L’ironia e la leggerezza di “Due di picche”

L’ironia e la leggerezza di “Due di picche”

SCAFFALE PARTENOPEO

L’ironia e la leggerezza di “Due di picche”

Tutti i trucchi per non essere più single nell’ultimo libro di Paquito Catanzaro

di Marina Topa

Il libro giusto nel momento giusto! Lo stato depressivo in cui la quarantena da pandemia di questo periodo ha fatto piombare un po’ tutti non può che essere aiutato dalla lettura del quarto libro di Paquito Catanzaro: “Due di picche – Romanzo semiserio x non essere + single”.
Un racconto che con la leggerezza e l’ironia che contraddistingue lo stile dell’autore, ricorda che ogni individuo, al di là dell’età e del ruolo che gioca in una relazione interpersonale, ha dei punti di forza ma anche dei punti di debolezza con cui fare i conti. In questo romanzo i più giovani potrebbero ritrovarsi e comprendere che ciò che vivono come complesso, e per eccesso di pudore non esternano, in realtà è molto più condiviso di quanto credano; i meno giovani possono rivedere con tenerezza il proprio vissuto giovanile ed anche quello attuale immedesimandosi nei vari protagonisti.
“Tutti abbiamo bisogno di tutti”, questo è lo slogan che chiunque ha sentito almeno una volta nel corso della vita e i personaggi di “Due di picche” ce lo ricordano. Essi ci insegnano anche che, al tempo stesso, la forza per essere ciò che desideriamo e per raggiungere ciò a cui aspiriamo possiamo e dobbiamo trovarla in noi stessi … spesso basta solo incontrare chi ci rende esplicito questo messaggio e ci aiuta a verificarlo concretamente nella vita quotidiana. Inoltre è delicato il modo in cui viene delineata l’introduzione, in una relazione inizialmente dettata da motivazioni puramente economiche, di un legame affettivo che sfocia in valori importanti come quello dell’amicizia. Non è il caso di soffermarsi oltre sulla storia per non privare il lettore del gusto della sorpresa e per non influenzarne l’approccio emotivo.

Sempre con Homo Scrivens hai pubblicato nel 2014 “Quattrotretre”, nel 2017 “Centomila copie vendute”, nel 2019 “8 e un quarto. La storia irresistibile del telepanettone che perfino Fellini avrebbe voluto dirigere” e in questi giorni “Due di picche (romanzo semiserio x non essere + single)”. C’è una continuità nel messaggio che soggiace in questi romanzi? È azzardato o improprio vederci l’invito ad affrontare la vita con spirito resiliente?

«I messaggi sono molteplici ma, innanzitutto, mi piace far arrivare questo: “Affrontiamo la vita con leggerezza”. I miei libri sono legati da un comune denominatore: l’obiettivo da raggiungere. Che si tratti di un romanzo da scrivere, il provino da superare, il telepanettone da dirigere o una ragazza da conquistare bisogna darsi da fare e mettersi in discussione completamente. Lo spirito resiliente è parte della mia quotidianità perciò quel che scrivo ne è condizionato, ma sempre e comunque col sorriso. Il modo migliore per affrontare qualsiasi avversità».

Ritornando con la memoria allo stato emotivo con cui ti approcciasti alla presentazione del tuo primo romanzo, cosa è cambiato ad oggi?

«In questi sei anni la mia vita è completamente cambiata. Alcune vicende personali mi hanno fatto maturare, tuttavia ho compiuto un numero sufficiente di errori da potermi considerare sempre in discussione. Professionalmente parlando mi sento completamente mutato: ho definito il mio percorso letterario (la commedia narrativa declinata in modi differenti), tuttavia continuo a mettermi alla prova con generi completamente differenti e con forme di narrazione diverse tra loro (racconti, romanzi, poesie e altro). Inoltre grazie a Homo Scrivens – che nel frattempo mi ha affidato l’ufficio stampa – ho avuto la possibilità di confrontarmi con platee sempre più prestigiose. La sola cosa che non è mutata è la capacità di emozionarsi di fronte alle piccole cose e il desiderio di raccontare storie».

E riuscire ad affrontare in questo modo la vita è il miglior augurio che possiamo farci. 

pubblicato il 30 aprile 2020

Le librerie riaprono le saracinesche

Le librerie riaprono le saracinesche

L’INTERVISTA

Le librerie riaprono le saracinesche

Franco Manna della Cartolibreria Mancini racconta a Rivista Napoli come i librai vivono questa ripartenza

di Bruno Marchionibus

Lunedì 27 aprile, a due settimane dalla loro riapertura a livello nazionale, anche in Campania librerie e cartolibrerie hanno riaperto le saracinesche, dopo quasi due mesi di chiusura forzata a causa del lock-down per il Coronavirus. Primi segnali di luce, questi, per le attività commerciali, la cui ripresa richiede approfondimenti su varie tematiche, dal sostegno richiesto al Governo per la ripartenza fino alla necessità di assicurare al loro interno il rispetto delle norme di sicurezza. Ne abbiamo discusso con Franco Manna, titolare della storica Cartolibreria Mancini, sita in via Nuova Poggioreale a Napoli.

Franco, secondo te questo è il momento giusto per ripartire?

«Sì. Quando l’11 marzo è stata disposta la nostra chiusura dal Governo centrale abbiamo subito seguito le direttive senza nessuna polemica, perché era ben chiaro che in quel momento l’interesse superiore era quello del Paese. Oggi accogliamo in maniera positiva questa riapertura, che a dire il vero a livello nazionale era già stata consentita dal Premier Conte quindici giorni fa, anche se la Campania, come Lombardia e Piemonte, aveva prorogato lo stop alle nostre attività. Inizialmente non avevamo accolto bene questa decisione, perché ci sentivamo trattati alla stregua delle due grandi regioni del Nord, che hanno purtroppo ancora un numero di casi notevolmente superiore al nostro. Poi, però, il senso di responsabilità ha prevalso, anche considerando che effettivamente il territorio campano è più densamente abitato di altri e quindi il rischio di aprire nuovi focolai era maggiore. Ad oggi consideriamo questa apertura come un segnale di ripresa; certo, aprire mezza giornata con la gente che non può andare in giro se non per acquisti necessari non è proprio il massimo, ma è comunque un segnale positivo che ci dà un po’ di coraggio».

Sei soddisfatto di quanto fatto fin qui dal Governo a sostegno delle attività commerciali o ti aspetti a breve altri interventi in merito?

«In questo momento non sono molto soddisfatto dei provvedimenti adottati, in quanto ad oggi ciò che ci è stato assicurato è l’erogazione di prestiti, mentre altri paesi europei hanno concesso soldi a fondo perduto; addirittura in Germania pare che i commercianti dovrebbero ricevere con tale modalità (uso il condizionale perché ancora non li hanno avuti) 16000 euro. È chiaro che questa è ben altra cosa rispetto alla concessione di prestiti, seppur a tassi convenienti tra lo 0,50 e massimo il 2%; insomma, non è questo quello che ci aspettavamo».

Francesco Manna con Sandro Ruotolo
Se volessimo sforzarci a trovare un aspetto positivo di questa quarantena, c’è il fatto che la gente, forzata in casa, si è trovata a riscoprire il piacere della lettura?

«Speriamo davvero che lo abbia fatto e non sia rimasta “attaccata” tutto il giorno a telefonino e computer, magari rileggendo libri che già aveva a disposizione in casa. Approfitto per ricordare Sepùlveda, scomparso pochi giorni fa; credo che tutti noi possediamo nella nostra libreria almeno un suo romanzo.
I libri hanno un grande potere, ed a questo proposito una cosa che mi ha fatto piacere è stata in questi giorni leggere le storie di diversi librai che, durante alcuni regimi come quello nazista, nonostante fossero osteggiati e di fatto considerati fuori legge, continuarono a svolgere clandestinamente la loro attività e a diffondere cultura, fino a pagare in prima persona con la deportazione i loro atti considerati “sovversivi”. Questo dà l’idea di quanto la nostra attività sia importante per la collettività».

Ovviamente la Libreria Mancini è pronta a gestire il rispetto delle norme di sicurezza?

«Certo. Abbiamo eseguito la disinfezione del locale e ci siamo muniti di mascherine e guanti. Abbiamo inoltre calcolato che in base alla nostra metratura la libreria potrà ospitare, complessivamente tra personale e clienti, sei persone alla volta. Naturalmente faremo in modo che tutti tengano la distanza prevista di un metro e 80 e che le persone tocchino il meno possibile la merce, perché, è importante ricordarlo, il virus non è ancora del tutto sconfitto e non bisogna assolutamente abbassare la guardia. Come ha ricordato il Governatore De Luca dobbiamo continuare a comportarci in maniera responsabile per evitare che l’epidemia si diffonda nuovamente, dato che dal punto di vista economico non potremmo permetterci di bloccare un’altra volta tutto. Noi, da commercianti, dobbiamo essere ottimisti ed essere animati dalla convinzione che tutto possa migliorare a breve, guardando al futuro con positività».

pubblicato il 28 aprile 2020

La Comunità di Sant’Egidio a Napoli durante il virus

La Comunità di Sant’Egidio a Napoli durante il virus

LA COMUNITA’

La Comunità di Sant’Egidio a Napoli durante il virus

In occasione del Coronavirus si è impegnata fin da subito per non lasciare sole le persone più fragili

di Marina Topa

La Comunità di Sant’Egidio, nata a Roma nel 1968, è un movimento di laici impegnato a diffondere concretamente la comunicazione del Vangelo attraverso l’amore per i poveri. Ormai è presente in moltissime città di 70 paesi nei diversi continenti.
A Napoli è presente dal 1973 e ad oggi è cresciuto tanto il numero dei volontari che hanno aderito al principio che “la solidarietà con i poveri, vissuta come servizio volontario e gratuito, nello spirito evangelico di una Chiesa di tutti e particolarmente dei poveri” da far sì che la comunità diventasse uno dei pilastri del volontariato cittadino.
“Nessuno è così povero da non poter aiutare un altro” perciò ogni attività organizzata dalla comunità prevede un lavoro comune di uomini e donne di tutte le età e di varie condizioni socio-economiche che collaborano in modo volontario e gratuito. Ognuno sceglie l’attività che ritiene più consona a sé: aiuto scolastico per gli stranieri, attività di assistenza agli anziani, assistenza materiale (distribuzione di cibi e coperte) per i senza fissa dimora, vendite di beneficenza per recuperare fondi.
Anche in occasione del Coronavirus, ovviamente, la Comunità di S. Egidio di Napoli si è impegnata fin da subito per non lasciare sole le persone più fragili: gli anziani, le persone malate o con disabilità, i senza fissa dimora, categorie per le quali l’isolamento può divenire letale.
Subito ha lanciato il messaggio:
“Aiutateci ad ampliare il monitoraggio delle persone anziane o con disabilità che continuiamo a seguire – non potendo visitarli – con telefonate, lettere, messaggi audio e video, inviati in particolare a chi vive negli istituti. Anche offrirsi per portare la spesa a domicilio è un’azione preziosa per limitare il disagio di chi è più solo e vulnerabile. Se il contagio ci allontana fisicamente la solidarietà ci unisce, ci rende più forti di fronte alla paura e aiuta a proteggerci”.
Chi vuole può contribuire preparando pasti oppure raccogliendo generi utili, come alimentari, gel igienizzanti e fazzoletti di carta.
Per contatti su come si può aiutare telefonare al numero 081/5801905 oppure inviare una mail a santegidio.napoli@tin.it.

(Comunità di Sant’Egidio ACAP Napoli onlus Banca Unicredit – Filiale Napoli Verdi IBAN IT82V0200803443000400482192)

A quasi due mesi dall’inizio di questa emergenza chiediamo alla Dott.ssa Francesca Sepe dei “Giovani per la Pace”, Responsabile del gruppo Adolescenti, come i napoletani hanno risposto a quest’appello e se da questi dati è possibile intuire, cosa auspicabile, se questa esperienza sia stata vissuta soprattutto dai giovani come opportunità di avvicinamento a valori umani profondi come, appunto, la solidarietà.

«In un momento così particolare, una parte della città ha vissuto l’emergenza nell’emergenza, la condizione di chi è povero e solo è diventata un grido forte in una citta silenziosa come non mai. Così come facciamo durante tutto l’anno, l’amicizia fedele, la famiglia che abbiamo costruito con i poveri ci ha chiamati ad essere presenti: in una forma possibile abbiamo accolto i bisogni di chi conosciamo da tempo e di persone che abbiamo conosciuto in questo periodo, che si sono rivolte a noi per essere aiutate.
Abbiamo intensificato il giro di distribuzione dei pasti ai senza fissa dimora, aggiungendo al pasto solito, mascherine e materiale igienizzante per salvaguardarli. Abbiamo distribuito spese a 2000 famiglie in difficoltà e ad anziani soli. Il programma “Viva gli anziani” ha rafforzato la rete ed intensificato il servizio di telefonate per tenere compagnia ed essere di supporto ad anziani soli e/o in difficoltà.
Tutto questo è stato però possibile grazie all’aiuto di tanti che si sono offerti di supportarci. Se potessimo affermare un lato “positivo ” all’emergenza Coronavirus, lo attribuirei ai grandi cuori che abbiamo incontrato noi e a tutti quelli che si sono adoperati per sostenere chi era in difficoltà. Non è scontato mai, ma non lo è ancor di più in un momento in cui siamo stati tutti coinvolti nel rischio di poter contrarre il virus e quindi nell’idea di dover salvare noi stessi innanzitutto.
il Papa in una bellissima preghiera ha ribadito che “Nessuno si salva da solo” e questo periodo ce lo ha ampiamente testimoniato, il supporto che stiamo dando alle persone in difficoltà è frutto di una rete che c’era si, ma che si è notevolmente ampliata. E’ entrato in campo un bel pezzo di Napoli!
Siamo entrati in contatto con tante nuove conoscenze e amicizie che hanno donato cibo, mascherine, soldi, il loro tempo. C’è chi ha messo da parte la preoccupazione del contagio, dando una mano nella distribuzione delle spese, nell’incontro con i senza fissa dimora. Chi si è offerto di telefonare agli anziani riscoprendo il grande tesoro dei loro racconti. Chi ha cucinato da casa.
Tra questi, molti ragazzi disponibili e con tanta voglia di fare e dare supporto, con grande senso di responsabilità.
Grazie ai social, alla mail, ai format che abbiamo fatto girare, più di cento nuovi giovani ci stanno dando una mano a coprire le varie zone della città in cui siamo impegnati. L’idea è quella che tutto questo non finisca, ma che la grande famiglia della Comunità si allarghi grazie a questi incontri. Per alcuni il valore della solidarietà è stata una scoperta, per altri la conquista di una ricerca che portavano avanti da tempo, per altri una conferma.
Credo che in questa occasione abbiamo riscoperto un pò tutti il valore dell’amore e dell’amore per gli altri, che non è mai solo un dare, ma anche un ricevere. Ricevere il dono di avere uno sguardo privilegiato sulla città ed il sogno di cambiarla, cambiando la vita dei poveri, sognando per loro qualcosa di meglio della solitudine e dell’abbandono».

State già lavorando ad iniziative sostitutive di quelle tradizionali, come per esempio la settimana in montagna per gli anziani, per i prossimi mesi?

«Sin dall’inizio dell’emergenza grazie alle riunioni virtuali ci siamo messi a pensare come poter sfruttare al meglio la tecnologia per portare avanti i nostri servizi, perché quello che ci lega e che in qualche modo fa la differenza nella nostra e nella loro vita, è il rapporto, l’amicizia.
Gli operatori delle “Scuole della Pace” che incontrano i bambini nei vari quartieri (Sanità, Quartieri Spagnoli, Centro Storico, Vasto, Scampia, San Giovanni, Aversa) continuano a fare attività ogni sabato attraverso videochiamate. Gli adolescenti e i liceali che fanno visita agli anziani in istituto scrivono lettere, fanno video, chiamate, per sentire e supportare i loro amici anziani; sempre per gli anziani istituzionalizzati stiamo portando avanti anche una campagna a livello nazionale con l’hashtag #salviamoinostrianziani, per la condizione che vivono nelle RSA, per tutti gli anziani morti nelle case di riposo per il contagio a catena del virus. Così come si è cercata un’alternativa per tutti gli altri servizi. La distanza fisica va rispettata e in qualche modo ci ha salvato e ci sta permettendo di uscirne fuori, ma la vicinanza col cuore salva dall’isolamento e dà speranza a chi non ne ha.
La settimana in montagna? Attendiamo cosa ci diranno i decreti, come evolverà la situazione per il Paese. Di una cosa siamo certi: non li lasceremo soli.
L’amicizia non è andata in quarantena e si attrezzerà per la fase 2!».

pubblicato il 27 aprile 2020

Due anni fa la presa di Torino

Due anni fa la presa di Torino

IL RICORDO

Due anni fa la presa di Torino

Il triste epilogo di quel campionato non ha cancellato il ricordo dell’impresa dello Stadium firmata Koulibaly

di Bruno Marchionibus

Torino, 22 aprile 2018. A cinque giornate dalla conclusione di una stagione interminabile allo Stadium si gioca Juventus-Napoli, con i bianconeri a più quattro in classifica dagli avversari e gli azzurri che, per riaprire il discorso Scudetto, hanno come unico risultato possibile la vittoria. La partita è andata via veloce; i partenopei, come da loro filosofia, hanno tenuto il pallino del gioco in mano dal primo al novantesimo, ma non sono mai riusciti a sfondare il muro difensivo eretto da Allegri, che sta così portando a casa quello zero a zero per cui avrebbe firmato prima del match. Quando mancano una manciata di secondi più recupero al triplice fischio di Rocchi, però, il Napoli può battere un calcio d’angolo con Callejon; è, di fatto, l’ultima opportunità per non farsi sfuggire il sogno Scudetto dalle mani e per dimostrare che no, lo spettacolo non ha successo solo al circo, ma qualche volta può avere la meglio rispetto al cinico ideale de “conta solo il risultato” anche sul campo da gioco.
La primavera, a dire la verità, aveva mostrato un Napoli stanco e abbastanza teso, condizionato dal mancato mercato di gennaio, da rotazioni ridotte e forse dalla poca abitudine a giocarsi un traguardo così importante con una corazzata come quella bianconera, portatasi in testa alla graduatoria nel primo weekend di marzo. Ma nonostante questo, Mertens e compagni al sogno di riportare il titolo in riva al Golfo, accarezzato per mesi vissuti da capolista con vittorie in goleada su tutti i campi d’Italia, erano rimasti aggrappati con le unghie e con i denti anche quando sembrava impossibile farlo. Non avevano ceduto, i ragazzi di mister Sarri, quando sotto in casa col Chievo a due minuti dalla fine avevano saputo ribaltare completamente la situazione con Milik e con un eurogol di Diawara. E non avevano ceduto nemmeno quando, in svantaggio nuovamente a Fuorigrotta con l’Udinese, arrivata la notizia del pareggio del Crotone contro la Juve erano stati trascinati da un San Paolo ribollente a segnare tre gol in mezz’ora.

Adesso i sogni, le speranze, tutto il lavoro fatto in quei lunghi mesi si trovava ridotto a un istante, un’ultima occasione, un corner per provare davvero a “entrare nel Palazzo” passando dall’ingresso principale. Josè Callejon batte, e la traiettoria dello spagnolo taglia l’area juventina in maniera perfetta. È un attimo, l’intero popolo napoletano trattiene il respiro, finché tra le maglie bianconere si fa largo con un salto verso il cielo Kalidou Koulibaly. Il senegalese è imperioso, stacca in maniera così perentoria che Benatia, avanti a lui, non ha il tempo neanche di provare a contrastarlo. Il colpo di testa di Kalidou è una sassata che trafigge la porta di Buffon; rete, 1 a 0, il Napoli ce l’ha fatta, il sogno non si è ancora spento.
Gli azzurri manterranno il risultato per i restanti minuti di recupero, e regaleranno ai propri tifosi ed alla città tutta una notte, con migliaia di persone accorse a salutare i propri eroi al rientro a Capodichino, ed anzi una settimana intera vissuta camminando tre metri sopra al cielo, con la convinzione che sì, per una volta davvero la storia potesse essere riscritta e potesse cambiare protagonista. L’epilogo di quei giorni e di quel campionato è cosa nota; a San Siro, il sabato seguente, delle decisioni difficilmente spiegabili di Orsato e delle sostituzioni parimenti poco comprensibili di Spalletti condizioneranno pesantemente un Inter-Juve che i nerazzurri, in dieci da metà primo tempo, stavano per portare a casa fino a pochi attimi dalla fine prima di farsi riprendere e superare da Cuadrado ed Higuain. Il giorno dopo, a Firenze, un Napoli ancora scosso da quanto accaduto al Meazza di fatto con la testa non scenderà in campo, e verrà surclassato dai Viola e dal Cholito Simeone. Rimarranno, negli occhi e nei cuori azzurri, il rimpianto, le lacrime e quella sensazione di essersi visti scivolare dalle mani un qualcosa che mai come in quella circostanza il gruppo partenopeo avrebbe davvero meritato di raggiungere. Ma rimarranno anche le emozioni, la bellezza, la consapevolezza di ciò che è stato e l’orgoglio di essersi spinti oltre i propri limiti; queste nessun Inter-Juve le ha cancellate né le cancellerà mai.

pubblicato il 22 aprile 2020

Dal maestro Manzi alla moderna didattica a distanza

Dal maestro Manzi alla moderna didattica a distanza

LA DIDATTICA

Dal maestro Manzi alla moderna didattica a distanza

I televisori rappresentavano, allora, lo strumento tecnologico d’avanguardia al pari dei computers oggi

di Marina Topa

La prima forma di didattica a distanza in Italia risale al 1960 quando il maestro Alberto Manzi fu scelto dalla Rai per presentare il programma “Non è mai troppo tardi”.
Il 15 novembre 1960, giorno della prima puntata, è una data storica per il nostro paese in quanto segna l’inizio di una svolta importante e positiva nella lotta all’analfabetismo soprattutto tra le persone non più giovanissime. Il maestro Manzi, riproducendo in tv delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, con metodologie didattiche innovative, divenne presto un personaggio pubblico a cui affezionarsi; aveva la capacità di farsi sentire “amico” accorciando le distanze che all’epoca, per manifestare un senso di rispetto, ancora si mantenevano nei confronti della figura del “Maestro”.
I televisori rappresentavano, allora, lo strumento tecnologico d’avanguardia al pari dei computers oggi (e nel ’60 erano sicuramente meno diffusi tra le mura domestiche di quanto non lo fossero attualmente i pc). La televisione rappresentava il moderno Internet, con la differenza che bisognava apprendere ciò che propinava senza la possibilità di avanzare ricerche personali. Quante cose sono cambiate da allora…
Dal 5 marzo 2020, giorno di chiusura delle scuole italiane a causa del diffondersi della pandemia da Covid 19, il MIUR ha subito fatto partire l’organizzazione per una didattica a distanza cioè una didattica esercitata attraverso l’informatica.
Bisogna riconoscere che questa quarantena forzata sta tirando fuori il meglio da docenti e studenti italiani, questi ultimi spesso con più competenze digitali degli insegnanti, costretti a inventare un nuovo modo di insegnare, difficile soprattutto per la scuola dell’Infanzia e la scuola Primaria dove, data l’età degli alunni, ovviamente il contatto fisico trasmette ancora più che negli altri ordini.

Dopo tre giorni il Dpcm dell’8 marzo 2020 già citava che i dirigenti scolastici “attivano, per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuole, modalità di didattica a distanza” prestando particolare attenzione alle “specifiche esigenze degli studenti con disabilità” senza interrompere, quindi, né il rapporto docenti/alunni né lo svolgimento dei programmi relativi alle singole discipline, all’inclusione ed alla crescita emotiva di tutti gli alunni dei gruppi classe di ogni ordine e grado.
In particolare è opportuno divulgare quanto previsto dalla REGIONE CAMPANIA a supporto delle famiglie per la partecipazione dei figli a questo tipo di didattica che prevede necessariamente il possesso di sussidi digitali.

Per saperne di più cliccare sul link in basso.
http://www.regione.campania.it/assets/documents/dd-n-198-del-17-04-2020.pdf

pubblicato il 21 aprile 2020