Il Napoli in Europa: gli esordi

Il Napoli in Europa: gli esordi

IL NAPOLI IN EUROPA

Il Napoli in Europa: gli esordi

In attesa di tornare in campo per la Champions riviviamo alcune delle esperienze europee del Napoli passato

di Francesco Marchionibus

Sono passati più di due mesi dall’ultima partita giocata dal Napoli e, anche se gli allenamenti stanno ripartendo, ancora non si sa quando gli azzurri potranno scendere nuovamente in campo. Lo stop forzato alla stagione è arrivato sul più bello, proprio mentre stava montando l’attesa per il prestigioso match di Champions contro il Barcellona, con il Napoli tutt’altro che spacciato dopo la bella prestazione della partita di andata. E al di là dell’esito finale l’impegno con i blaugrana conferma ancora una volta la dimensione internazionale oramai raggiunta dai partenopei dopo gli ottimi risultati dell’ultimo decennio.
Ma se negli ultimi anni la società e la squadra azzurra hanno raggiunto e mantenuto un certo prestigio internazionale, collocandosi stabilmente tra i club di seconda fascia, con un ranking che li vede attualmente al 16° posto, in passato non sempre, o per meglio dire raramente, i risultati ottenuti oltreconfine hanno posto il Napoli alla ribalta del calcio europeo. E allora, in attesa che si torni a giocare, facciamo un tuffo nel passato per ricordare alcune delle più interessanti avventure europee degli azzurri, cominciando dalla più antica.
L’esordio del Napoli in un torneo internazionale risale al 1934, con la partecipazione alla Coppa dell’Europa Centrale, più nota come Mitropa Cup. Il torneo, che rappresenta la più antica competizione europea per squadre di club, fu ideato nel 1927 dal segretario generale della federcalcio austriaca, il boemo Hugo Meisl, già calciatore del Vienna Cricket and Football Club, arbitro e allenatore della nazionale austriaca. Inizialmente alla coppa partecipavano l’Austria, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Jugoslavia, che nel 1929 fu sostituita dall’Italia, con due squadre per ogni nazione; nel 1934 le squadre furono portate a quattro per ogni nazione, e negli anni successivi furono ammesse anche compagini della Romania e, nuovamente, della Jugoslavia.
Negli anni trenta il torneo era nel suo periodo di massimo fulgore, e anche il Napoli che vi partecipò nel 1934 viveva il periodo migliore dalla sua fondazione: aveva appena concluso il campionato alle spalle della Juventus e dell’Ambrosiana Inter, bissando il terzo posto della stagione precedente. La squadra, allenata dall’inglese William Garbutt, il primo grande mister della storia azzurra, era un po’ discontinua ma molto forte: i futuri campioni del mondo Cavanna e Ferraris II, il centromediano Colombari, l’attaccante Rossetti, ed i leggendari Vojak e Sallustro erano le punte di diamante di un gruppo di calciatori tutti di ottimo livello.

William Garbutt

Al primo turno gli azzurri dovettero affrontare l’Admira Vienna, all’epoca tra le più forti squadre europee, fresca vincitrice sia del campionato nazionale che della coppa d’Austria dopo una finale dominata e vinta addirittura per 8 – 0 contro il Rapid Vienna, altra squadra ai vertici del calcio internazionale. Il 18 giugno 1934 il Napoli scese in campo al Prater di Vienna per la partita di andata contro i favoritissimi avversari schierando Cavanna, Vincenzi, Castello, Mongero, Colombari, Rivolta, Visentin, Vojack, Sallustro, Rossetti e Ferraris II. Contro ogni pronostico al termine di un incontro molto combattuto i giocatori azzurri riuscirono a strappare un preziosissimo pareggio per zero a zero ed a rinviare il discorso qualificazione alla partita di ritorno.
Una settimana dopo le due squadre si ritrovarono di fronte allo stadio Ascarelli e dettero vita ad un match rocambolesco in cui il Napoli confermò tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. La partenza dei partenopei fu eccezionale, e la squadra azzurra riuscì a portarsi in vantaggio per 2 – 0 grazie ad una rete di Sallustro ed al raddoppio di Vojak su rigore. A quel punto però i calciatori del Napoli, pensando forse di avere oramai superato il turno, cominciarono a “giochicchiare” un po’ troppo e un pasticcio tra Rossetti e Rivolta causò il gol del 2 – 1 di Durspekt che diede nuove speranze ed energie alla squadra austriaca. E a meno di un quarto d’ora dalla fine, dopo un altro malinteso difensivo dei giocatori partenopei, lo stesso Durspekt siglò il pareggio che spezzò il sogno azzurro di qualificarsi ai quarti eliminando una delle più forti squadre europee.
All’epoca infatti non erano previsti i tempi supplementari, ed il Napoli dovette giocare lo spareggio, che si disputò domenica 1 luglio in campo neutro, a Zurigo. Purtroppo la partita non ebbe storia: i calciatori azzurri non riuscirono a contrastare i più quotati avversari come nelle precedenti gare e furono travolti dagli austriaci con un bruciante 5 – 0. L’ Admira Vienna, evitata la clamorosa eliminazione al primo turno, proseguì poi il suo cammino nella Mitropa Cup giungendo, dopo avere eliminato anche lo Sparta Praga e la Juventus, alla finale, che però perse nel doppio confronto contro il Bologna.
La prima avventura europea del Napoli, partita benissimo, si concluse invece nel peggiore dei modi: la brutta sconfitta nello spareggio provocò fortissime polemiche, tanto che il presidente Vincenzo Savarese accusando i giocatori di scarso senso del dovere decise di multarli per millecinquecento lire a testa, tranne Sallustro che ricevette una multa di duemilacinquecento lire e la revoca dal ruolo di capitano.
Un brutto epilogo, che incrinò i rapporti all’interno del club e fu una delle cause delle successive stagioni vissute dal Napoli nell’anonimato del centro classifica, fino alla retrocessione al termine del campionato 1941 – 42, e senza la possibilità di tornare a giocare in Europa. Per partecipare nuovamente ad un torneo internazionale il club azzurro dovette attendere quasi trent’anni, fino alla prima edizione della Coppa delle Alpi disputata nel 1960.
Ma questa è un’altra storia, e fortunatamente una storia che negli anni successivi ha riservato ai tifosi partenopei anche diverse soddisfazioni.

pubblicato il 12 maggio 2020

La maternità come una meta agognata

La maternità come una meta agognata

LO SCAFFALE PARTENOPEO

La maternità come una meta agognata

Il nuovo romanzo della giornalista napoletana Livia Carandente che tratta l’argomento con ironia e sensibilità

di Marina Topa

“Quanti figli hai? Quando l’attesa di un bebè dura più di nove mesi” (Tau Editrice) è il libro con il quale la giornalista napoletana Livia Carandente, che insegna Psicologia della Comunicazione attraverso i simboli, affronta il tema di quando la maternità diventa una meta agognata. L’autrice ha scelto di trattare quest’argomento sotto forma di romanzo; lo fa con pari ironia e sensibilità senza celare il dolore profondo che accompagna le donne che lo vivono sulla propria pelle ed i loro partners. La narrazione degli stati d’animo dei protagonisti, che pur pensando incessantemente al potenziale figlio in arrivo non riducono i rispettivi frenetici ritmi lavorativi quotidiani, fa riflettere su come questa problematica possa influire sul rapporto di coppia portandola a conseguenze estreme ed opposte: divisione o maggiore complicità. Da cattolica, infatti è stata anche autrice e conduttrice del format televisivo “Le vie del Cuore”, dedicato a storie di fede, Livia Carandente inserisce con misurata leggerezza anche il tema di come il ricorso ad alcune metodologie scientifiche possa creare problemi etici e come, nel contempo, non sia affatto semplice l’iter per l’adozione.
Due i messaggi profondi, che vanno al di là del coinvolgimento della trama, e che inducono ad una riflessione rasserenante per chi, coinvolto dal problema, è sottoposto a volte a stress psicofisici superiori alle proprie forze:

1) la maternità biologica è un dono ed in quanto tale non può essere preteso;
2) esistono forme di maternità non meno coinvolgenti e ricche d’amore: la maternità è la forma d’accoglienza per antonomasia, accogliere con amore la vita non significa necessariamente partorire!

Livia, sarebbe bello che fossi proprio tu a dire il primato che questo romanzo ha nella trattazione di un tema così serio. È giusto dirlo perché suggerisce una possibilità di approcciarsi alle delusioni della vita senza farsene inghiottire?

«È un unicum nel suo genere. Di libri che approcciano al tema ce ne sono di innumerevoli ma sono raggruppabili nella categoria scientifica o psicologica. Un romanzo, dedicato al tema, scritto in chiave ironica, non credo fosse mai stato pubblicato. Ne sono orgogliosa».

Fino a qualche decennio fa alle ragazze fidanzate da tempo la domanda d’iter era “a quando le nozze?”, dopo il matrimonio “a quando un bebé?”, e dopo “a quando il fratellino?”. Il tuo libro è un invito a distaccarsi da questo tipo di “obbligo sociale” e ad avere rispetto per la sensibilità del prossimo, in particolare delle donne. Quanto pensi stia cambiando in merito?

«Non credo sia cambiato nulla, in verità. La discrezione sul tema non è molto praticata. Ma vale per tanti altri ambiti. Dovremmo imparare ad essere più sensibili ed empatizzare. Soprattutto rispettare ciò che l’altro vuol far sapere o meno. Alcuni argomenti non possono esaurirsi nei tempi di un caffè».

Livia ha creato una pagina facebook “Quanti figli hai?” dove è possibile leggere commenti, confidenze e testimonianze relative al tema della maternità. Basta aggiungere un like per ricevere aggiornamenti.

pubblicato il 10 maggio 2020

La candidatura al David 2020 da attore protagonista

La candidatura al David 2020 da attore protagonista

L’INTERVISTA

La candidatura al David 2020 da attore protagonista

Un riconoscimento importante per Francesco di Leva, la gioia di condividerlo con i propri cari

di Giovanni Gaudiano

Le foto sono di Martin Di Maggio

L’intervista a Francesco di Leva che proponiamo fu raccolta nell’imminenza della premiazione prevista per il 3 aprile. Non c’è nulla che non sia rimasto valido, anzi. L’attore, l’uomo attraverso le parole mostra tutta quanta la sua originale qualità, la sua spontaneità, la sua voglia di partecipare all’evoluzione del suo tempo. La riproponiamo così come era stata realizzata per la nostra rivista.

Sei stato già candidato al David, nel 2011, come attore non protagonista per “Una vita tranquilla”, adesso si presenta una nuova importante opportunità…

«La partecipazione ad “Una vita tranquilla” mi ha dato la possibilità di esprimermi attorniato da un cast meraviglioso e quella nomination rappresentò per me un grande riconoscimento. Certo la denominazione della categoria di questa volta esprime da sola l’importanza di quello che mi è successo. La prestigiosa cinquina nella quale mi trovo inserito, formata da attori che stanno raccontando il cinema italiano da dieci anni a questa parte, racchiude unitamente all’espressione “attore protagonista” l’ansia, l’aspettativa, la speranza che ogni attore che viene nominato vive unitamente all’emozione».

Quindi è passato solo il tempo, si tratta di un’altra categoria o c’è dell’altro?

«C’è molto altro. Sono cambiato io come persona. Dieci anni fa l’ansia era maggiore, oggi sento di aver affrontato la notizia con più razionalità, con la coscienza che mi fa pensare come un premio sia una sorta di grande pacca sulla spalla, forse anche una maniera per fare festa. Dieci anni fa pensavo di vincere, oggi mi guardo intorno e sono circondato da attori che stimo in maniera profonda. È innegabile che io sia emozionato ma non sarebbe possibile il contrario».

Si tratta di cinque nomination con una prevalenza di attori giovani. È un caso, è il risultato di un cinema italiano vivace o si può parlare di un ricambio generazionale in atto?

«Io credo che la vita in linea di principio sia ciclica. C’è sempre un rinnovamento possibile in ogni attività ma penso che nel caso specifico non ci sia un ricambio generazionale. Si tratta di due generazioni molto vicine tra loro che continuano ad animare il mondo cinematografico. Penso si possa dire che sia il cinema italiano ad essere vivace e che alla schiera dei sessantottini si sia affiancata quella dei settantottini».

Parliamo del “Sindaco”. Hai mostrato attraverso internet come vi siate radunati famiglia, amici, colleghi per vederlo insieme. C’è un episodio particolare da poter raccontare?

«Una delle produttrici mi ha scritto un post evidenziando come di questi tempi siamo riusciti a riunirci (la riunione è avvenuta prima che fosse deciso il confinamento dettato dal virus, ndr.) per vedere il film. Tengo particolarmente al mio ambiente, alla mia famiglia. Sono attaccato alle tradizioni e penso che si sia perso il piacere e l’amore di condividere certi avvenimenti. Nel nostro caso, si è trattato di un momento denso di grande emozione. Stare insieme, cenare, vedere il film e commentarlo, io che ripetevo qualche battuta. Poi proprio all’inizio, quando entro in scena e cammino senza parlare, mio figlio si è avvicinato e mi ha detto: “Papà sono orgoglioso di te, già solo vedendoti camminare mi fai emozionare”. Questi momenti restano, le altre cose passano».

Grazie a Raiplay la tua interpretazione è fruibile a chiunque la voglia vedere, credo che la cosa sia per te e per tutti quelli che hanno partecipato a questa produzione fonte di grande soddisfazione…

«Mi sono arrivati moltissimi messaggi di stima, di affetto, di congratulazioni un po’ con tutti i mezzi. L’opportunità creatasi grazie alla Rai è importante, perché al cinema siamo stati presenti solo tre giorni ed anche se le sale erano tutte piene il film era stato visto da pochi. Debbo anche dire che chi era un po’ scettico si è ricreduto dopo averlo visto. Si può dire che la scelta effettuata da Raiplay abbia funzionato molto bene».

“Il Sindaco” con molta probabilità ritornerà a teatro nel 2021 quando siamo sicuri che la “tempesta” sarà alle spalle. Nel frattempo Francesco di Leva ed il Nest al completo stanno studiando, programmando per proporre appena sarà possibile ancora tanti eventi e spettacoli di qualità.

pubblicato l’8 maggio 2020

La Napoli di Eduardo per Francesco di Leva

La Napoli di Eduardo per Francesco di Leva

IN PRIMO PIANO

La Napoli di Eduardo per Francesco di Leva

I David rappresentano la volontà di battere il virus ed una cinquina di bravi attori pronti a battersi per la statuetta

di Giovanni Gaudiano

Le foto sono di Martin Di Maggio

Che lo vinca o meno questo tormentato David di Donatello domani sera, come miglior attore protagonista, Francesco di Leva per la sua convincente e personalissima interpretazione de “Il Sindaco del Rione Sanità” ha già aggiunto un altro importante tassello alla sua brillante carriera. È una cinquina di grande livello quella che si contenderà il premio che l’emergenza sanitaria non è riuscita a bloccare. La cerimonia, che sarà presentata da Carlo Conti, non sarà quella di sempre, mancherà il pubblico ma la Rai ha predisposto collegamenti con i protagonisti che interverranno e nel caso dei vincitori potranno anche rilasciare le abituali dichiarazioni successive alla proclamazione.
La serata può definirsi il primo vero momento di ripresa per le attività culturali del nostro paese ed in questo senso averla realizzata nonostante tutto è un grande merito. Ci si augura che si prenda spunto da quanto vedremo, dal lavoro che ne avrà consentito la messa in onda e dall’impegno di tutti per comprendere definitivamente che esiste sempre una strada per combattere le avversità, gli imprevisti ed è quella della volontà, della determinazione accompagnata da tutte le cautele che il caso impone. La cerimonia del David 2020 sarà ricordata non solo per i premi che verranno assegnati ma soprattutto perché potrà segnare il confine tra un momento tragico, non ancora superato, e la ripresa di una comunità, di un paese che vuole ripartire e che non ha eguali come dimostrano le manovre di basso profilo messe in campo dalla politica internazionale ed in particolare da quella europea.

Il premio al miglior attore protagonista

Sono diverse e prestigiose le categorie dove i nostri conterranei sono presenti. Il premio riservato al miglior attore protagonista sarà una sorta di “derby del sole” tra Napoli e Roma (2 napoletani contro 3 romani), gara che in campo si sarebbe dovuta giocare proprio il sabato successivo alla cerimonia dei David del 3 aprile e che adesso non si sa ancora se e quando verrà giocato.
Francesco di Leva e Toni Servillo sfideranno Pierfrancesco Favino, Alessandro Borghi e Luca Marinelli. È una cinquina di qualità. Sono tutti e cinque con varie motivazioni meritevoli del premio. Sarà un peccato per quelli che non potranno ricevere l’ambita statuetta. A questo proposito vale la pena soffermarsi sulla candidatura di Francesco di Leva. La ricerca del miglioramento che l’attore di San Giovanni persegue, la riflessione profonda sulle parti affidategli, il lavoro affrontato con grande passione e la costruzione di durature relazioni, accompagnate da un occhio particolare per i giovani del suo quartiere e di tutta la città, dimostrano come Francesco di Leva stia percorrendo una strada virtuosa che gli consentirà di presentarsi sempre al grande pubblico con qualcosa di nuovo da dire.
Il film, che la Rai ha deciso meritoriamente di rendere visibile sulla piattaforma on line Raiplay sin dal 28 febbraio, pur trasferendo dal teatro alla sala cinematografica un classico di Eduardo, ha rispolverato una serie di messaggi lanciati giusto 60 anni fa dal grande drammaturgo in occasione della prima rappresentazione.
Mario Martone, che aveva diretto anche l’edizione teatrale del 2017, li ha aggiornati, attualizzati, li ha montati come se si trattasse di una storia dei nostri giorni e così facendo ha consentito di valutare come le problematiche sociali di fondo, oggetto del lavoro di Eduardo, siano attualissime. L’interpretazione di Francesco di Leva e di tutti gli attori impegnati, a partire da quella di Massimiliano Gallo, ha poi dato alle scelte di Martone quello sprint che ha consentito già a Venezia di raccogliere consensi e riconoscimenti. Nel ruolo di Antonio Barracano, Francesco di Leva non è bravo perché ha saputo reggere il confronto a distanza con il grande maestro, non era quello l’obiettivo, ma perché la sua interpretazione è convincente ed è tanto naturale da imprimere al film un ritmo che nella sua attualità smette di essere una rilettura.

Il “Sindaco” di Francesco di Leva

Antonio Barracano non è un eroe, anche se in qualche momento sembra volerlo essere. È una persona che vorrebbe amministrare il giusto attraverso metodologie che giuste non sono. È un padre tenero ma con la difesa sempre in guardia. È una specie di “acconciatore” che si è arrogato il compito di sistemare quei pezzi riusciti male, quelle vicende uscite fuori dal controllo, in sintesi tutte quelle azioni prive comunque di buonsenso.
La matrice resta quella del “guappo” di quartiere, forse superata al giorno d’oggi. Si tratta di un uomo che però ben conosce i rischi a cui va incontro e che nel rapporto con il dottore, che appare oggi più di ieri quasi come un sequestrato ai suoi ordini ma che in fondo resta il personaggio positivo individuato da Eduardo nell’intera storia, evidenzia il difficile obiettivo che pensa di raggiungere.
Insomma l’Antonio Barracano di Francesco di Leva meriterebbe il premio, probabilmente come gli altri nominati, tutti bravissimi. L’interpretazione di quel “Sindaco” è servita a raccontare alla città, al mondo che una via, anche se tortuosa, per uscire da certe logiche potrebbe esserci. È una strada difficile ma che andrebbe intrapresa in tutte le attività che animano la vita di tutti i giorni. In fondo, a ben pensarci, Francesco con la compagnia del Nest questa strada, nell’ambito artistico, l’ha intrapresa da tempo ed è singolare come si ritrovino di volta in volta nei suoi lavori i volti che animano il progetto teatrale e culturale della sua San Giovanni a Teduccio. Una periferia abbandonata dalla grande industria, lasciata per certi versi sopravvivere ma capace comunque di trovare dentro se stessa la strada per non morire. L’attore nativo di quel quartiere l’ha messa al centro del suo lavoro, ottenendo più che un premio. Potrebbe sfuggirgli questo David, noi speriamo di no, ma si può star sicuri che la sua ferma volontà gli procurerà tante altre occasioni.
In attesa di conoscere il responso, facendo apertamente un tifo da stadio, invitiamo tutti quelli che non lo hanno ancora fatto a vedere il film sulla piattaforma della Rai.

pubblicato il 7 maggio 2020

L’importanza dei diritti televisivi per la Serie A

L’importanza dei diritti televisivi per la Serie A

L’APPROFONDIMENTO

L’importanza dei diritti televisivi

Per i club alle prese con le difficoltà finanziarie derivanti dall’emergenza Covid avranno un ruolo fondamentale

di Francesco Marchionibus

Lo stop imposto a tutte le attività sportive dall’emergenza covid-19 ha già causato al calcio italiano ingenti perdite economiche, che potrebbero lievitare ulteriormente nell’ipotesi, per niente improbabile, di stop definitivo ai campionati.
Questo è il motivo per il quale i club spingono, anche se con alcune eccezioni, per la ripresa a breve delle attività, lasciando purtroppo in secondo piano la questione della sicurezza sanitaria di chi, dagli atleti, agli staff tecnici, ai giornalisti e a tutti gli addetti ai lavori, di quella ripresa dovrà essere protagonista.
Una delle maggiori criticità economiche è rappresentata dal rapporto con i grandi broadcaster che detengono i diritti televisivi 2018 – 2021, ed oramai da diverse settimane è in atto un confronto tra Sky, Dazn e Img da un lato e i club italiani dall’altro: in particolare, Sky ha già chiesto alla Lega Calcio uno sconto di 120 milioni per la prossima stagione mentre Dazn ha richiesto la proroga del pagamento dell’ultima rata, in scadenza il 2 maggio.
Il problema è grande, ed il braccio di ferro in corso potrebbe anche portare a controversie legali che ovviamente in questo momento nessuno si augura.

In questo scenario molti grossi investitori hanno fiutato l’affare, e stanno valutando l’opportunità di proporsi per finanziare il calcio italiano risolvendo le necessità di cassa dei club.
In questa direzione si è mosso il Fondo di private equity Blackstone, uno dei più grandi gruppi finanziari del mondo con un patrimonio gestito di oltre 457 miliardi di dollari, che ha formulato alla Lega di Serie A una proposta di finanziamento a breve periodo per circa 100 milioni di euro.
Offerta importante, che presto potrebbe essere affiancata da altre proposte altrettanto ricche: di fronte alla opportunità di investimento rappresentata in questa particolare contingenza dal sistema calcio, anche altri gruppi finanziari, istituti di credito e istituzioni finanziarie (come la SACE, società del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti) sarebbero pronte e disponibili a finanziare la Serie A per far fronte alle urgenti necessità di cassa determinate dall’emergenza pandemia.
La questione non è solo italiana, ma riguarda l’intero mondo del calcio: il blocco dei campionati ha fatto danni ovunque, e i grandi investitori finanziari stanno valutando la situazione dei maggiori campionati europei per programmare eventuali interventi a sostegno delle principali Leghe.
Ecco dunque che i diritti televisivi, quelli dei contratti in corso ma anche e soprattutto quelli da ottenere con i prossimi accordi, assumono una importanza enorme non solo per fronteggiare la crisi ma anche per venirne fuori e per programmare il futuro.
Prima o poi le attività riprenderanno, e a quel punto i club avranno sicuramente una grossa necessità di cassa e quindi l’esigenza di ottenere finanziamenti. E i diritti TV potrebbero essere la migliore merce di scambio da mettere sul tavolo degli investitori per invogliarli ad intervenire.

pubblicato il 4 maggio 2020