Quando il calcio italiano deciderà di cambiare?

Quando il calcio italiano deciderà di cambiare?

L’EDITORIALE

Ora De Laurentiis non può più nascondersi

Decisioni difficili, protocolli snervanti, sindacato invadente e poi i soliti padroni delle ferriere

di Giovanni Gaudiano

È vero, il calcio italiano riapre i battenti.
Il paese cerca di mettersi alla spalle un momento inaspettato, delicato, sicuramente complicato da superare sotto l’aspetto economico-finanziario. L’organizzazione dello Stato è stata messa a dura prova e nei prossimi mesi bisognerà lavorare molto e bene per permettere alle varie attività di riprendere il cammino interrotto.
In questi mesi si sono evidenziati alcuni profondi mali che affliggono la società italiana: l’eccesso di presenzialismo, la farraginosa burocrazia, la litigiosità politica come pane quotidiano e l’invadente presenza di una pletora di esperti di dubbia qualità che hanno monopolizzato l’informazione senza fornire al paese una giusta e reale informazione. Come ovvio, il mondo del calcio non si è sottratto all’attiva partecipazione a questo modo di essere che ha francamente stufato.
Dichiarazioni al veleno, divisioni prima ampiamente diffuse e poi ritrattate, veti da parte di chi pensa di utilizzare la carica sindacale per altri motivi, società divise da ragionamenti limitati, i politici, a partire dal ministro, che hanno parlato del calcio in modo superficiale ignorandone l’importante peso economico legato a tutto quello che gravita attorno all’intero mondo calcistico.
Poi dalla Germania è partito il segnale. Qualcuno potrebbe dire che in quel paese l’epidemia sia stata affrontata meglio. Ma la stessa Inghilterra e la Spagna dove i dati sono simili a quelli italiani non hanno perso tempo nell’annunziare la ripresa della Premier e della Liga. La Serie A comunque alla fine riprenderà ma i nodi da sciogliere sono ancora sul tavolo del presidente Gravina, forse l’unica persona, tra quelli che contano, che ha sempre tenuto un atteggiamento prudente e professionale alla ricerca della migliore risoluzione per tutti.

Fritz Keller

Le date della ripresa del campionato sono state decise ma per quanto riguarda le due semifinali di Coppa Italia persistono resistenze, perplessità e opposizioni coperte da richieste evidentemente pretestuose.
È singolare, ma allo stesso tempo emblematico, che tutto parta da Torino e Milano, due zone inusitatamente molto colpite dal contagio, due città che continuano a pensare di essere il centro del paese e quindi di poter gestire il mondo del calcio a loro piacimento.
La Juventus, l’Inter ed il Milan appartengono ad un potere logoro che, nel caso delle milanesi, neanche i capitali stranieri hanno saputo aggiornare. Il presidente Gravina sin dall’assunzione del suo mandato ha lanciato messaggi che il calcio va riformato partendo proprio da questa pregiudiziale anacronistica. Ma il suo lavoro non sarà facile.
Ora però l’occasione è propizia. Forse si può avviare una piccola rivoluzione che, crescendo piano piano, possa diventare grande. Forse si può dare allo sport, partendo dal calcio, il giusto valore anche in termini economici. Forse si può anche iniziare a far capire che tutto lo sport non può comunque prescindere dal valore dell’agonismo.
Ieri doveva essere una giornata felice per la prospettiva che vede il calcio, disciplina trainante nel bene e nel male per tutto il movimento nazionale legato allo sport, riprendere il proprio cammino. Ed invece ancora polemiche, ancora chiacchiere da bar, ancora ripicche, minacce di mandare in campo seconde linee.
Sembra in alcuni casi di essere ritornati all’asilo.
Mentre in Italia si sono fissate delle date ancora da venire e si discute sugli orari delle gare e sui giorni nei quali giocarle, in Germania hanno già completato quattro giornate di Bundesliga e sia l’Inghilterra che la Spagna riprenderanno prima di noi.
Quando smetteremo di pensare di essere i primi della classe ora che non lo siamo più da tempo?

pubblicato il 30 maggio 2020

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

SOCIETA’

Prepariamo i bambini al ritorno alla vita di sempre

Per alcuni il desiderio di tornare a scuola è grande e sarà soddisfatto senza problemi

di Marina Topa

I social in questi giorni continuano a parlare dei rischi che corriamo tutti se si abbas-sa la guardia nei confronti del coronavirus; in troppi non indossano la mascherina o lo fanno male e non rispettano le distanze di sicurezza. Il comportamento estrema-mente responsabile e civile dei mesi scorsi sembra abbandonato dal 4 maggio: la pressione accumulata in molte persone ha provocato, purtroppo, una reazione incon-trollabile!
A questo fenomeno se ne associa un altro parimenti preoccupante: numerosi sono i ragazzi e i bambini che non vogliono uscire di casa. Si potrebbe pensare che, come spesso accade, anche questa volta i giovani si mostrano saggi ma invece non si può far a meno di cogliere, dietro quest’atteggiamento, uno stato emotivo di paura, incer-tezza, ansia.
Il passaggio dalla vita di sempre alla quarantena è stato molto rapido e, per quanto difficile per l’imprevedibilità, non ha visto sottovalutare l’importanza di un supporto soprattutto emotivo ai bambini. In pochi giorni si è attivata la DAD (didattica a di-stanza) per tutti gli ordini scolastici, il suo significato principale è stato quello di creare una continuità con la routine quotidiana, mantenere i contatti con gli insegnan-ti e con i compagni, continuare a svolgere i programmi. Per i più piccoli il coinvol-gimento dei genitori è stato totale quanto indispensabile e speriamo possa essere di auspicio per maggior collaborazione e rispetto dei ruoli reciproco in futuro. Mentre i ragazzi sono autonomi nell’aggiornarsi sulla situazione, i bambini comunque perce-piscono che c’è un pericolo in agguato, ed è anche giusto che lo sappiano ma è ugualmente giusto, da parte degli adulti, aiutarli a riconoscere ed esprimere le loro emozioni e soprattutto rispettarle!
Uno strumento utilissimo per fare ciò è il GIOCO. Nello sviluppo del bambino il gioco, oltre che dal punto di vista psicofisico, svolge un ruolo fondamentale dal pun-to di vista emotivo perché, essendo una forma di espressione creativa, gli permette di accostarsi gradualmente a situazioni paurose con la libertà di interromperle e modifi-carle come e quando crede; al tempo stesso però si abitua ad affrontarle.

Per alcuni bambini il desiderio di tornare a scuola è grande e sarà soddisfatto senza problemi ma per altri, specialmente per i più piccoli potrebbe non essere così. E’ ipo-tizzabile che, senza esserne consapevoli, valutino la quarantena con un ragionamento inconscio e razionale del tipo:
– sto tante ore con mamma e papà (con chi potrei essere più al sicuro?);
– anche se attraverso un video, bene o male mi vedo con i compagni;
– sono al centro dell’attenzione dei miei che si impegnano anche a seguire la classe;
– devo condividere giochi ed altro con poche persone;
– posso addormentarmi e svegliarmi quando voglio;
– fuori c’è un pericolo, ma in casa sono al sicuro;
NON MI RISULTA INDISPENSABILE TORNARE A SCUOLA!

E’ risaputo che la serenità dei genitori si rispecchia in tutto il gruppo familiare ed allo-ra, proprio in questo momento in cui i genitori sono sobbarcati da problemi ed ansie a tutto tondo, GIOCARE insieme è sicuramente una formula che può aiutare tutti.
Importante, inoltre, sarà esprimere le proprie EMOZIONI. Affermare di essere preoc-cupati, annoiati o dispiaciuti di dover tornare al lavoro autorizza il bambino a esprime-re quel tipo di emozioni, se le prova anche lui, e siccome l’esempio è lo strumento educativo più incisivo, aumentano le possibilità che, quando sarà il suo turno, come i genitori, tornerà a scuola senza protestare. Anche il rispetto del diritto a stare un po’ da soli in silenzio è importante riconoscerlo al bambino così come ai genitori.
Soffermiamoci un attimo a pensare cosa proverebbe un bambino che, affermando di provare una delle suddette emozioni si sentisse deridere con appellativi come “fifone sfaticato”… sicuramente si chiuderebbe a riccio, con una ferita nella sua autostima.
E’ che anche noi adulti siamo esseri umani, tra l’altro in questo periodo molto sotto pressione, ma pensate se scappasse uno sfogo tipo: “Mi sembrano mille anni che vai a scuola e ti togli davanti!” – per il genitore è una frase sicuramente dimenticata appe-na finita di pronunciare, ma agli occhi del bambino trasforma la scuola in una puni-zione (come una volta era il collegio) e gli insegnanti in una sorta di carcerieri!
Continuiamo a ripeterci, come da due mesi a questa parte “Andrà tutto bene!” E con-tinuiamo ad adoperarci perché così sia … in fondo abbiamo tutti gli stessi desideri: vedere sorridere i nostri bambini e, più solidali di prima, ritornare alla vita di sempre con la consapevolezza di ciò che veramente ha valore!
In merito ci conforta quanto affermato dalla società Italiana di Psichiatria: l’uomo è un animale sociale, quindi nell’arco di 2 o 3 settimane al massimo, la sindrome dovrebbe risolversi da sola.

pubblicato il 28 maggio 2020

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

SCAFFALE PARTENOPEO

“Un giorno per la memoria” per la Giornata della legalità

Sesta ristampa per l’antologia di storie di vittime innocenti per mafia a cura di Anna Copertino ed edita da Homo Scrivens

di Marina Topa

“A tutte le vittime di criminalità dal 1893 ad oggi, e a tutte quelle che ancora non si conoscono”.
Questa è la dedica di “Un giorno per la memoria”, raccolta di storie di vittime innocenti per mafia raccontate da Anna Copertino, che ne ha curato la realizzazione, ed altri 27 autori e pubblicato dalla casa editrice napoletana Homo Scrivens nel maggio 2018 ed oggi alla sesta ristampa.
L’introduzione, scritta dall’allora Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione dottor Raffaele Cantone, pone l’accento su una riflessione su cui è bene ci soffermassimo tutti: “Il volto mortifero delle mafie” non risparmia nessuno. Tra gli “effetti collaterali” delle organizzazioni criminali – afferma – “il più mostruoso è rappresentato proprio dall’uccisione di comuni cittadini, la cui unica colpa è stata magari trovarsi, come si suol dire, al posto sbagliato al momento sbagliato”.
La realtà è, quindi, che pur restando lontani dagli ambienti mafiosi se ne può essere coinvolti nel ruolo più drammatico, quello della vittima innocente nel senso di puramente causale a differenza di chi, nel momento stesso in cui si avvicina a quell’ambiente (al di là delle motivazioni), sa di correre il rischio.
Le morti portano dolore, tanto dolore, ma sono anche tante le iniziative positive che ne derivano in risposta al bisogno, tutto umano, di trovarne una motivazione. Citarne alcune significherebbe fare un torto ad altre per cui è preferibile che ognuno rifletta su quella che conosce più da vicino. La loro importanza è la stessa, così come è uguale il valore delle vite delle vittime.
Come sottolinea Maurizio de Giovanni nella prefazione, i protagonisti dei singoli racconti sono molto diversi tra loro per ambiente sociale, per attività lavorativa, per età, ma sono accomunati nel dolore dei loro cari. E questo è il messaggio dell’elenco finale di quelle di cui nel libro si citano le storie: in ordine alfabetico.
Con “Un giorno per la memoria” Anna Copertino ha ricevuto il Premio Talenti Vesuviani 2018 (I° classificata sez. saggistica); il Premio Elsa Morante – (Premio Impegno Civile 2019); e il Premio L’Iguana Anna Maria Ortese edizione 2019 (sez. Saggistica). Ma il suo impegno civile non si limita alla scrittura; da anni collabora con varie iniziative perché la sensibilizzazione nei confronti dell’argomento cominci dai giovani tra i banchi di scuola.
Grazie al lavoro svolto per l’associazione Contro le Mafie, con il progetto “Le cinque giornate di Giugliano contro la camorra”, nel 2014 le è stato conferito un premio intitolato a Peppino Impastato

Anna, nell’ideazione di questo libro c’è sicuramente una motivazione profonda presente in te da chissà quanto tempo, ce ne parli?

«Da anni pensavo ad un libro che servisse a ricordare in modo diverso le vittime di criminalità. Nel 2017, dopo anni d’esperienza con l’associazione Libera e dal rapporto d’amicizia creatosi con moltissimi familiari delle vittime è cresciuta esponenzialmente la volontà di farlo. Grazie all’amicizia con Aldo Putignano, della casa editrice Homo Scrivens, ho potuto concretizzare il progetto antologico. Progetto che nasce dall’esigenza di fare memoria di chi è stato ingiustamente e barbaramente strappato all’amore della propria famiglia. Chi resta non riesce a darsi una risposta che lenisca il dolore e spesso allo stesso si aggiunge anche l’infamia fino a che non viene fatta chiarezza sulla totale estraneità della vittima alla criminalità. La memoria, il raccontarli è il modo più giusto per non farli cadere nell’oblio. E non far sentire “soli” chi sopravvive ad un familiare. Il periodo di referenza del Presidio Libera Giugliano “Mena Morlando” mi ha permesso di avvicinarmi in particolare ai familiari campani che con grande dignità vivono il loro dolore. Con la testata giornalistica web RoadTv Italia ho creato la rubrica “Vittime di camorra” dove, con video, intervisto i familiari che mi raccontano la storia dei loro cari. Con moltissimi di loro è nato un rapporto di grande stima ed amicizia, cosa di cui vado molto fiera. Non è facile trovare parole per dirti cosa si legge e cosa si percepisce negli occhi e nel corpo di chi ti sta raccontando di come è stato ucciso il proprio figlio, la madre o il padre, il fratello o la sorella. È una percezione emotiva molto forte, la sensazione di essere sotto l’esplosione di tanti minuscoli pezzi di vetro, e per quanto tu cerchi di scuoterli da te, una parte resta sulla tua stessa pelle. Dolore. Ma anche tantissimo amore. Per amore del Noi in cui credo, ho voluto coinvolgere 27 autori tra scrittori e giornalisti amici, a ognuno di loro ho affidato la memoria di una vittima innocente. Usando l’ordine cronologico per decesso, perché per me tutte le vittime sono uguali. Ho voluto che passasse il messaggio importante della responsabilità e co-responsabilità. Personalmente, ogni giorno faccio memoria, e cerco di far comprendere quanto sia importante, vivere ogni giorno come il 21 marzo».

“Sono ottimista per natura, diversamente non avrei affrontato, come ho fatto, la mia vita fino ad oggi. Gli eventi dolorosi che hanno segnato la mia vita, sono anche quelli che l’hanno resa, poi, felice e migliore”. Questo tuo atteggiamento resiliente nei confronti della vita è un messaggio trasversale che inoltri nel tuo lavoro; che riscontro ne hai dai ragazzi che incontri nelle scuole?

«Forte in me il senso del dovere e della ricordanza e ancor di più, da quando sono stata accolta con amicizia e affetto dai familiari delle vittime. La resilienza nasce dal forte senso di Giustizia, quella con la maiuscola, portata avanti da magistrati onesti e coraggiosi, come Raffaele Cantone, Catello Maresca o Nino Di Matteo per citarne alcuni in cui credo. Il messaggio che cerco di far passare, sperando che ne resti traccia, è il senso di verità e giustizia, il vivere senza omertà, ricordando sempre chi non c’è più, con il loro nome, che è il primo diritto di ogni persona. Lo dico sempre agli studenti campani ma anche di altre regioni italiane – tanti ne ho incontrati – che se è necessario che le cose cambino, dobbiamo iniziare da Noi, siamo Noi il cambiamento. Bisogna trovare il coraggio di dire No alla criminalità che fa morti da entrambi le parti. Bisogna dire No e contrastare la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta. Imparare a dire No significa trasformare il No in quel Noi che unisce e vince. Dobbiamo uscire dall’io e entrare nel Noi. Nessuno si salva da solo, ci si salva e si va avanti solo tutti insieme, lo disse Berlinguer, e lo ha detto anche Papa Francesco. Bisogna essere coesi, non lasciare soli chi ha il coraggio di denunciare. La storia ci insegna ciò che è accaduto a uomini come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Marcello Torre, Domenico Noviello o Mario Diana e a tutti quelli che sono stati lasciati soli. Chiedo ai giovani di usare il libero arbitrio nel rispetto della loro vita, e degli altri, e anche se sanno che potrà essere irta di difficoltà, sarà maggiormente gratificante giungere al traguardo da onesti, con “la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità” di cui scriveva Paolo Borsellino. Spero che l’antologia “Un giorno per la memoria”, e ciò che cerco di fare ogni giorno, possa essere vita e memoria per chi voleva solo continuare a stare con i propri cari, vivere al posto giusto e al momento giusto la propria vita. Come lo vogliamo noi. Se le persone, soprattutto i giovani, lo capiranno, allora veramente avremo vinto Noi».

pubblicato il 23 maggio 2020

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

IL NAPOLI IN EUROPA

Gli anni Sessanta e le prime soddisfazioni

In attesa di tornare in campo per la Champions riviviamo alcune delle esperienze europee del Napoli del passato

di Francesco Marchionibus

All’inizio degli anni Sessanta il Napoli, passata l’epoca dei grandi bomber Jeppson e Vinicio, vive stagioni di sofferenza con una continua altalena tra la serie A e la serie B. Ma è proprio in questi anni che la squadra azzurra si riaffaccia in Europa, riuscendo anche, dopo una prima non indimenticabile apparizione nella Coppa delle Alpi del 1960, a ben figurare.
Tutto nasce nella stagione 1961-62: il Napoli è in serie B e al termine del girone di andata si trova nei bassifondi della classifica nonostante le grandi ambizioni di inizio campionato. A questo punto il presidente Lauro decide di esonerare il mister Baldi e di sostituirlo con il giovane allenatore della Scafatese, l’argentino Bruno Pesaola, già compagno di squadra di Jeppson e Vinicio nel Napoli di qualche anno prima. Il Petisso rigenera la squadra, che può contare su buoni giocatori come Ronzon, Amos Mariani, il giovane Gigi Simoni e l’argentino Juan Carlos Tacchi, e dopo una bella rimonta conduce i partenopei al secondo posto in campionato, che vale la promozione in Serie A.
Ma non è finita qui, perché sull’onda dell’entusiasmo gli azzurri si aggiudicano la Coppa Italia battendo per 2-1 la SPAL nella finale di Roma con il gol decisivo di Ronzon a poco più di dieci minuti dalla fine, e conquistano così il diritto a disputare l’anno successivo la Coppa delle Coppe. E sarà proprio il torneo europeo a regalare ai partenopei le maggiori soddisfazioni della stagione ‘62-‘63, visto che purtroppo il campionato si chiuderà con una nuova retrocessione. La squadra è praticamente la stessa dell’anno precedente, con i soli innesti del giovane attaccante brasiliano Canè e dell’esperto centrocampista argentino Humberto Rosa.
Al primo turno di Coppa delle Coppe gli azzurri sono opposti alla squadra Gallese del Bangor City, e dopo la sconfitta per 2-0 dell’andata e il 3-1 del San Paolo tutto viene deciso nello spareggio di Londra: gli azzurri si impongono per 2 a 1 con la doppietta di Rosa che sigla il gol decisivo a cinque minuti dalla fine ribattendo in rete una respinta del portiere avversario su tiro di Fanello. Allo spareggio viene deciso anche il turno successivo, contro gli ungheresi dell’Ujpest Dozsa, ma questa volta la vittoria è più agevole con gli azzurri che già nel primo tempo si portano sul 3 a 0 con i gol di Fanello, Ronzon e Tacchi e alla fine vincono la partita per 3-1.
Il Napoli accede dunque ai quarti di finale, nei quali affronta l’OFK Belgrado: anche in questo caso sconfitta per 2-0 in trasferta e vittoria 3-1 al San Paolo con qualificazione rinviata allo spareggio che si gioca il 3 aprile a Marsiglia. Gli azzurri, che si presentano alla sfida decisiva in formazione rimaneggiata, riescono a pareggiare con Canè il gol iniziale di Samardzic e a quel punto la partita sembra apertissima. Al 36’ del primo tempo però il centravanti Fanello reagisce ingenuamente a un fallo di Gavric e viene espulso dall’arbitro francese Barbereau. Nel secondo tempo gli Jugoslavi approfittando della superiorità numerica passano subito in vantaggio, poi un Napoli coraggiosissimo sfiora più volte il pareggio con Mariani e Fraschini ma a pochi minuti dalla fine ancora Samardzic chiude la partita: gli azzurri escono dal torneo a testa alta e l’OFK va in semifinale. La delusione è grande, ma la prima vittoria internazionale degli azzurri, seppure in un torneo di minore prestigio, è rimandata solo di qualche anno.
Il Napoli che affronta la stagione 1965 – 66 è molto ambizioso: Il presidente Lauro ha condotto una campagna acquisti esaltante, che ha portato a Napoli i fuoriclasse Altafini e Sivori, prelevati dal Milan e dalla Juventus per 280 e 90 milioni, oltre agli ottimi Nardin e Stenti, e la squadra può contare anche su altri giocatori di livello come l’astro nascente Juliano, il Portiere Bandoni, i difensori Panzanato e Zurlini, il confermato Canè e i veterani Ronzon e Tacchi. Gli azzurri in effetti sono protagonisti di un ottimo campionato che concludono al terzo posto con 45 punti, a cinque lunghezze dall’Inter campione e ad appena un punto dal Bologna.

In Europa la squadra di mister Pesaola è chiamata a giocare la Coppa delle Alpi, un torneo certo meno importante rispetto a Coppa dei Campioni, Coppa delle Coppe e Coppa delle Fiere (l’antenata della Europa League), ma che proprio per questo si presenta alla portata del Napoli. Al torneo, giunto alla sesta edizione, partecipano quattro squadre Italiane e quattro svizzere, che si affrontano in un girone unico in cui ogni squadra gioca contro le quattro avversarie dell’altra nazione. Per l’Italia oltre ai partenopei sono in lizza la Juventus di Del Sol, Salvadore e Cinesinho, il Catania dell’ex azzurro Fanello e la Spal, in cui gioca il ventenne Fabio Capello.
La prima partita del Napoli è contro la selezione Losanna/Zurigo e gli azzurri, trascinati da uno scatenato Altafini, autore di una tripletta, si impongono per 4 a 0. Dopo quattro giorni si torna in campo per affrontare il Basilea, ancora una volta Altafini illumina la scena con tre reti e il Napoli, sospinto anche dalla grande prestazione di Sivori e dal gol di Montefusco, si impone per 4 a 2. Il terzo incontro è con lo Young Boys, ed è di nuovo 4 – 2: dopo undici minuti gli azzurri sono già in vantaggio di due gol grazie a Sivori e Canè e alla fine di un primo tempo letteralmente dominato il risultato è di 4 a 0; nella ripresa il Napoli rallenta e gli svizzeri limitano il passivo segnando il secondo gol proprio al 90’.
A questo punto Napoli e Juventus sono appaiate in testa alla classifica con 6 punti e per l’assegnazione della Coppa saranno decisive le partite dell’ultima giornata, con il Napoli chiamato a confrontarsi con il Servette e la Juventus con la selezione Losanna/Zurigo. Gli incontri si svolgono in contemporanea il 16 giugno 1966, ed il mister Pesaola per la gara decisiva manda in campo Cuman, Adorni, Zurlini, Stenti, Panzanato, Emoli, Canè, Montefusco, Altafini, Sivori e Bean. Gli azzurri questa volta partono male, sembrano svogliati, e gli svizzeri ne approfittano per andare a segno al 30’ con Heury e concludere in vantaggio il primo tempo.
La Juventus intanto sta perdendo 2 a 0 ma Pesaola, che teme la rimonta dei bianconeri e soprattutto vede i suoi troppo poco determinati, convince lo speaker dello stadio ad annunciare invece che la Juve sta vincendo 2 a 0; poi va negli spogliatoi e con la falsa notizia del vantaggio bianconero dà la scossa ai calciatori azzurri, provocando soprattutto la reazione dell’ex juventino Sivori, “nemico” personale dell’allenatore dei bianconeri Heriberto Herrera.
Grazie all’astuzia del Petisso, nel secondo tempo il Napoli entra in campo trasformato, Sivori trascina i compagni e i gol di Canè, Bean e Montefusco ribaltano la partita: Napoli-Servette si conclude 3-1 e gli azzurri vincono il loro primo trofeo internazionale tra le risate del mister che confessa ai calciatori lo stratagemma utilizzato all’intervallo per motivarli. La squadra azzurra, ricca di campioni e di talento, sarà protagonista in Italia anche nelle stagioni successive, conquistando un brillante quarto posto nel campionato ‘66-‘67 ed arrivando vicina allo scudetto con il secondo posto alle spalle del Milan nella stagione 1967-1968.
Per conquistare ancora la ribalta europea invece si dovrà attendere un altro decennio, ma questa è un’altra storia…

pubblicato il 20 maggio 2020

“Concediamoci ogni giorno un attimo per pensare”

“Concediamoci ogni giorno un attimo per pensare”

SOCIETA’

“Concediamoci ogni giorno un attimo per pensare”

Marina Imparato, affetta da encefalomielite mialgica, si è fatta portavoce di chi vede cambiare la propria vita per la malattia

di Marina Topa

Nell’articolo “C’è chi la quarantena la vive tutti i giorni” dello scorso 16 aprile pubblicammo la lettera inviataci da una professoressa che combatte tutti i giorni contro la ME/CFS (encefalomielite mialgica /Chronic Fatigue Syndrome) che preferì conservare l’anonimato. Il suo desiderio non era quello di apparire, voleva farsi portavoce di un problema vissuto da quanti, come lei, vedono cambiare completamente la vita loro e di chi li circonda; con un atteggiamento resiliente nei confronti dell’attuale pandemia ha avuto la forza di scavarsi nel cuore e nella mente per descrivere gli stati emotivi provocati da situazioni che è difficilissimo comprendere veramente quando non si vivono sulla propria pelle.
Marina ci ha scritto nuovamente felice di aver fatto centro: in tanti si sono aperti al confronto allargando, come un sasso nell’acqua, le onde dell’integrazione e del rispetto reciproco di fronte alle difficoltà umane … questa volta ha firmato la sua lettera dando l’esempio di non temere la compassione ma di avere la forza di accettare la propria vita per quello che è: offre dolori ma anche piaceri. Rivista Napoli non può che essere contenta di aver contribuito!

Il colore dei sentimenti

In seguito alla mia testimonianza apparsa qualche settimana fa su questa rivista vorrei condividere con voi alcune riflessioni a riguardo.
Sono stata sorpresa e contenta per il riscontro avuto da molte persone, amici e conoscenti che hanno letto la lettera con il bisogno di condividere o di divulgare. Lo stupore, forse dovuto anche alla mia inesperienza, si è rivelato nel notare come e quanto le mie parole abbiano colpito al cuore tutti. Ognuno a suo modo ha interiorizzato il mio scritto, dandogli una connotazione personale in relazione al proprio vissuto.
Alcune di queste risposte mi hanno dato energia, gioia:
“Grazie Marina, le tue parole mi hanno toccato più delle tante scambiate in queste lunghe settimane di reclusione forzata. Le ho sentite profondamente vere. Finché mia madre è vissuta con me, mi immedesimavo nei malati cronici, poi con la sua scomparsa il pensiero è svanito, e con sé tutta la loro sofferenza. Perciò ti ringrazio per avermi dato l’occasione di ricordarmi delle battaglie che quotidianamente sono ingaggiate dalle persone malate. Grazie”
Un’altra persona mi ha scritto: “Ho gli occhi lucidi, mi hai fatto riflettere, anche se non ho una malattia sono con te”
E via via così.
Credo che in ognuno di noi ci sia una sofferenza, anche le persone che appaiono felici e che sembra posseggano tutto: affetti, lavoro, tranquillità, hanno in fondo al cuore qualcosa per cui battersi. Noi tutti siamo animali sociali ma quando la socialità ci colpisce nel profondo scappiamo, rifuggiamo dai pensieri, non accettiamo la visione altrui.
Qualcuno tra i lettori è stato così colpito nel proprio vissuto da esprimere un commento che riguardava sì me, ma rifletteva la sua o le sue paure.
Un’amica che è felicemente single, ha fatto poi trapelare nelle sue parole un’inquietudine nascosta; un’altra un vissuto doloroso oramai sorpassato ma ancora in agguato.
Pensando a quanti hanno riflettuto sulla lettera mi è venuto in mente lo scrittore Luis Sepùlveda, scomparso proprio di recente a causa del virus, che nel suo racconto “La gabbianella e il gatto” rinfresca valori assoluti, del tutto tralasciati. Ho volutamente in sua memoria rivisto il cartone tratto dal suo testo; per analogia ho ripensato ad un altro autore S. Exupéry che nel suo capolavoro “Il piccolo Principe” esprime con scrittura semplice concetti profondi ed attuali. La sua rilettura ha rispolverato in me il ricordo dell’ingenuità dell’infanzia, ho notato quanto siano sempre attuali i suoi pensieri. Ad un certo punto del suo viaggio incontra l’Allumeur che dice di fare un mestiere terribile perché non ha mai il tempo per riposare. Da un po’ di anni la situazione è anche peggiorata perché la consegna non è cambiata ma il pianeta sul quale si trova gira in modo sempre più veloce. Ora lui accende e spegne le luci una volta al minuto così da non fermarsi mai.
Ecco, il nostro pianeta è come quello del Allumeur, fino a quando non ci ha colpito un evento straordinario non ci si fermava mai, sembrava impossibile arrestare tutto o quasi tutto, eppure è accaduto.
Allora l’auspicio è non dimenticare, continuare a riflettere, prendersi cura di se stessi e del nostro pianeta concedendoci ogni giorno un attimo per pensare.

pubblicato il 18 maggio 2020