Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

L’APPROFONDIMENTO

Il calcio sta cominciando a pensare alla ripresa

In ballo ci sono circa 900 milioni di ricavi tra diritti televisivi, incassi da stadio, sponsor e mutualità per le serie minori

di Francesco Marchionibus

Il calcio italiano sta vivendo una grande agitazione di fronte alla eventualità di non concludere regolarmente la stagione in corso e di ripartire direttamente dalla prossima, e con il passare dei giorni aumenta la pressione sul Governo per programmare la ripresa degli allenamenti e poi delle attività agonistiche.
È evidente che si tratta di una questione essenzialmente economica, che i vertici del calcio, i club e molti degli stessi calciatori sono pronti a sostenere lasciando da parte le ovvie considerazioni sulla pericolosità di riprendere le competizioni in una fase in cui il virus non appare ancora debellato, ed anzi in alcune regioni italiane fa registrare ancora quotidianamente centinaia di morti e migliaia di contagiati.
Le cifre in ballo sono enormi: il calcio italiano nel suo complesso fattura circa 5 miliardi all’anno, di cui quasi l’80% proviene da serie A, B e Lega Pro tra diritti TV, introiti commerciali, vendita di biglietti e plusvalenze.
La mancata ripresa della stagione in corso potrebbe comportare la perdita di circa 900 milioni di ricavi (e questo già al netto dei minori costi da sostenere) tra diritti televisivi, incassi da stadio, sponsorizzazioni e mutualità per le serie minori (che sono legate agli introiti TV). Con un terzo della stagione non disputata, soltanto dai contenziosi che potrebbero sorgere relativamente ai contratti con Sky, Dazn e Img potrebbero derivare 380 milioni di mancati incassi.
Un impatto evidentemente molto importante sui conti dei club, e addirittura devastante per tante società soprattutto delle serie inferiori.
Ecco perché nelle settimane passate la FIGC e le Leghe hanno proposto al Governo una serie di misure utili a mettere in sicurezza il sistema calcio: dal riconoscimento della situazione di “forza maggiore” per prevenire i contenziosi con TV, sponsor e tesserati, alla sospensione dei canoni pagati per gli impianti, dal rinvio delle scadenze fiscali alla estensione della cassa integrazione ai giocatori di serie B e Lega Pro con stipendi fino a 50.000 euro.

Un altro fronte caldo per la riduzione dei costi è stato quello del taglio agli stipendi dei calciatori. La Lega calcio ha trovato una linea comune che prevederebbe la riduzione di un terzo degli ingaggi in caso di stop definitivo alla stagione e di un sesto se la stagione verrà portata a termine, ma i calciatori si sono opposti con forza alla proposta giudicandola addirittura, come affermato dal presidente dell’AIC Tommasi, “vergognosa”.
Gli interessi in ballo, insomma, sono tanti e tutti economicamente molto “pesanti”, e la stessa situazione riguarda ovviamente tutte le leghe calcistiche europee e mondiali.
La Premier League potrebbe perdere introiti per circa 1,2/1,3 miliardi di euro, la Liga spagnola e la Bundesliga si troverebbero ad affrontare minori introiti per circa 700/750 milioni mentre la Ligue One dovrebbe sopportare un danno pari a 500/600 milioni.
Per fronteggiare la crisi la English Football League e la Federcalcio Spagnola hanno varato misure a sostegno dei club, rispettivamente approvando lo stanziamento di un fondo da 50 milioni di sterline (circa 56 milioni di euro) in favore dei club professionistici e mettendo a disposizione dei club una linea di finanziamento di ben 500 milioni. In Germania invece le quattro società partecipanti alla Champions (Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Lipsia e Bayer Leverkusen), hanno stanziato un fondo da 20 milioni per i restanti club di Bundesliga e Zweite Liga. In tutte le leghe, poi, si sta ragionando sul taglio degli stipendi dei calciatori.
Ma ora, ai primi segnali di calo o quantomeno di stabilizzazione dei contagi, si parla sempre più prepotentemente di ripresa delle attività.
Le ipotesi sulle date di avvio dei vari tornei, nazionali e internazionali, sono diverse e diversi sono gli scenari anche per quanto riguarda la durata e la formula delle competizioni, oltreché le ipotesi sulle inevitabili conseguenze per la prossima stagione.
In Italia, la FIGC ha già presentato al Governo un piano per la ripresa degli allenamenti e sta approntando quello per la ripresa delle partite.
Porte chiuse ai tifosi, viaggi in sicurezza con piloti e autisti controllati costantemente, controlli costanti a calciatori e staff tecnici e a tutti coloro che dovranno comunque accedere agli stadi (giornalisti, cameramen, manutentori degli impianti, ecc), e per i calciatori maxi-ritiro fino alla fine del campionato o rientro a casa ma con controlli strettissimi che riguarderanno il nucleo familiare che entrerà in contatto con loro.
Staremo a vedere. L’augurio, ovviamente, è che le decisioni vengano prese mettendo sempre al primo posto la tutela della salute di tutti coloro che saranno coinvolti dalla eventuale ripresa della stagione calcistica.

pubblicato il 20 aprile 2020

C’è chi la quarantena la vive tutti i giorni

C’è chi la quarantena la vive tutti i giorni

LA TESTIMONIANZA

C’è chi la quarantena la vive tutti i giorni

In questi giorni di reclusione forzata si provi ad affrontare la vita in modo più attento pensando a chi non può più farlo

di Marina Topa

La pandemia, che nel giro di poche settimane è riuscita a sconvolgere la vita di tutti, impone delle riflessioni. La sospensione da una quotidianità frenetica dove il fare aveva il sopravvento su tutto, spesso anche sulla cura delle primarie forme di relazioni umane, permette finalmente di riscoprire l’innata sensibilità verso l’altro involontariamente sopita.
Quella che segue è la testimonianza di una donna affetta da ME/CFS (encefalomielite mialgica /Chronic Fatigue Syndrome) le cui riflessioni sono uno dei tanti sentieri da percorrere per affrontare con spirito resiliente questo momento storico tanto drammatico.

VITE SPEZZATE

«Ascolto mio marito parlare con i colleghi, i primi giorni mi appariva strano poi mi ci sono abituata. Vi chiederete cosa c’è di strano? In 31 anni mai un giorno di lavoro da casa online poi, d’improvviso, eccolo alla scrivania che era la mia, in quel cantuccio di vita giornaliera nella sua home. Lì dove io ero solita correggere i compiti in classe ora c’è lui.
Si è adattato, oggi è contento domani o ieri un po’ meno, ma tutto sommato la vita prosegue con un ritmo meno frenetico dei tempi più rilassati tra le mura domestiche.
Nei momenti tranquilli, quando non penso alla pandemia, mi sembra di rivivere in uno dei tanti romanzi di fine Ottocento in cui la vita scorreva lenta, ci si incontrava per il tè, si scambiavano chiacchiere tra parenti e conoscenti. Poi apro gli occhi e ricordo dove sono.
Uno psicologo di cui ho ascoltato una conferenza ha definito le nostre vite: Vite Spezzate. Spezzate da un evento straordinario che ci ha d’improvviso stravolto la vita.
Da un giorno all’altro sono morte centinaia di persone, ci siamo rinchiusi in casa come animali impauriti, andiamo a fare visite mediche solo in casi necessari, indispensabili.
D’improvviso, come per una nevicata eccezionale, le scuole sono rimaste chiuse con la differenza che la neve dopo qualche giorno si scioglie, tutto torna come prima e il virus invece persiste, si accanisce.
I ragazzi sono esuli tra le mura domestiche e affidati, quando ci sono, alla cura dei genitori o dei nonni. Soli con se stessi e con il mobile phone, fedele compagno di giochi.
Gli universitari che hanno potuto, sono ritornati nei luoghi di origine e si chiedono cosa accadrà, quando potranno dare gli esami, come costruiranno il loro futuro?
Mi sono chiesta perché lo psicologo abbia utilizzato il termine Spezzate e non Interrotte.
Per rispondere è bastato guardarmi, ricordare le tante persone conosciute personalmente o virtualmente in questi anni che vivono la mia stessa condizione.
Penso a Roberta che abita in provincia di Napoli e da quattro anni è affetta da Encefalomielitemialgica. È un po’ lunga questa parola allora l’hanno siglata come CFS (cronique fatigue syndrome), oggi molte malattie vengono definite sindromi.
Penso ad Alina, 20 anni di Sondrio, che mi ha raccontato di camminare così lentamente da paragonarsi alle signore di 80 anni.
Penso ad Elsa la cui preadolescenza è stata spezzata da questa malattia perché le impedisce di andare a scuola, di socializzare con i compagni, di costruirsi una rete di amicizie, insomma di vivere come un’adolescente.
Penso a Fabio, circa 40 anni, che da anni lavora da casa in remoto, come fanno molti di voi.
Penso a Viviana che a 40 anni ancora non riesce a riprendere il lavoro.
Penso alla mia cara amica Luciana che è riuscita a non perdere il lavoro ma da insegnante è stata costretta a diventare bibliotecaria.
Penso a Iolanda, pugliese, la quale è riuscita a sposarsi giusto in tempo e con tanta forza di volontà ha messo al mondo una stupenda bambina.
Penso a tutti quelli più giovani di me che forse non riusciranno mai a costruirsi un futuro indipendente.
Penso a quelli che stanno ancor peggio di chi ho poc’anzi elencato perché vivono tra il letto e la poltrona.
Sento parlare conoscenti ed ascolto amici lamentarsi, chiedersi quanto durerà.
Non più una chiacchiera con un amico al bar, non più una passeggiata in centro, non più lo shopping del sabato sera, non più jogging al parco o per strada da soli o con un compagno, non più una passeggiata in bici, e via via così.

Ecco in questa condizione di resilienza casalinga gli ammalati di malattie croniche invalidanti come la ME/CFS ci si trovavano già, per loro non è cambiato nulla.
Non si trovano oggi per la prima volta a rinunciare ad una lunga passeggiata, ad una chiacchiera a sera tarda con gli amici, semmai si accontentano di una videochiamata e così via, le vite di queste persone si sono già da tempo ridotte al necessario.
Le loro priorità sono: il lavoro, se possono ancora lavorare; il bene della famiglia e dei figli se li hanno; il bene dei genitori. Per il superfluo non c’è tempo o meglio non restano le energie.
In questi giorni, da quando il Covid è piombato nelle nostre vite, si è elogiata molto la famiglia. I politici hanno lodato la famiglia italiana come cellula primaria della società. Sì, è proprio così perché se io non avessi mio marito ad aiutarmi e sostituirmi in tutto ciò che in casa richiede più energia e forza, come sollevare un cesto di frutta, trasportare la spesa dal supermercato a casa ecc., riuscirei da cinque anni solo, forse, a badare a me stessa, ma certo non ad un’intera famiglia. Senza fare retorica la famiglia è la cellula sulla quale la società si sostiene ed è grazie a questa che tutti gli ammalati riescono a portare avanti le loro vite. Purtroppo c’è chi non ha famiglia, è solo, allora la situazione è drammatica!
Chi, come me, vive la condizione casalinga spesso non per scelta ma per necessità vede già da tempo la realtà in maniera diversa. Ha capito che la libertà si conquista ogni giorno con gli atti, le scelte, i desideri, le rinunce, le emozioni, i sentimenti. Da quando ci si alza la mattina tutto è una conquista, preparare il pranzo, dare l’acqua ai fiori, e i semplici gesti quotidiani acquistano un Senso. L’attenzione che prestiamo ogni giorno a questi piccoli ma fondamentali atti quotidiani ci fa notare quanto sono vitali ed importanti per noi.
Allora un consiglio: in questi giorni di reclusione forzata provate ad affrontare la vita in modo più attento guardando ai vostri gesti quotidiani come unici, rinunciando ad azioni superflue e pensando a chi non può più farli».

pubblicato il 19 aprile 2020

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

STORIE E LEGGENDE

Maria Puteolana: una virago a difesa di Pozzuoli

Storiograficamente ne abbiamo vaghe notizie ma grazie a Petrarca si è venuti a conoscenza del suo aspetto

di Paola Parisi

Le donne, i cavallier, l’arme e gli amori ovvero le donne stanno all’amore come i cavalieri alle armi. Equazione retorica e nazional popolare ma non nel caso della nostra eroina protagonista: Maria puteolana, coraggiosa guerriera vissuta a Pozzuoli nel XIV secolo quando la città era invasa dagli Angioini ed era costretta a difendersi dagli Aragonesi e dai pirati. L’accostamento dei due termini “Maria” ed “eroina” parrebbe d’impatto pericoloso e fuorviante ma ella era stupefacente in altri ambiti e degna di essere chiamata tale e non Maria la pazza come fu di seguito appellata. Pazza magari lo fu per i suoi tempi, poiché sposò una causa ed uno stile di vita non consono ad una donna. Poco interessata a trine e belletti e più orientata verso spade, dardi e brocchieri, ella ha combattuto fino alla morte difendendo la sua terra ed il suo popolo dai suoi nemici, appunto i nemici di Maria, di gran lunga più temibili degli “Amici” di un’altrettanta famosa e contemporanea Maria. Storiograficamente abbiamo poche e vaghe notizie sulla nostra Virago Puteoli ma grazie al poeta Francesco Petrarca si viene a conoscenza del suo aspetto poiché pare che egli, in occasione di un viaggio a Pozzuoli insieme al re Roberto d’Angiò, avrebbe avuto l’occasione di incontrarla.

Con un encomiabile tatto la descrisse non proprio come un’icona di bellezza ma come una donna provvista di requisiti di forza fisica, coraggio e risolutezza virili. E pare ciò fosse vero in quanto ella sottoponeva i suoi soldati a prove di forza inenarrabili, al termine delle quali soltanto lei ne usciva vittoriosa laddove i prodi guerrieri maschi fallivano miseramente. Il povero poeta le studiò tutte per trovare aggettivi che dessero lustro al suo look ma, a quanto pare, il fallimento era dietro l’angolo anche per lui. Quindi è giusto sgombrare la mente dagli immaginari collettivi che hanno acceso la fantasia di parecchi registi cinematografici. Per essere più fedeli alla descrizione del Petrarca, diciamo immediatamente addio ad Ingrid Bergman nel ruolo di Giovanna d’Arco o Angelina Jolie in Lara Croft, Carrie-Anne Moss di Matrix o Xena la Principessa guerriera e nemmeno Lady Oscar e avviciniamoci a personaggi più fattibili quali Tata Matilda o la Regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie mixata allo charme della signorina Rottenmeier. Viene facile pensare che restò pura… Passi un cavaliere senza macchia ma inconcepibile senza paura.

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

PROFILI

Rrahmani: un kosovaro per il Napoli

Una carriera in giro per i Balcani prima dell’Italia. Dal Verona grazie alle ottime prestazioni della difesa allestita da Juric

di Domenico Sepe

Non è facile essere kosovaro in questi tempi. Non è facile giocare a calcio mentre il paese in cui sei nato combatte per l’indipendenza. Serve una volontà di ferro per giocare mentre la tua casa è sotto l’occupazione dei militari, dove è da poco passata la follia della guerra etnica, dove la tensione è sempre palpabile nell’aria. Oggi il Kosovo è una terra piena di speranze e di problemi irrisolti e da qui un giorno è partito Amir Rrahmani.
Nato a Pristina il 24 febbraio 1994 da genitori di etnia albanese, originari di Skënderaj, poco lontana, che hanno subito la furia della pulizia etnica messa in atto dalla Serbia di Milosevic. La pace in quelle zone è arrivata solo con l’intervento delle forze militari straniere, ma è una pace fragile. Eppure Amir non si è arreso ed ha cominciato a giocare a calcio proprio nel Drenica, la squadra della sua città, partendo dalle giovanili fino a raggiungere la prima squadra con la quale ha esordito all’età di 17 anni nei campionati professionistici del Kosovo, inseguendo il grande calcio europeo.

Sognando l’Europa del calcio

La prima occasione è un prestito al Kastrioti Krujë nella massima serie albanese nell’estate del 2012. Nel 2013 termina il suo contratto con il Drenica e va via a parametro zero.
Dall’Albania arrivano le offerte dei grandi club locali e, tra di essi, sceglie il Partizan Tirana, una delle squadre della capitale ed una delle più titolate d’Albania. Ha 19 anni, lascia così il proprio paese per gettarsi nella mischia di un campionato molto agguerrito e sarà qui che arriveranno i primi riconoscimenti. Si fa notare come solido difensore dal fisico possente e viene nominato per il premio “Talento dell’Anno” alla fine della stagione 2014-2015, attirando l’attenzione di club al di fuori dell’Albania e disegnando una parabola ascendente che lo porterà, di nuovo, a cambiare paese nel 2015. Arriva anche la chiamata da parte di Gianni De Biasi che lo convoca per una partita con la maglia dell’Albania con cui debutta l’8 giugno 2014 contro il San Marino, subentrando a Elseid Hysaj al minuto 82’.

La grinta, il coraggio, l’umiltà

La successiva destinazione è un altro paese dei Balcani, la Croazia, all’RNK Spalato, la squadra piccola dell’omonima città, in rivalità con il prestigioso Hajduk. È la squadra della classe povera di Spalato, eppure è qui che Amir ha deciso che deve far vedere quanto vale. Lavora sodo e debutta nella prima gara della stagione 2015-2016 e diventa da subito un titolare inamovibile al centro della difesa. Sarà proprio la squadra contro cui ha debuttato in Croazia, il Lokomotiva, ad assicurarsi le sue prestazioni grazie ad un prestito di un anno. Passa poi alla Dinamo Zagabria nell’estate 2017. Sarà qui, nella squadra più forte della Croazia che arrivano i primi importanti successi: due campionati croati ed una Coppa di Croazia con 57 presenze e 4 reti che ne confermano il talento. I due allenatori, prima Mario Cvitanović, ex giocatore del Napoli nel 2003 e poi Nenad Bjelica, attuale allenatore della Dinamo, vengono impressionati dalla sua tenacia e umiltà.
Arriva anche l’ora della nazionale del suo paese finalmente riconosciuta dall’Uefa nel 2016. Ne diventa presto il capitano e titolare inamovibile collezionando tante buone prestazioni.

La sfida, quella vera: la Serie A

Ma Amir cerca una vera sfida in un campionato di alto profilo. Il ds del Verona D’Amico lo segue, va a visionarlo in Croazia, si convince e con l’allenatore Juric decidono che sarà lui a giocare al centro della difesa dell’Hellas. Si chiude una trattativa rapida, tenuta quasi segreta, all’aeroporto lo accoglie solo l’addetto stampa del club scaligero, il costo dell’operazione sfiora i due milioni di euro. Inizia il precampionato con l’Hellas di Juric e subito diventa titolare di una delle migliori difese del campionato.
Nel mercato di gennaio arriva il Napoli. Quattordici milioni al Club giallo-blù e 1,5 milioni a stagione al giocatore, è un’offerta unica, la possibilità di raggiungere una grande piazza, il giocatore accetta, viene ceduto alla società azzurra che lo lascia in prestito all’Hellas Verona fino a fine stagione.

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Bernabéu: l’anima senza tempo del Real

Nel club madrileno da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente

di Domenico Sepe

Quanti sono i presidenti di una squadra di calcio che possono vantare di aver vinto per cinque volte di seguito la mitica Coppa dei Campioni? Solo uno: Santiago Bernabéu.
Il suo Real Madrid fu incontrastato dominatore della manifestazione dalla prima edizione del 1955-56 sino a quella del 1959-60 (la rivincerà sotto la sua guida anche nel 1965-66), Don Santiago si impegnò personalmente perché l’idea lanciata da Gabriel Hanot dalle colonne de L’Equipe diventasse realtà, convincendo Fifa ed Uefa che il torneo avrebbe avuto successo con o senza di loro.
Bernabéu entrò nel club da giovane calciatore, poi ne divenne allenatore, dirigente ed infine presidente, aveva studiato diritto ed aveva trovato lavoro al Ministero del Commercio ma la sua attività per il Real Madrid ed il calcio non avrà mai sosta.
In poco tempo la società spagnola fu organizzata nel miglior modo possibile per l’epoca, il presidente aveva uno sguardo lungo, vedeva già a quell’epoca cosa sarebbe diventato il calcio e nonostante la Spagna, quando divenne il numero uno del Real, attraversasse un periodo di grande crisi seppe gestire al meglio le difficoltà al punto da ottenere dal Banco Mercantil e Industrial, di cui era presidente l’amico Rafael Salgado, un importante prestito che gli consentì di edificare lo stadio che dal 1955 gli è stato intitolato.
Bernabéu è stato presidente ininterrottamente dal 1943 sino al 1978, dando sempre al Real la spinta per essere un club guida nel calcio europeo e mondiale. Durante la sua presidenza furono conquistati ben 29 trofei ufficiali (71 quelli vinti in totale) ed a Madrid giocarono calciatori tra i più importanti della storia del calcio mondiale.

Presidente da dove si parte per costruire una società così forte e vincente nel tempo?

«Quando mi hanno nominato presidente pensavo che lo sarei stato solo per un anno, avevo trentaquattro anni, credevo che si trattasse di una transizione, il club veniva da periodo molto buio. Decisi comunque che avrei avviato la mia attività dedicandomi alla riorganizzazione del club che conoscevo bene. Partivo sempre da un’idea fissa, che era quella della popolarità che il football stava acquisendo, e soprattutto dall’attrazione che questo sport scatenava negli appassionati. Dicevo sempre ai miei collaboratori, per cercare di infondergli la mia passione, che il calcio era una tentazione così grande che un paralitico su una sedia a rotelle avrebbe allungato la gamba se una palla gli fosse passata davanti».

Per lei lo stadio di proprietà già in quegli anni significava tanto per la società, quale fu l’idea che la guidò in tale direzione?

«Il Real Madrid è sempre stata una squadra popolare. Appartiene al popolo e tutti gli appassionati hanno bisogno di una loro casa comune che per un club calcistico altro non può essere che lo stadio. Poi pensavo da sempre che per costruire una squadra vincente ci fosse bisogno di una struttura sia societaria che sportiva e lo stadio era determinante. Debbo dire però che, se non avessi avuto l’aiuto del mio amico Rafael Salgado, non si sarebbe potuto realizzare nulla. In quel momento ci volle un bel coraggio da parte della banca, che lui rappresentava, nell’erogare il finanziamento. La mattina del nostro incontro, prima di entrare in banca, mi fermai in un angolo ed ho visto formarsi una lunga coda di clienti in pochi minuti. L’economia spagnola era in grande difficoltà, la guerra aveva compromesso tante attività e la fiducia generale era molto scarsa. Nonostante tutto in poco tempo riuscimmo a concordare l’operazione grazie alla quale avremmo costruito il centro dei sogni di tutti gli appassionati madridisti».

Il Real Madrid è sempre stato etichettato come la squadra del Generale Francisco Franco, che c’è di vero?

«Per anni ci hanno identificati come la squadra del regime, forse anche perché avevamo l’attitudine a vincere. Posso dire che i governi di Franco ci hanno sfruttato per la nostra immagine popolare e non ci hanno mai dato neanche cinque centesimi. Lo sport viene sempre utilizzato da chi governa per fare propaganda e approfittare della situazione».

Molti giocatori l’hanno definita come un secondo padre, quale è stato da parte sua in tanti anni il rapporto con i giocatori e cosa pensa sia cambiato oggi?

«È vero, ho avuto un buon rapporto con i miei giocatori. A tutti per prima cosa ho sempre detto che la maglia del Real Madrid è bianca e che può sporcarsi per il fango, per il sudore e persino per il sangue ma che tutti quelli che la indossano devono onorarla e devono andare oltre le macchie alla fine di ogni partita. Chi non la pensa così o non vuole più stare a Madrid sa già dove si trova la porta. Penso anche che non ci siano giocatori giovani e vecchi in senso assoluto, ci sono solo buoni e cattivi giocatori indipendentemente dalla loro età: Puskás arrivò da noi a 31 anni, qualcuno diceva che era finito ed invece ha scritto per noi, per se stesso e per il calcio in generale pagine di storia indelebili. Un club di calcio è come una famiglia, solo più grande del solito. Tutto quello che accade deve restare tra le mura della casa di questa famiglia. Se uno qualsiasi dei tesserati (dirigente, allenatore, giocatore, magazziniere etc.) racconta ad altri quello che accade nel club, sbaglia ed espone tutti al grave rischio dell’illazione, della notizia a tutti i costi che troppo spesso risulta inventata. Il club deve pretendere sempre una linea di comportamento e deve essere sempre coerente nella gestione».

Per un dirigente di calcio quanto è importante il rapporto con la stampa e con il pubblico?

«È fondamentale. Il presidente di un club calcistico deve rispettare la piazza, il pensiero degli altri, poi è evidente che debba prendere le decisioni che ritiene più utili per la vita e il futuro della società. Generalmente il pubblico si stanca dei grandi giocatori prima che inizi la loro fase calante, è quasi un fatto naturale. La stampa invece frequentemente è a caccia di notizie scottanti per realizzare quello che viene chiamato “scoop”. Quest’attività può in qualche caso essere fallace, la notizia raccolta essere fasulla o manipolata e può portare dei danni al club. Proprio per questo la società deve impegnarsi con la sua organizzazione affinché si possano evitare questi momenti negativi. In sostanza è giusto che ci sia un naturale rispetto da parte di tutti. Quando sono diventato presidente del Real per prima cosa ho voluto attribuire ad ognuno dei dirigenti un preciso compito, responsabilizzando tutti per evitare confusione e conferire a tutti la giusta autorevolezza».

Le parole di Bernabéu, pronunziate ben oltre sessant’anni fa, ed i concetti espressi chiariscono come sarebbe assurdo dire che erano altri tempi. Chi vorrà fare un facile raffronto ai giorni nostri troverà tante risposte ai quesiti che in questi ultimi giorni hanno occupato tutti gli appassionati a Napoli come a Milano ed anche in Europa. Il calcio ha bisogno di idee, di organizzazione, di capacità di saper tollerare o di far passare la propria decisione senza imporla. Il calcio è dialogo ma è diventato, anche se la storia di Bernabéu dice che era così anche nel 1943, un affare più economico che sportivo, dove le ragioni di tutti hanno il loro peso.
Forse i presidenti di oggi farebbero bene a conoscere meglio la storia di un antesignano come Santiago Bernabéu, al quale fu intitolato lo stadio da vivo perché era e resta l’anima del Real Madrid.

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019