Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

STORIE E LEGGENDE

Genio all’avanguardia alla ricerca dell’impossibile?

Il principe di Sansevero Raimondo di Sangro fu inventore, anatomista, alchimista, massone e tanto altro

di Paola Parisi

La morte non è niente, dice il poeta Henry Scott Holland ma purtroppo dipende da come muori… Quando si parla di Palazzo Sansevero e di coloro che vi hanno dimorato, la morte è tutt’altro che niente. Se vogliamo citare la principessa Maria D’Avalos, la sua dipartita è stata una vera e propria tragedia: storie di corna, intrighi, tresche, onore e disonore. La bellissima principessa pagò con la vita la sua passione per il Duca d’Andria, Fabrizio Carafa, perito anch’egli per mano del marito di lei Carlo Gesualdo principe di Venosa. Leggenda narra che nelle notti senza luna, lo spirito di Maria appare tra le mura del Palazzo e le sue urla strazianti raggelano tutto il quartiere. Col passare del tempo, come se non bastasse, a cementare le sentine, ovvero i luoghi di raccolta di brutture, si classifica al primo posto della hit nientemeno che Raimondo di Sangro Principe di Sansevero. Il suo curriculum vitae è talmente vario e variegato che, possiamo dire, non si è fatto mancare niente: esoterista, inventore, anatomista, alchimista, mecenate, scrittore, accademico, originale esponente del primo illuminismo europeo e massone. Sì, avete letto bene, massone! Fu il Grande Maestro della Massoneria napoletana nonché il primo grande pentito che la storia ricorda: sì perché non esitò a tradire i propri confratelli pur di avere salva la vita e non si spiega come poi non avesse avuto ritorsioni per ciò che aveva fatto. Il suo essere eclettico non fece di lui un’icona di perfezione, anzi si potrebbe definirlo come una personalità geniale e nefasta al tempo stesso, perché se da un lato egli fece rifiorire il mausoleo di famiglia con l’introduzione del Cristo Velato, la celeberrima scultura marmorea di Giuseppe Sanmartino, dall’altro lato egli conviveva con l’idea fissa di padroneggiare i più riposti segreti della vita e di essere ricordato nei secoli dei secoli… e possiamo affermare che sia riuscito nel suo intento, tanto è vero che la Cappella Sansevero è meta di turismo proveniente da ogni parte del mondo e la sua lungimiranza è stata tale da unire il sacro (Cristo velato) con il profano (le macchine anatomiche), i cui corpi sono esposti nei sotterranei della cappella. Egli chiamava così due corpi di un uomo ed una donna incinta il cui apparato circolatorio è completamente integro (feto compreso), dopo aver loro iniettato una sostanza in grado di metallizzarne le vene. Il tutto avvenuto pare con cavie vive, privo il principe di qualunque senso deontologico ed umano. Il tutto eseguito in nome della “ricerca scientifica” a suo dire! Malvoluto dalla Chiesa non solo per questo, ma anche per aver osato dubitare della liquefazione del sangue di San Gennaro riproducendo minuziosamente l’ampolla e chimicamente il sangue e anche perché pare avrebbe commissionato l’omicidio di sette cardinali e con la loro pelle avrebbe rivestito delle poltrone.

Cosa che potrebbe interessare qualche “artigiano della qualità” ma si spera accoratamente che desistano dal desiderio di far poggiare le terga su conce consacrate! Ma non si sa per quale motivo egli riuscì a farla sempre franca, sovrastando il potere ecclesiastico e continuando i suoi esperimenti (fanta) scientifici nel suo laboratorio sotterraneo, nella sua personalissima “Area 51” partenopea sbeffeggiandosi di tutto e tutti, prelevando dalla strada come se fossero prodotti esposti su uno scaffale di un supermercato, poveri reietti destinati a diventare cavie umane per dissetare la sua brama di rendere possibile la vita dopo la morte. Alla fine, quando i segni del tempo e la fine dei suoi giorni si avviavano verso la meta finale, egli stesso si sottopose al padre di tutti gli esperimenti facendosi letteralmente trinciare da uno dei suoi servi e collocare in una bara in attesa di ricomporsi. Ma qualcosa non andò per il verso giusto, poiché il feretro fu aperto improvvisamente ed in largo anticipo rispetto a quanto aveva previsto per cui il povero principe non poté uscire dalla sua bara vivo e vegeto come un prestigiatore alla fine del suo numero e quindi si narra che la sua anima dannata vagasse di notte, urlando nei vicoli che costeggiano Piazza San Domenico Maggiore. Inoltre si tramanda che non è consigliabile ai laureandi, in procinto della tesi, di visitare questo luogo poiché pare che il Principe Raimondo di Sansevero abbia tra l’altro la nomea di jettatore. Sarà stato pure un genio, un precursore dei tempi, un genio folle ma, come si suol dire, si è perso in un bicchier d’acqua. Prima di farsi tagliare come un pollo allo spiedo, non poteva lasciare un biglietto sul coperchio con su scritto: “Non disturbare, sono stanco, distrutto, praticamente… a pezzi?”

pubblicato su Napoli n.16 del 19 ottobre 2019

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

LE STORIE

Quando lo Stabia divenne Campione nel ‘45

Forse non tutti sanno che la squadra di Castellammare può vantare anche il titolo di Campione dell’Italia Liberata

di Bruno Marchionibus

Pochi mesi dopo la vittoria del titolo dell’Alta Italia da parte dei Vigili del Fuoco di La Spezia anche al Meridione il pallone tornò a rotolare sui campi, ed anche in questo caso una squadra partita in sordina balzò agli onori della cronaca aggiudicandosi un torneo poi mai riconosciuto in via ufficiale dalla FIGC.
È il gennaio del ‘45. Nel Nord della Penisola le formazioni partigiane combattono eroicamente l’invasore tedesco, mentre gli Alleati si preparano a dare l’assalto definitivo alla Linea Gotica, che avrà luogo in primavera. Nel Sud ormai liberato, invece, tra mille problemi si può finalmente tornare a parlare di sport, con l’organizzazione di tornei regionali. Il più importante di questi è quello campano, a cui partecipano dieci squadre, tra le quali le più blasonate sono il Napoli e la Salernitana, entrambe, prima della separazione dell’Italia in due, militanti in Serie B.
Il livello del campionato, tuttavia, è tenuto alto anche da altre compagini, che a causa degli eventi bellici si sono rinforzate con giocatori che prima del conflitto erano in forza a squadre del Centro-Nord. Ci sono, ad esempio, i nerostellati della Frattese, con l’ala ex Lazio Busani ed il centravanti Nicolosi, il primo italiano cresciuto in Libia ad aver esordito in massima serie. E poi c’è lo Stabia del presidente Benedetti e dell’allenatore Lenzi, che in campo può contare sul formidabile attaccante Romeo Menti, a cui oggi è intitolato non solo lo stadio di Castellammare ma anche quello di Vicenza, e che qualche anno più tardi, il 3 maggio 1949, sarà l’ultimo giocatore del Grande Torino ad andare a segno, su rigore contro il Benfica, qualche ora prima della tragedia di Superga.
Il torneo si disputa, per forza di cose, tra spostamenti non sempre agevoli e su campi non sempre del tutto regolamentari. Basti pensare che, se la Salernitana ebbe modo di giocare le proprie gare interne sull’ex campo del “Littorio”, poi rinominato Stadio Donato Vestuti, rimasto miracolosamente intatto nonostante Salerno fosse stata teatro dello sbarco alleato che coinvolse le spiagge dal capoluogo campano fino a Paestum, il Napoli era stato privato dell’Ascarelli, primo stadio di proprietà della storia del calcio italiano distrutto dai bombardamenti alleati, e si trovò così a dover scendere in campo nel recinto dell’Orto Botanico.

Nonostante intoppi e complicazioni, ad ogni modo, il campionato comincia e va avanti, e vede sin da subito contendersi il titolo assieme alle due favorite la squadra di Castellammare, guidata dal capitano Dario Ciccone. Nel match di cartello tra azzurri e granata, in particolare, succede l’incredibile: il direttore di gara, signor Demetrio Stampacchia, sul punteggio di 1 a 1 fischia un rigore per il Napoli, ma i tifosi salernitani, inferociti, invadono il campo e l’arbitro per non avere la peggio deve addirittura fingersi morto approfittando di un colpo d’arma da fuoco sparato in aria. La CAF, in primo grado, assegna la sconfitta a tavolino alla Salernitana, che al termine del campionato sarebbe così due lunghezze dietro lo Stabia capolista. In un gioco di ricorsi e contro-ricorsi all’italiana, tuttavia, quel campionato, che per la cronaca vede Italo Romagnoli del Portici laurearsi capocannoniere con 18 centri, sarà assegnato sì agli stabiesi, ma in tribunale. I granata, infatti, vedono accolto il proprio ricorso, appaiandosi con i ragazzi di Castellammare in testa alla classifica; a quel punto per l’assegnazione del titolo si deve ricorrere ad una gara di spareggio, ma lo stesso Stabia ricorre per ribaltare il risultato dell’incontro con la Frattese, perso ma condizionato da gravi disordini sugli spalti. La giustizia sportiva, poco prima del match di spareggio, dà ragione alla società del presidente Benedetti, e così, in piena estate, lo Stabia è Campione, e può festeggiare quello che è il punto più alto della sua storia sportiva.
Quel torneo del ‘45, ancora ad oggi, è considerato dai tifosi di Castellammare il Campionato dell’Italia Liberata, e quel titolo un vero e proprio Scudetto. Analogamente a quanto avvenuto per i Vigili del Fuoco di La Spezia al Nord, tuttavia, anche in questo caso la FIGC non riconosce quella vittoria in via ufficiale nei suoi almanacchi. L’auspicio, però, ed a tal fine nella cittadina campana sono sorte negli anni numerose associazioni, è che come avvenuto per la compagine ligure la Federazione possa quantomeno attribuire a quell’impresa un valore onorifico che, seppur non la faccia considerare come “Scudetto” in via formale, la equipari sostanzialmente ad esso.

pubblicato il 30 marzo 2020

Dalla Nigeria un messaggio di solidarietà all’Italia

Dalla Nigeria un messaggio di solidarietà all’Italia

L’ASSOCIAZIONE

Dalla Nigeria un messaggio di solidarietà all’Italia

Attraverso l’associazione Azione Verde la preghiera di questi bambini per superare questi momenti

di Marina Topa

La rapidità con la quale il COVID 19 si è diffuso fino a far proclamare la pandemia ha trasformato la vita di tutti; nessuno si può dichiarare inattaccabile.
Il coronavirus sembra la dimostrazione concreta di quanto affermava Totò nella celebre poesia “’A livella”: come la morte, di cui sta diventando portatore, mette tutti sullo stesso piano e ci sta costringendo a riflettere su ciò che effettivamente conta nella vita.
Nei paesi capitalisti ci si è gradualmente abituati a considerare essenziali cose di cui, all’improvviso, si sta imparando a farne a meno; obbligati a convivere chiusi in casa per più giorni consecutivi si sta imparando a conoscersi veramente parlando, osservandosi dal vivo e non più sui social … oltre all’angoscia il virus sta offrendo anche la possibilità di comprendere che non è una sciocchezza dire che la vita è una ruota che gira e all’improvviso le situazioni possono rovesciarsi e, quando ciò si verifica, l’affetto umano diventa un sostegno importante per tutti.

Ecco perché vogliamo divulgare il messaggio di solidarietà che i bambini nigeriani lanciano al popolo italiano, in questo momento di grave sofferenza, attraverso l’associazione AZIONE VERDE di cui già pubblicizzammo le iniziative in occasione di un incontro organizzato a Napoli lo scorso febbraio.
La preghiera di questi bambini è la prova che l’amore per i simili è proprio nell’indole umana … sarebbe bello se, in quest’occasione, ci soffermassimo un po’ tutti su questa riflessione: indipendentemente dal paese in cui viviamo, dalla lingua che parliamo, dal colore della pelle, dalla fede, dal credo politico, proviamo le stesse emozioni e affrontiamo le stesse preoccupazioni; chiaramente le disponibilità economiche e particolari situazioni individuali possono modificarne l’entità ma comunque siamo accomunati nello stesso inferno. Sarebbe bello se quest’esperienza così difficile portasse l’umanità intera a riavvicinarsi nel rispetto e nell’amore reciproco.

pubblicato il 29 marzo 2020

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

STORIE E LEGGENDE

Gli incontri notturni dei fantasmi del palazzo

Re Ferdinando II di Napoli tentò di impedire il matrimonio di Carlo III con Penelope Smith

di Paola Parisi

Poteva mai esimersi Palazzo Reale dal possedere la sua leggenda e il suo fantasma? Ma anche no! Il protagonista assoluto della vicenda è Carlo III di Borbone, fratello di Re Ferdinando II di Napoli, il quale tentò invano di impedire il matrimonio di Carlo con Penelope Smith, una giovane turista irlandese trovatasi in vacanza in città. Le ragioni del cuore ebbero la meglio sulla ragion di stato e nonostante i divieti di re Ferdinando, molto ferrei al riguardo, egli sposò ugualmente la sua amata con una bella “fuitina” in piena regola che ahimè le costò molto cara ovvero la perdita di tutti i suoi averi e di tutti i suoi diritti nobiliari. Probabilmente all’epoca fu uno dei pochi principi a provare sulla propria pelle l’esperienza dei due cuori ed una capanna. Non vi sono episodi che riportano la qualità ed il tenore della loro vita quotidiana dal momento che la coppia era praticamente sul lastrico ma sappiamo però che il sacro fuoco della loro passione diede come frutto due figli i quali vissero anche loro senza privilegi.

Fin qui, beffardamente possiamo dedurre che i due piccioncini non se la passavano poi così male sotto un certo aspetto alla faccia del fratello! Il Principe, da allora, non mise più piede a palazzo (da vivo) ma si sbizzarrì buon ‘e meglio da morto vagando, di notte, tra le mura di esso urlando ed imprecando contro chi gli aveva tolto tutto… e non risulta difficile comprendere a chi erano rivolti gli epiteti e gli accidenti. A fare “compagnia” a Carlo III c’è la regina Maria Carolina di Borbone. Si dice che ella amava dare sontuose feste a cui partecipavano numerose teste coronate. Secondo voci di abitanti della zona, ancora oggi, passando di notte per le vie adiacenti al palazzo, si possono scorgere dalle finestre, le luci delle feste e le ombre degli ospiti danzanti. Or dunque, tra urla, balli canti epiteti e maledizioni chi avrà avuto la meglio? Si potrebbe, una di queste notti, chiedere alle otto statue dei Re che stanno piantonate là fuori. Visto ca stann senza fa’ nient, potrebbero quantomeno regolare il volume dello stereo di Maria Carolina e redarguire Carlo III ricordandogli: “Carlù… te piacev ‘a signurina eh”?

pubblicato su Napoli n.18 del 25 novembre 2019

I Vigili del Fuoco di La Spezia e lo Scudetto “dimenticato”

I Vigili del Fuoco di La Spezia e lo Scudetto “dimenticato”

LE STORIE

I Vigili del Fuoco di La Spezia e lo Scudetto “dimenticato”

Non è la prima volta che il calcio deve adattarsi agli eventi della storia. Ecco il racconto del Campionato di guerra 43/44

di Bruno Marchionibus

Con il Paese completamente bloccato dall’emergenza Covid-19 anche lo sport ha dovuto temporaneamente chiudere i battenti e, mentre la lotta a questo nuovo e tremendo nemico silenzioso prosegue senza sosta, il mondo del calcio italiano si interroga su come e quando il campionato di Serie A potrà essere ultimato e fornire i suoi verdetti.
Molto, è chiaro, dipenderà da quanto ancora durerà la battaglia contro il Covid-19, e le soluzioni proposte in questi giorni sono le più disparate. Si va, infatti, dall’idea di completare “regolarmente” il girone di ritorno terminando così il torneo in piena estate a quella di disputare dei play-off, a quella ancora, più estrema, di cristallizzare la classifica all’ultima giornata giocata sul campo.
Una situazione, quella attuale, così unica e imprevedibile nel suo genere tanto che per trovare un qualcosa di analogo negli almanacchi bisogna tornare indietro fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale. Anche in quel frangente gli eventi della storia spinsero il calcio a dover percorrere soluzioni alternative a cui, però, al termine della stagione non fu dato riconoscimento ufficiale.
È il 1943 e ben presto, dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia si ritrova sostanzialmente divisa in due. A Sud, dove si sono rifugiati la famiglia reale e il Capo del Governo Badoglio, avanzano gli Alleati, che tentano la risalita della Penisola attestandosi per mesi ai margini della Linea Gustav. A Nord, dove dopo essere stato liberato dai tedeschi Mussolini ha instaurato la Repubblica Sociale Italiana, la Wermacht ed i repubblichini sono contrapposti alle sempre più folte milizie partigiane decise a combattere per la libertà.
In questa situazione di caos e violenza anche il calcio deve adattarsi al momento e, pur di andare avanti tra mille e più difficoltà, la Federazione opta per dividere le squadre (ovviamente solo del Centro-Nord) in gironi “zonali” eliminatori. Le qualificate da questi raggruppamenti, poi, avrebbero disputato dei gironi semifinali a livello regionale le cui tre vincitrici si sarebbero contese il titolo in un mini torneo a tre a Milano.
Nel gruppo emiliano, per motivi logistici, c’è anche una squadra ligure, quella dei Vigili del fuoco di La Spezia, messa in condizione di partecipare alla competizione solo grazie ad un’intuizione di un suo dirigente, Giacomo Semorile. Nella città spezzina, infatti, in quell’autunno del’43 della società di calcio è rimasto poco o nulla; lo stadio “Picco” è stato bombardato ed il presidente Perioli è stato catturato dai tedeschi e deportato in Germania. A prenderne il posto è, appunto, Semorile, che ha la brillante idea di contattare il comandante della stazione dei pompieri locale, l’ingegner Gandino, per allestire insieme una compagine che possa prender parte al Campionato dell’Alta Italia. La neonata squadra, il gruppo sportivo del 42° corpo dei vigli del fuoco, rileva tutti i giocatori in forza agli aquilotti, con l’impegno di “restituirli” a conflitto terminato, e affida la guida tecnica a Ottavio Barbieri, già Campione d’Italia con il Genoa. In questo modo Semorile non solo riesce nell’intento di iscrivere la compagine al torneo, ma sottrae anche i suoi calciatori, divenuti di fatto vigili del fuoco, agli obblighi di leva.

Tra pericoli e spostamenti tutt’altro che semplici, i ragazzi viaggiavano in un’autobotte col pericolo costante di bombardamenti aerei, la squadra del 42° supera le fasi eliminatorie avendo la meglio di Parma, Fidenza, Busseto, Suzzara (2 volte), Carpi e Modena, ed il girone di semifinale disputando in realtà la sola partita, vinta, contro il Bologna, a causa delle rinunce di Lucchese e Montecatini.
Nel triangolare conclusivo, tenutosi nel capoluogo lombardo tra il 9 ed il 20 aprile del 1944, gli impegni per i liguri sono ben più probanti. Nell’incontro inaugurale gli spezzini si trovano di fronte il Venezia, che in quegli anni viveva il suo periodo di gloria, con cui pareggiano per 1 a 1. Il secondo match, poi, vede i vigili del fuoco contrapposti a quella che, di fatto, risulta ancora oggi una delle squadre più forti di tutti i tempi: il Grande Torino di Loik, Gabetto e Valentino Mazzola, Campione d’Italia in carica e che dopo la guerra si sarebbe cucito sul petto altri quattro tricolori consecutivi, serie interrotta solamente dalla tragedia di Superga. La leggenda narra che a tirar fuori l’orgoglio degli spezzini è un incauto gesto di Vittorio Pozzo, bi-campione del mondo e allenatore dei granata, il quale prima della sfida, pare, si reca dagli avversari per complimentarsi con loro, assicurandogli che i suoi non avrebbero infierito più di tanto. I novanta minuti che seguono, tuttavia, raccontano qualcosa di molto diverso. Angelini, numero 9 dello Spezia, porta i suoi sull’1 a 0, ma Silvio Piola, passato dalla Lazio al Toro dopo l’armistizio, pareggia i conti siglando uno dei suoi 290 gol in massima serie (record ancora imbattuto). Ancora Angelini, però, prima dell’intervallo regala un nuovo vantaggio ai liguri, che durerà poi fino al termine del match anche grazie alla traversa che salva i vigili del fuoco su un tentativo di Mazzola a poco dalla fine. Proprio Mazzola, in quella partita, è “vittima” di una memorabile marcatura a uomo da parte del libero Mario Tommaseo, che di quel gruppo sarà l’ultimo ad andarsene, il 2 novembre del 2006, pochi mesi dopo aver visto l’ultimo grande successo della Nazionale Italiana.
Il miracolo è firmato, e si completerà quando, con i ragazzi spezzini già in viaggio per rientrare in Liguria, i piemontesi batteranno il Venezia per 5 a 2, consegnando il titolo Nazionale allo Spezia. Un titolo di cui, purtroppo, almeno formalmente i ragazzi di mister Barbieri potranno fregiarsi per poco. L’8 agosto del’44, infatti, il riconoscimento di “Campioni d’Italia” viene disconosciuto dalla RSI, stesso provvedimento adottato anche dal Regno d’Italia due mesi più tardi, il 5 ottobre. Solamente nel 2002 la FIGC darà alla vittoria dei vigili del fuoco di La Spezia il valore di titolo “onorifico” (ufficiale ma non equiparabile allo Scudetto) riconoscendone l’alto valore etico e morale per il periodo e le condizioni in cui i liguri lo avevano conseguito, permettendo allo Spezia di poter esporre sulle proprie maglie un simbolo tricolore a ricordo di quell’impresa.
Settantasei anni dopo la cavalcata vincente dei Vigili del Fuoco, dunque, il campionato si trova nuovamente in un momento di incertezza su modalità e tempistiche di conclusione. Per scoprire quale sarà la scelta della Federazione non si può far altro che aspettare, sperando che quanto prima questo periodo nero diventi solamente un brutto ricordo. L’augurio, ad ogni modo, non può che essere quello che si trovi una soluzione che tenga conto di quanto fatto dalle compagini in gioco fino a fine febbraio, ma che permetta anche loro di giocarsi sul campo la possibilità di raggiungere i rispettivi obiettivi.

pubblicato il 27 marzo 2020