Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

STORIE E LEGGENDE

Palazzo Reale e la Biblioteca Nazionale

Progettato da Domenico Fontana, oggi è un grandioso monumento a disposizione dei napoletani

di Paola Parisi

La fondazione del Palazzo Reale di Napoli risale ai primi del ‘600 per volere del Viceré spagnolo Fernandez Ruiz de Castro con lo scopo di accogliere i sovrani in viaggio per l’Europa. Il progetto fu affidato all’architetto Domenico Fontana che si ispirò ai canoni tardo-rinascimentali. Sulla base di alcune colonne della facciata principale è incisa la sua firma. La facciata, in mattoni e piperno, si articola in tre ordini architettonici: tuscanico, ionico e poi corinzio nei piani superiori. La costruzione del Palazzo si protrasse per secoli e fu completata solo nel 1858 ad opera di Gaetano Genovese, ma il progetto è rimasto comunque fedele al disegno del Fontana. Esso si affaccia su Piazza del Plebiscito, uno dei simboli di Napoli. Dal 1919 l’Appartamento Reale al piano nobile è aperto al pubblico come “Appartamento Storico”. Dal 1923, inoltre, una parte del Palazzo ospita la prestigiosa Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III.

La fondazione della Biblioteca Nazionale di Napoli risale agli ultimi decenni del XVIII secolo, quando, in applicazione di un regio decreto, si cominciarono a collocare nel Palazzo degli Studi, oggi sede del Museo Archeologico, le raccolte librarie fino a quel momento conservate nella Reggia di Capodimonte. Tra queste la famosa libreria farnesiana che Carlo di Borbone, figlio ed erede di Elisabetta Farnese, aveva fatto trasportare nella nostra città nel 1734.
Dopo l’Unità d’Italia fu ulteriormente arricchita con dei manoscritti leopardiani di Antonio Ranieri e la biblioteca teatrale Lucchesi Palli. Nel 1910 fu annessa alla Biblioteca l’Officina dei Papiri Ercolanesi istituita da Carlo di Borbone al fine di custodire i papiri provenienti dagli scavi di Ercolano del 1752-1754. A cotanta ricchezza storico-culturale, si contrappone un profondo senso di tristezza in quanto a questo patrimonio letterario, non gli si dedica l’attenzione dovuta. I mezzi rapidi di divulgazione e di propaganda esistono ma con profondo rammarico si denota uno scarso interesse verso questi preziosi tesori cartacei che costituiscono la vera storia della nostra città. Alle nuove generazioni occorre urgentemente insegnare l’arte di annusare la carta stampata ed il rispetto per coloro che hanno dedicato la loro vita a mettere nero su bianco affinché Napoli sia portavoce di gloria e non di esempi negativi e vanagloriosi. Ergo, usiamo pure i social ma per fini nobili e facciamoci anche un selfie magari con un libro tra le mani e con una didascalia più consona, ovvero modificare il classico “semplicemente io” con un “semplicemente io… leggo” cosicché qualcuno potrà avere credito come influencer.

(Prima parte – continua)

pubblicato su Napoli n. 18 del 25 novembre 2019

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

L’EDITORIALE

Il calcio, la recessione ed il calendario che verrà

Gianni Infantino vorrebbe cogliere l’occasione per riformare profondamente il mondo del calcio. Ci riuscirà?

di Domenico Sepe

Lo spazio concesso dal forzato stop delle attività alle opinioni ed alle interviste ai personaggi pubblici propone ogni giorno una serie di interventi da cui scaturiscono naturali alcune riflessioni.
Nel numero di ieri mattina de “La Gazzetta dello Sport” è apparsa una ampia intervista al presidente della FIFA Gianni Infantino.
L’occasione è partita dal suo 50° compleanno ma poi il presidente si è dilungato sulla situazione venutasi a creare nel mondo del calcio per effetto del virus, che ne ha determinato la sospensione di tutte le attività.
L’intervento dell’italo-svizzero è apparso abbastanza equilibrato, razionale come nella caratteristica del presidente federale, forse solo in parte rivedibile quando si è parlato della possibilità che il calcio possa andare in recessione.
Infantino ha dovuto con candore ammettere come la Fifa abbia sostanze, nel caso specifiche riserve economiche, importanti ed ampie che si sono formate grazie all’attività calcistica e che a tale attività dovrebbero essere sempre e soltanto destinate.
È ovvio che la poltrona occupata a Zurigo abbia un forte valore politico che l’attuale presidente ha speso immediatamente, durante il suo primo mandato quasi per “riconoscenza” ai propri elettori, quando ha portato all’approvazione la nuova formula del Mondiale aprendo le porte a 48 squadre che dal 2026 se lo giocheranno nella fase finale.
Partendo da questa sua realizzazione, sembra strano sentirlo ora parlare di revisione dei tornei, di meno partite, di attenzione alla salute dei giocatori e come si diceva del rischio di una recessione che coinvolga il mondo del calcio.
Le disponibilità che la Fifa ha a sua disposizione sono notevoli e si sono formate grazie all’interesse dei grandi sponsor che assistono il governo del calcio mondiale nell’organizzazione dei grandi eventi.

Nel passato presidenti come il brasiliano Havelange, come Blatter e come Platini sono stati oggetto di attenzione particolare sull’argomento per avere gestito personalisticamente la propria carica. Infantino ha aggiunto anche di non avere specifiche paure e di essere ottimista di natura. Nei prossimi mesi queste sue tendenze saranno messe a dura prova, soprattutto se l’intero mondo del calcio per una volta tenderà verso risoluzioni più aderenti alla realtà, più al passo con i tempi, più ragionevoli.
Nel frattempo, quando la tempesta sarà passata, si aspetta di leggere e poi considerare quali saranno le scelte della Fifa sperando di poter assistere ad un’inversione di rotta che tenga finalmente in giusta considerazione il valore sportivo nel lavoro svolto in Svizzera.
E quindi ecco le parole del presidente che ci si augura non restino tali: «In futuro dobbiamo avere almeno 50 nazionali che possono vincere i Mondiali, non solo 8 europee e 2 sudamericane. E 50 club che possano vincere i Mondiali per club, non solo 5 o 6 europei. Ed una ventina di questi cinquanta saranno europei, il che mi sembra già meglio dei 5 o 6 odierni».
Il Mondiale per club, con la nuova formula, che si sarebbe dovuto giocare in Cina il prossimo anno è stato rimandato almeno sino al 2022 quando si dovrebbe giocare dal 21 novembre al 18 dicembre il Mondiale in Qatar.
Quando parla di alleggerire il calendario della stagione calcistica come pensa di organizzare il mondiale per club, il Mondiale in Qatar, che si giocherà in pieno autunno, le qualificazioni delle nazionali (compresa l’inutile Nations League), le coppe internazionali ed alla fine i campionati e le coppe nazionali? Come pensa di salvaguardare la salute dei giocatori tagliando il numero di partite, mentre gli impegni previsti sembrano orientati verso il contrario.
Come pensa di raggiungere il traguardo di ben 50 squadre nazionali capaci di vincere un Mondiale se nel calcio europeo, per non parlare nello specifico di quello italiano, i nomi dei club che si aggiudicano i campionati sono più o meno sempre gli stessi?
Ha considerato gli interessi economici delle società di calcio che oggi parlano di recessione, di perdite, di sospensione degli stipendi, etc?
Il compito che aspetta il presidente è gravoso e per poter portare a risultati importanti dovrebbe per una volta lasciare fuori dalla porta pressioni politiche e atteggiamenti ostili da parte delle grandi società. Sarà capace Infantino di imporsi e rivedere il mondo del calcio alla ricerca di un ritorno verso una maggiore normalità?

pubblicato il 24 marzo 2020

Viviani: il talento precoce di un artista immenso

Viviani: il talento precoce di un artista immenso

L’ANNIVERSARIO

Viviani: il talento precoce di un artista immenso

Settant’anni dalla scomparsa del piccolo Raffaele, “Papiluccio”, che diventò grande a soli quattro anni

di Marco Boscia

Settant’anni oggi dalla morte di un grandissimo artista. Soltanto così può essere ricordato Raffaele Viviano che, quando divenne noto, mutò il suo cognome in Viviani, perché ritenuto da lui stesso più artistico e teatrale. Viviani fu commediografo, attore, compositore, poeta ed anche regista.
Descrivere in poche righe tutta la sua carriera, quello che ha fatto per il teatro napoletano ed italiano, sarebbe impossibile. “Rivista Napoli” vuole quindi semplicemente ricordare i passi fondamentali della vita di uno straordinario artista teatrale che divenne grande prima del tempo e che rappresentò la gente di Napoli in tutto il mondo con una comicità ed un’ironia mai messe in scena prima.
Dopo quattro lunghi mesi di sofferenza per la sua malattia, Raffaele Viviani morì a Napoli a 62 anni proprio il 22 marzo del 1950. La sua ultima volontà prima di morire fu quella di guardare dalla finestra ancora per un istante la sua magica città.

La difficile infanzia

Raffaele venne alla luce il 10 gennaio del 1888 a Castellammare di Stabia da una famiglia povera: la madre, Teresa Sansone, era una casalinga, ed il padre, suo omonimo, un impresario e vestiarista teatrale dell’Arena Margherita di Castellammare. Quando nacque “Papiluccio”, come veniva chiamato in famiglia il piccolo Raffaele, il padre dovette far fronte ad un sequestro tributario del proprio magazzino che portò la famiglia ad una profonda crisi economica. Decise così di tornare a Napoli, sua città d’origine, dove costruì il teatro Masaniello a Porta Capuana e divenne socio di altri piccoli teatri.

Il bambino prodigio

Giorno dopo giorno, il papà riusciva a trasmettere al figlio la sua grande passione per il teatro. Tutte le sere assistevano insieme ad uno spettacolo di marionette presso Porta San Gennaro ed il piccolo Papiluccio si appassionò al numero finale del tenore comico Gennaro Trengi, tanto da imparare tutto il suo repertorio a memoria. Un giorno il Trengi si ammalò e fu proprio Raffaele a sostituirlo. Viviani si esibì in frac e la stampa parlò sin da subito del “piccolo prodigio che canta canzoni a quattro anni e mezzo”. Da quel giorno Viviani prese il posto del Trengi e ben presto fu affiancato anche da una duettista, Vincenzina di Capua.

La carriera

Quando nel 1900, ancora giovanissimo, gli morì il padre, Raffaele dovette occuparsi della madre e della sorella Luisella, anche lei attrice e cantante. Viviani cominciò a trascorrere intere giornate fra i vicoli di Napoli. E fu proprio la città ad ispirarlo e a fargli capire che doveva coltivare il suo talento. Studiò da autodidatta e si esibì per anni in spettacoli di Varietà. Nel 1904 il suo primo successo, ʻO Scugnizzo. Dopo quel capolavoro nacquero indimenticabili personaggi partenopei, divenuti poi straordinari successi: Il trovatore, ʻO mariunciello, Malavita, Il mendicante, ʻO tranviere, ʻO sciupatore, ʻO cocchiere, Il professore, ʻO sunatore ʻe pianino. In quegli anni Raffaele si esibì in bar, caffetterie, gelaterie, concerti ed anche in stabilimenti balneari d’estate, dove cantava assieme ad altri grandi artisti. Fu apprezzato dapprima nei teatri di Napoli, quindi di tutta Italia e poi d’ Europa e del mondo. Raffaele riuscì ad unire comicità ed ironia con il sentimentalismo della sua terra. Rappresentò in tutto e per tutto la gente di Napoli che aveva avuto modo di osservare per la città: dagli spazzini, ai ladri, dalle prostitute ai venditori ambulanti etc. mettendo in scena tutta l’emarginazione dei rioni, dei vicoli e dei quartieri napoletani. Diede vita quindi alle gioie, alle rivendicazioni, alle lotte, alle passioni ed alle ingiustizie della gente di Napoli.
Fondò, nel 1917, una sua compagnia teatrale di prosa dialettale, di cui fece parte anche la sorella Luisella e che diresse lui stesso fino al 1945. Debuttò da attore, autore e regista nel dramma comico ʻO Vico, messo in scena al teatro Umberto nel 1917 e che ripropose nel 1945, quando recitò per l’ultima volta.

pubblicato il 22 marzo 2020

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

LA STORIA DELLA CHAMPIONS

Herrera-Rocco: la leggenda del Mago e del Paròn

I club italiani in cima all’Europa. Grandi serate a San Siro ed una squadra, quella interista, rimasta viva nella memoria

di Giovanni Gaudiano

Il 20 febbraio 1979, 41 anni fa, ci ha lasciati Nereo Rocco. È singolare come la nostalgia per un uomo, un personaggio come il triestino si senta ogni giorno per chi ama il mondo del calcio. La storia della Coppa dei Campioni e del calcio italiano, proprio nella più importante manifestazione calcistica europea resta e resterà per sempre legata al nome di “el paròn”, un tecnico di cui ancora parlano tutti quelli che hanno giocato per lui. La lunga striscia del Real Madrid e quella breve ma intensa del Benfica furono interrotte nella stagione 1962-63 proprio dal Milan di Rocco. La Milano che si impose nel calcio europeo era in quegli anni una città in grande fermento. L’Italia viveva il suo boom economico e la capitale finanziaria del paese si apprestava a dominare dopo il calcio nazionale anche quello europeo. Furono tre anni intensi, dove la sponda rossonera bruciò quella nerazzurra con la seconda pronta però a prendersi la rivincita, vincendo poi la Coppa dei Campioni per due anni consecutivi.
In ogni caso Andrea Rizzoli, che subito dopo Wembley abbandonerà il ponte di comando, batterà Angelo Moratti iniziando un duello che la società rossonera negli anni a venire vincerà ampiamente.

Il fattore umano di Nereo Rocco

Dopo il bis del Benfica, la squadra lusitana sembrava potesse continuare a tenere il calcio della penisola iberica al primo posto in Europa. Le squadre italiane però, che nelle precedenti sette edizioni avevano già raggiunto la finale con la Fiorentina ed il Milan, mostrarono un’importante crescita. In particolare i campioni d’Italia del Milan affrontarono la competizione europea avendo consolidato il rinnovamento avviato l’anno precedente da Nereo Rocco, innestando nella struttura di una squadra vincente José Altafini, attaccante brasiliano campione del mondo con la nazionale carioca nel 1962, capace di sostituire senza farlo rimpiangere il fenomeno Pelé infortunato ed indisponibile per il mondiale cileno.
Rocco era un uomo semplice ma sul quale si poteva fare affidamento. Veniva da Trieste, una città di mare e di confine che aveva dovuto aspettare il 1920, dopo la prima guerra mondiale, per diventare italiana.
La famiglia del paròn vendeva carni ed anche lui avrebbe abbracciato quel lavoro se non fosse stato per la sua innata passione per il calcio. Era stato un buon giocatore Nereo, fisico importante da centrocampista con il vizio del gol. Il suo rapporto paterno con i giocatori era noto a tutti, come era evidente la sua capacità nel preparare le gare e nel tenere la compagnia su di morale. Si narra che a Wembley prima della finale vinta contro il Benfica avesse detto alla sua squadra in pullman “chi no xe omo, resti sul pullman” e poi fosse crollato sul sedile suscitando l’ilarità del suo gruppo. Quel Milan che non aveva più nelle sua file Schiaffino, Liedholm, Grillo e Cucchiaroni si impose segnando tanto (33 reti in 9 partite con Altafini capocannoniere con 14 realizzazioni).

La finale di Wembley

In quella squadra brillava non ancora ventenne il golden boy, Gianni Rivera, ed in campo con lui giocavano due allenatori aggiunti, Cesare Maldini e Giovanni Trapattoni, senza dimenticare l’estro e la visione di gioco del brasiliano Dino Sani, un oriundo arrivato al Milan sulla soglia dei trent’anni. Il Milan dovette battere in finale il Benfica di Coluna ed Eusébio, allenato dal cileno Fernando Riera che aveva sostituito in panchina Béla Guttmann.
I portoghesi, che avevano il pronostico dalla loro parte, partirono forte ed Eusebio al 19’ del primo tempo portò in vantaggio la sua squadra. Rocco su consiglio di Maldini cambiò le marcature in difesa, spostando Trapattoni sulla “pantera nera” e Benitez su Torres. Altafini sbagliò una facile occasione per pareggiare nel primo tempo che si concluse con l’infortunio di Coluna. Nel secondo tempo il faro del gioco portoghese restò in campo ma visibilmente menomato. Il Milan ne approfittò e con una doppietta di Altafini fece sua la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Era il 22 maggio del 1963, a Wembley assistettero alla partita circa 50.000 spettatori (45.715 paganti). La squadra che si impose era così composta: Ghezzi, David, Maldini, Trebbi, Benitez, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera e Mora.
Il ritorno a Milano per il presidente Rizzoli, per Rocco e la squadra fu trionfale. Il presidente Andrea Rizzoli fu sostituito per la stagione successiva da Felice Riva e Rocco, in disaccordo su diversi aspetti, andò via approdando al Torino. Il Milan negli anni seguenti vinse solo la Coppa Italia del 1966. Le cose cambiarono quando il presidente Franco Carraro nella stagione 1966-67 riportò al Milan Nereo Rocco, i rossoneri vinsero il campionato e si aggiudicarono anche la Coppa delle Coppe.
A Rocco qualcuno voleva affibbiare la patente di catenacciaro. Il fatto strano è rappresentato dal particolare che le sue squadre segnavano sempre tanto. Il triestino si scherniva ed amava parlare di calcio con il suo amico Gianni Brera a tavola davanti ad una bottiglia di vino. Era in quei momenti che la sua simpatia, la sua umanità e le sue qualità, che ne avevano fatto un allenatore vincente, venivano prepotentemente fuori. Nel suo palmarés da allenatore brillano: due scudetti, due coppe dei Campioni, due coppe delle Coppe, una coppa Intercontinentale, tre coppe Italia tutte vinte alla guida del suo Milan. Per la stagione 1962-63 gli fu assegnato anche il Seminatore d’Oro e nel 2012, seppur alla memoria, è stato inserito nella Hall of Fame del Calcio Italiano.

Passaggio di testimone

Da Milano a Milano. La Coppa dei Campioni restò per tre anni di seguito nella città meneghina. Passò dal Milan all’Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera senza dimenticare il grande lavoro svolto da Italo Allodi, uno dei migliori dirigenti che il calcio italiano abbia mai avuto, la cui permanenza all’Inter dal 1959 al 1968 corrisponde all’epoca dei grandi successi della società nerazzurra. Il Milan detentore entrò in gioco nell’edizione del 1963-64 agli ottavi superando agevolmente gli svedesi del IFK Norrkoping. I detentori della coppa furono però eliminati ai quarti dal Real Madrid in virtù della sconfitta subita nella gara d’andata al Bernabéu per 4 a 1 che al ritorno i rossoneri non riuscirono a ribaltare, fermandosi sul 2 a 0. L’Inter arrivò invece alla finale, vincendo sei partite e pareggiandone due. La finale si sarebbe giocata al Prater di Vienna il 27 maggio del 1964.

Helenio Herrera

Per quanto fosse stato benvoluto Rocco, tanto fu difficile inizialmente per l’argentino naturalizzato francese farsi amare dal pubblico nerazzurro. Moratti pensava di aver sbagliato la sua scelta e se ne lamentava con i suoi amici anche per l’alto costo dell’ingaggio di H.H. D’altra parte l’ex difensore e zingaro del calcio aveva delle referenze importanti quando fu ingaggiato dall’Inter. Aveva vinto quattro campionati spagnoli: due con l’Atletico Madrid e due con il Barcellona. Con la squadra catalana aveva anche conquistato due coppe di Spagna ed una Coppa delle Fiere.
Moratti era impaziente, voleva vincere, la vittoria del Milan nella Coppa dei Campioni bruciava sulla pelle. Era ammaliato ed affascinato da questo personaggio che senza dubbio avrebbe lasciato nel mondo del calcio una sua precisa impronta. Dopo Herrera, infatti, il ruolo e l’importanza dell’allenatore in Europa sarebbe profondamente cambiato.
L’argentino era geniale. Aveva studiato il calcio come pochi. Aveva capito in anticipo che la preparazione atletica avrebbe finito per fare la differenza in campo. Inoltre controllava e faceva controllare i suoi giocatori e allenava anche la loro mente, infondendogli la consapevolezza di essere i migliori. Era un abile imbonitore e riusciva in qualche caso a suggestionare i suoi ragazzi al punto da vendergli per chissà quale diavoleria le bustine di zucchero.
Angelo Moratti nei primi due anni seguì sul mercato le indicazioni del suo tecnico che così, mentre il Milan vinceva la sua prima Coppa dei Campioni, si aggiudicò lo scudetto nel 1962-63 con questa formazione base: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez e Corso. Nella rosa a disposizione di Herrera spiccavano anche i nomi di: Bugatti, Maschio, Bicicli, Masiero, Bolchi, Hitchens, Tagnin ed altri.

La grande Inter

Per comprendere quanto sia stata grande quella squadra che si impose due volte di seguito in Coppa dei Campioni, ovvero nel 63-64 e 64-65, e nelle stesse annate nella coppa Intercontinentale, è necessario chiamare in causa il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Nel suo splendido libro “Splendori e miserie del gioco del calcio” del 1997, lo scrittore citando la formazione di quella che fu definita la “Grande Inter”, ovvero Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani (Peiró, Domenghini), Suarez e Corso, scrisse: “Quale altra formazione, a distanza di tanti lustri, è impressa più di quella nella memoria di ogni tifoso, anche non nerazzurro?”
Galeano aveva ragione. Saranno state le telecronache di Carosio, le figurine Panini, la Domenica Sportiva e soprattutto tutti i giornali che in quegli anni si sono occupati di calcio a rendere questa squadra famosa e riconosciuta, quasi fosse il prototipo della perfezione.
Herrera costruì una macchina praticamente perfetta. La difesa integralmente italiana, in ossequio alla scuola del nostro paese alla quale si riconosceva di crescere ed allenare i miglior difensori del mondo, era granitica ed impenetrabile. Presentava anche la grande novità del terzino fluidificante e goleador, rappresentato da quel signore in campo e fuori che fu Giacinto Facchetti. A centrocampo ed in attacco l’argentino mischiò un po’ le carte inserendo nella formazione base la solidità di Bedin, il funambolismo di Jair da Costa e la classe e visione di gioco di Luisito Suarez che H.H. portò con sé da Barcellona. Inoltre don Helenio promosse come un titolare inamovibile, proprio nell’anno dello scudetto, Sandro Mazzola, figlio del grande Valentino perito con il Torino nell’incidente di Superga.
L’Inter di Herrera diede al “mago”, come venne soprannominato, una fama indelebile. Ne fece scoprire le qualità istrioniche, le capacità come motivatore e conoscitore di uomini. Nella prossima puntata parleremo delle due finali vinte dall’Inter perché racchiudono storie che i protagonisti di quel calcio hanno lasciato in eredità a questo meraviglioso sport.

(5 – continua)

pubblicato su Napoli n.24 del 25 febbraio 2020

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

Aleksander Čeferin

L’EDITORIALE

L’Uefa a fatica rimanda di un anno l’Europeo

Grande presunzione, poca visione della realtà e troppa ingerenza della parte economica nel mondo del calcio

di Giovanni Gaudiano

L’Uefa ha dunque rinviato gli Europei. Era impossibile pensare che si svolgessero come previsto, anche perché c’erano ancora quattro posti d’assegnare attraverso degli spareggi proprio nella sosta dei campionati prevista per fine marzo. Un particolare questo di cui si è parlato poco. Ora resta aperto il rebus di come portare a termine, se sarà possibile, i campionati e come regolarsi alla stessa maniera per le coppe europee.
La Federazione, la Lega continuano a non brillare per iniziativa e per capacità decisionali.
Il punto di arrivo di questa situazione, alla luce delle serie difficoltà create dal virus, è nell’aria. Il campionato potrebbe terminare con la classifica congelata come appare oggi. Questo per permettere la disputa delle partite di coppa che l’Uefa è intenzionata a portare a termine. Si tratta come sempre di un falso problema e di una posizione difficile da definire.
Nessuno pensa che la soluzione a questi problemi sia facile ma analogamente c’è da chiedersi se qualcuno ha pensato che sarebbe più equilibrato, più sensato metterla su un altro piano.

Contratti in scadenza al 30 giugno

Se è vero che i calciatori sono lavoratori come tutti gli altri, e diciamocelo francamente non è vero, si potrebbe pensare di prolungarli tecnicamente di uno o due mesi e si potrebbe cambiare il periodo dedicato al mercato condensandolo in due/tre settimane. Tanto le vere trattative sono quelle che si concludono prima, se ne parla infatti anche in questi giorni.

Sosta per le vacanze dei calciatori

Si tratta di un diritto comune a tutti i lavoratori. Sarebbe però il caso di domandarsi quante volte è capitato nella vita di tutti quelli che lavorano tutto l’anno di dover accorciare, interrompere, annullare il proprio periodo di ferie per problemi aziendali e per problemi legati alla pubblica utilità. I calciatori appartengono in qualche modo al mondo dello spettacolo e se oggi ad un attore si ponesse l’alternativa di recuperare in estate piuttosto che perdere la scrittura la risposta non c’è dubbio che sarebbe quella di lavorare appena possibile e per tutto il tempo necessario. La questione economica non c’entra, si tratta di rispettare quelli che oggi hanno l’incertezza per il proprio lavoro ed anche quelli che, pur sapendo di riprenderlo, accuseranno perdite rilevanti.

Calendari delle varie manifestazioni

I calendari dovranno essere gioco forza rimodulati quando la situazione sarà più chiara. L’Uefa vuol finire la stagione di coppe per evidenti problemi economici connessi. È di fatto un’azienda quella che ha sede a Nyon. Ed è anche molto importante ma anche molto ricca. Vorrà dire che per un anno avranno meno disponibilità e nella prossima stagione cercheranno di recuperare, visto che poi potrebbe trattarsi di giocare due stagioni ravvicinate.

Diritti televisivi, pay-tv, etc.

Non c’è nulla che non possa essere recuperato nel tempo. La consuetudine ci impone di solito una quasi completa assenza del calcio a giugno ed a luglio con la ripresa generalmente nella seconda parte di agosto. Con gli Europei rimandati a giugno 2021 si potrebbe giocare intensamente da settembre a maggio, cancellando la Nations League e quindi le soste per le nazionali e portando a termine per prima cosa le gare che non si dovessero poter disputare per questa stagione, per poi ripartire immediatamente con la stagione successiva dopo un breve ritiro.
Quelle esposte sono solo delle idee, dei pensieri espressi ad alta voce che però fanno a cazzotti con il fare arrogante, irragionevole e troppo privilegiato per comprendere che le cause di forza maggiore esistono, come ci sono le priorità che non possono essere ignorate da chi per anni ha fatto il suo comodo imponendo ad un mondo che dovrebbe essere basto sullo sport una deviazione insopportabile.
Forse non tutti i mali vengono per nuocere!

pubblicato il 18 marzo 2020