contro l’Inter, ma dopo l’1 a 0 del San Paolo firmato Pecchia, al Menti, col numero 10 Beto in panchina, i campani vengono raggiunti nel primo tempo e poi battuti ai supplementari. In panchina siede Montefusco che ha sostituito Simoni, scomparso recentemente.
Passano quindici anni e un nuovo Napoli, risorto dalle ceneri e targato De Laurentiis, affronta in gara unica per la finalissima di Coppa Italia la Juve di Conte, che si è aggiudicata il campionato con zero sconfitte al passivo. I ragazzi di Mazzarri si rendono protagonisti di una partita perfetta, e nella ripresa sono due pezzi della storia azzurra recente a regalare il trionfo ai tifosi partenopei: prima Cavani la sblocca dagli undici metri, poi Hamsik la chiude in contropiede.
Ultimo successo napoletano, infine, è quello ottenuto da Benitez nel 2014 contro la Fiorentina. Quella sera all’Olimpico, tuttavia, né la doppietta di Insigne né il gol partita di Mertens possono cancellare la tragicità di ciò che nel pomeriggio è avvenuto a pochi metri dallo stadio, col ferimento di Ciro Esposito che, purtroppo, un mese più tardi passerà a seguire la sua squadra del cuore dalla tribuna del Paradiso.

pubblicato su Napoli n.25 del 13 giugno 2020