Sfida ai bianconeri in una stagione senza colore

Sfida ai bianconeri in una stagione senza colore

LA SFIDA

Sfida ai bianconeri in una stagione senza colore

La Juve dei grandi ex Sarri ed Higuain scende in campo a Fuorigrotta contro un Napoli in grande difficoltà

di Bruno Marchionibus

C’era una volta un Comandante

“E qualcosa rimane tra le pagine chiare e le pagine scure”: così De Gregori, nella meravigliosa Rimmel, cantava la fine di un grande amore. E qualcosa rimarrà per sempre anche di quel che è stato il rapporto tra il Napoli e Maurizio Sarri, il Comandante di una Rivoluzione che voleva conquistare lo stesso Palazzo in cui, poi, il tecnico toscano è entrato dalla porta principale scegliendo di assumere la guida tecnica della Juventus. Proprio quella Juve che, ai tempi del Sarrismo e del sogno Scudetto napoletano, aveva rappresentato per l’ambiente partenopeo la rivale simbolo di un potere che Hamsik e compagni erano andati solo vicini a rovesciare.
L’allenatore di Figline tornerà, questa sera, per la prima volta al San Paolo da avversario sedendo sulla panchina bianconera, in un momento in cui, a solamente una stagione e mezzo dal suo addio, la sua ex squadra sembra lontana anni luce da quella che, per tre stagioni, aveva fatto parlare di sé in Italia ed in Europa con un calcio spettacolare, e si può immaginare che lo stadio di Fuorigrotta non riserverà al suo ex condottiero un’accoglienza troppo benevola. Troppo grande, infatti, è stato l’amore tra Sarri e il popolo azzurro per considerare il mister un semplice allenatore durante la sua permanenza in riva al Golfo, ma anche per far prevalere l’indifferenza e non considerare come un “tradimento” il passaggio del Comandante dall’altro lato della barricata, quello delle maglie a strisce contro cui egli stesso si era scagliato in passato.

Due stili vicini ma lontani

Un calcio, quello di Sarri, improntato al possesso palla ed al bel gioco ma che, ad onor del vero, si è visto molto raramente in questa prima metà di stagione juventina. Più pragmatica senza dubbio l’ideologia di Gattuso, che pure ha manifestato una predilezione per il gioco manovrato, ma che, anche per necessità, considerando il momento più che critico degli azzurri dovrà badare al sodo, cercando innanzitutto di arginare il talento degli avversari per poi provare a colpire con incisività alla prima occasione. Nell’unico precedente in massima serie tra i due tecnici, nel 2018, al Meazza il bunker del Milan di “Ringhio” fermò sullo 0 a 0 il Napoli sarriano, anche grazie ad una super-parata di Donnarumma su Milik allo scadere che, togliendo di fatto due punti ai partenopei, risultò poi decisiva ai fini della lotta Scudetto.

Parola d’ordine: ribaltare il pronostico

La Juventus, capolista e con una sola sconfitta al passivo nel torneo, è probabilmente il peggiore avversario che gli azzurri avrebbero potuto incontrare in una fase dell’annata che sta registrando un crollo verticale di Insigne e compagni verso zone preoccupanti della graduatoria. Il big match contro la Signora, da sempre il più atteso della stagione da tutto l’ambiente, fino a qualche settimana fa avrebbe potuto rappresentare più che altro una prova generale per gli ottavi di Champions contro il Barcellona, altra grande d’Europa. Alla luce delle ultime sconfitte, tuttavia, quella del San Paolo è divenuta una partita in cui sarà fondamentale provare a sovvertire i pronostici per ritrovare un po’ di morale e fiducia e, soprattutto, tirarsi fuori da un guado in classifica che potrebbe dimostrarsi sempre più pericoloso.

Una vittoria per ricucire un rapporto

Sfida difficilissima quella alla Juve, dunque, ma anche incontro che, proprio per ciò che rappresenta per il popolo azzurro, specialmente dopo il contestatissimo finale di campionato di due anni fa, sarebbe in grado come nessun altro match di iniziare a ricucire la frattura venutasi a creare tra squadra, società e tifoseria. Napoli è una piazza calda, sanguigna, che passa in fretta dall’esaltazione alla depressione, ma che, se trainata nella giusta maniera da chi scende in campo, sa trascinare i suoi beniamini come poche altre al mondo, e che soprattutto ama vedere giocatori che danno tutto quello che hanno per provare a ricompensare la gente dell’amore verso la maglia da loro indossata. Questo è quello che la tifoseria si aspetta dal match di stasera, e senza dubbio questo è quello che Gattuso chiederà ai suoi di mettere sul terreno di gioco, per provare a conquistare una vittoria scaccia-crisi dal sapore particolare.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

L’INTERVISTA IMPOSSIBILE

Calzettoni abbassati e tunnel a volontà

L’irascibile, indisciplinato, talentuoso, attaccabrighe Enrique Omar Sivori, calciatore e funambolo, “un angelo dalla faccia sporca”

di Giovanni Gaudiano

Controlla la palla tenendola sotto la pianta del piede, si ferma, si guarda attorno, gli avversari si avvicinano come a caccia della preda, sono in cinque. Ha un sorriso beffardo sulle labbra e con un movimento rapido effettua un pallonetto scattando ed uscendo dalla morsa. Si è liberato, gli avversari si sono quasi scontrati e lui veleggia verso la porta avversaria.
Enrique Omar Sivori, calciatore e funambolo, è stato anche questo.
“Un angelo dalla faccia sporca”, componente del famoso trio con Maschio ed Angelillo che guidò la nazionale argentina vincitrice nel 1957 in Perù della “Copa América”, che ancora si chiamava “Campeonato Sudamericano de Football”.
I soliti provocatori gli rimproveravano di essere lento, di trattenere troppo la palla, ma riesce difficile essere d’accordo visto che in 398 partite disputate con le squadre di club (River Plate, Juventus e Napoli) riuscì a mettere a segno ben 219 reti, senza contare una miriade di assist, soprattutto per Charles, e 17 reti in 28 gare con le due nazionali, quella argentina e quella italiana, per le quali ha giocato.

Buongiorno Sivori, ma lei veramente era così lento quando giocava?

«Perché mi dice buongiorno se sono le 12.00».

Era solo per capire se oggi è una buona giornata per parlarle…

«Ho capito, lei voleva sapere del mio umore. È buono, anche se i giornalisti spesso me lo guastano, ma adesso non gioco più e quindi non sono in ritardo per andare all’allenamento. Va bene, parliamo di calcio. Per risponderle, non ero velocissimo ma neanche lento. Però quando occorreva, era la palla a correre. In Argentina, quando ero ragazzo, il mio primo allenatore diceva che saper giocare dipendeva dal controllo del pallone ed allora mi allenavo per averlo sempre tra i piedi, per impedire che me lo prendessero. Così ho imparato: il tunnel, il pallonetto, il dribbling stretto, i colpi di tacco, lo stop tra la spalla e la testa e tante altre diavolerie».

Si ricorda che Gianni Agnelli, l’avvocato, nel sintetizzare, come faceva di solito, disse di lei: “Sivori è più di un fuoriclasse. Per chi ama il calcio è un vizio. Sai che alla lunga non ti farà bene, ma non puoi farne a meno”.

«Sì, me ne ricordo. Agnelli era un appassionato ma era anche molto competente. D’altronde sin da ragazzo aveva avuto modo di vedere da vicino all’opera dei grandi giocatori. All’avvocato piaceva il bel gioco e se la giocata più bella della partita era quella di un avversario era pronto ad ammetterlo».

El Cabezon con il comandante Lauro
Ci racconta cosa successe la prima volta che lui ha seguito un suo allenamento.

«Quando arrivai a Torino mi accorsi che l’attesa di vedermi era grande. I giornali con i loro articoli mi avevano preceduto. Alla presentazione trovai tanti tifosi che aspettavano. C’era anche la famiglia Agnelli. Allora iniziai a palleggiare e subito l’Avvocato mi fece notare che lo facevo utilizzando esclusivamente il mio piede preferito, il sinistro. Non gli risposi per non essere scortese, pensai di mostrare quello che sapevo fare: presi la palla e feci quattro giri di campo palleggiando senza mai farla cadere. Alla fine del quarto giro mi fermai davanti a lui e gli dissi: “Secondo lei, cosa ci dovrei fare, con il piede destro?”. Mi guardò con ammirazione, anche se leggermente contrariato».

Quindi le storie che parlano del suo brutto carattere sono tutte vere?

«Non posso smentirle. La natura del carattere degli argentini è sempre stata particolare. Io avevo anche origini italiane, mio nonno veniva da Cavi di Lavagna vicino Genova. Erano quasi tutti pescatori in quel posto e si sa che chi va per mare ha un carattere che si può definire un po’ chiuso».

La Juventus pagò per il suo cartellino 180 milioni nel 1957. È vero che il River Plate rifece lo stadio?

«In realtà costruirono un anello degli spalti e fecero anche dei lavori di manutenzione al Monumental, ma forse qualcosa avanzò!».

Ritornando a parlare del suo carattere, è vero che giocava senza parastinchi e con i calzettoni abbassati per mostrare che non aveva paura dell’avversario?

«Ho sempre giocato con i calzettoni abbassati, arrotolati sulle caviglie, mi davano fastidio sul polpaccio. È anche vero che lo facevo per far capire ai difensori avversari che, anche se ero piccolino (1,63 cm d’altezza, n.d.r.), nessuno ma davvero nessuno mi faceva paura».

Con la maglia della nazionale italiana con Altafini ed Angelillo
Il presidente del club Teatro Municipal di San Nicolas, Angelito Alfredo Massimo, ha detto che già da bambino lei era un’attrazione, uno spettacolo per come toccava il pallone. Che si ricorda di quel periodo?

«Giocavo per divertirmi, non avrei mai smesso. Ero già allora convinto che l’unica maniera per far divertire gli spettatori fosse quella di giocare divertendosi. Renato Cesarini mi portò al River e poi alla Juventus, dove lui aveva giocato e vinto».

Quando ha pensato di venire a giocare in Italia?

«Non avevo ancora esordito in prima squadra al River e già pensavo che mi sarebbe piaciuto giocare in Italia. Il mio desiderio di vestire la maglia della “vecchia signora” era grande, era il mio obiettivo».

Quell’amore però si dissolse. Lei fu costretto a lasciare Torino, si è detto per i continui contrasti con l’allenatore Heriberto Herrera. Quale era la verità?

«Dopo molti anni, parlando con l’allenatore, abbiamo chiarito. Ci sono cose che non racconterò mai, ma io penso che il mio ciclo alla Juventus si era concluso».«Dopo molti anni, parlando con l’allenatore, abbiamo chiarito. Ci sono cose che non racconterò mai, ma io penso che il mio ciclo alla Juventus si era concluso».

Però l’arrivo a Napoli fu da vero trionfatore…

«Quando sono arrivato alla stazione di Napoli è iniziata una giornata ed un periodo della mia vita bellissimo. L’entusiasmo della gente era commovente. Avevo accettato con qualche iniziale titubanza, poi il presidente Fiore, Pesaola ed il mio ex compagno alla Juventus Emoli mi convinsero. Scendendo dal treno, mi resi conto che avevo fatto una scelta stupenda e oggi considero che ogni giocatore dovrebbe fare un’esperienza in quella città. La gente di Napoli mi ha dato moltissimo. Io non ho potuto ricambiare con la squadra per vincere uno scudetto ma poi è arrivato Diego che è riuscito a farlo ed io ho potuto festeggiarlo con lui e con tutta Napoli».

L’addio al Napoli, e più in generale al calcio, però non fu altrettanto felice. Cosa accade al San Paolo il primo dicembre del 1968?

«Herrera ordinò a Favalli di impedirmi di giocare. Ed è stato forse lui il più colpevole accentuando la caduta in un contrasto di gioco, perché sapeva che l’arbitro mi avrebbe cacciato dal campo. Fu furbo a provocarmi ed io stupido nel reagire. Mi ritirai dal calcio e da quel momento mi è rimasta l’idea che Napoli mi ha dato molto ed io per un infortunio al ginocchio e le squalifiche ho dato meno di quello che la città ed il suo pubblico aveva dato a me. Ed è una cosa a cui non posso più porre rimedio».

In quel momento Sivori, “El Cabezon”, era convinto che fosse stato vittima di un’ingiustizia come gli era capitato già alla Juventus dove, nonostante Charles lo teneva a bada, in sette campionati aveva sommato 33 giornate di squalifica. A Napoli gliene diedero sei per tutto quello che accadde ed allora decise di appendere le scarpette al chiodo.

Per chiudere la conversazione Omar, l’annosa domanda, ma chi è stato più forte tra Pelè e Maradona?

«Ho spesso risposto provocatoriamente Alfredo Di Stefano perché è stato un altro grandissimo giocatore. In realtà il calcio è una questione d’opinione, nessuno può dire in assoluto chi è stato il migliore di sempre, quello che posso dire è che personalmente nessun altro giocatore al mondo mi ha fatto divertire come Diego».

L’irascibile, indisciplinato, talentuoso, attaccabrighe Enrique Omar Sivori quando ha smesso di giocare è totalmente cambiato. Da allenatore prima, da osservatore della Juve poi e infine da opinionista televisivo, resta memorabile la sua intervista a Gianni Agnelli del 7 dicembre 1986 durante la quale l’avvocato previde che il Napoli avrebbe vinto il suo primo scudetto in quella stagione, ha dimostrato equilibrio, pacatezza, signorilità e una naturale competenza che illuminò tutti i salotti che lo ospitarono. Aveva fatto l’ultimo tunnel della sua lunga carriera superando come birilli quelli che avrebbero fatto di tutto per rivederlo azzuffarsi magari davanti ad una telecamera dedicata.

Il servizio sarà pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Napoli-Juventus: assalto al potere

Napoli-Juventus: assalto al potere

L’APPROFONDIMENTO

Napoli-Juventus: assalto al potere

La Fiat, la famiglia Agnelli e la Juve: una storia quasi centenaria fatta di successi sportivi necessari per un’immagine vincente

di Francesco Marchionibus

Va in scena al San Paolo la sfida più attesa dai tifosi del Napoli, che negli ultimi anni e fino allo scorso torneo è stata anche una sfida fondamentale per l’assegnazione del titolo.
Ma anche nelle annate meno favorevoli, come purtroppo quella in corso, la partita con la Juventus è sempre stata considerata la più importante del campionato: vincere vuol dire battere la squadra più odiata dai tifosi azzurri ma anche quella più vincente e più ricca del campionato italiano.
La Juventus è quotata in borsa, ed è controllata con il 63,8% delle azioni dalla Exor N.V., una holding anch’essa quotata che realizza investimenti di lungo termine: oltre che nella società bianconera possiede quote di controllo nella FCA (Fiat Chrysler Automobiles), nel gruppo assicurativo PartnerRe, nella Ferrari, nel settimanale The Economist, nel gruppo editoriale GEDI, proprietario dei quotidiani La Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX e del settimanale L’Espresso, e in svariate radio e quotidiani locali.
La Exor ha sede ad Amsterdam ma è presente anche, oltre che a Torino, a New York ed Hong Kong, annovera circa 300.000 dipendenti (di cui però solo poco più del 20% in Italia), rappresenta la 24ª società al mondo per fatturato (pari nel 2018 a 143,3 miliardi di euro) e ha chiuso l’esercizio 2018 con un utile di 1,35 miliardi.
Si tratta dunque di un vero e proprio gigante dell’economia mondiale, un gigante controllato attraverso la società Giovanni Agnelli BV dalla famiglia Agnelli, storicamente presente nella Juventus e nel calcio nazionale.
Il connubio Agnelli/Juventus rappresenta per la sua durata un caso unico, visto che l’acquisizione del club torinese risale a quasi un secolo fa e, tranne una parentesi di 11 anni dal 1936 al 1947, è giunto sino ad oggi e non pare destinato ad interrompersi.

Era il luglio del 1923 quando il dirigente juventino Sandro Zambelli ottenne un colloquio con il presidente della FIAT Giovanni Agnelli senior per chiedergli maggiore disponibilità nei permessi per il terzino Antonio Bruna, un operaio che aveva difficoltà ad allenarsi a causa del lavoro in fabbrica. Preso atto della disponibilità del presidente, Zambelli alzò il tiro e gli chiese di acquistare la Juventus: Agnelli, consapevole della popolarità che il calcio avrebbe potuto assicurare alla famiglia, accettò e affidò il ruolo di presidente del club al figlio Edoardo.
Il presidente della FIAT fu il primo ad intuire l’importanza di investire nel calcio (che all’epoca era in grande ascesa) per ottenere in cambio il consenso popolare, e diede da subito al club una organizzazione imprenditoriale.
Da allora la famiglia Agnelli così come è stata protagonista della storia d’Italia, partecipandovi ed influenzandola in un continuo intreccio tra impresa e politica, ha preso parte in maniera determinante alla storia del calcio italiano.
Tutti i successi della Juventus sono legati agli Agnelli, che hanno applicato al club bianconero la stessa filosofia della FIAT: sbaragliare la concorrenza per affermarsi ad ogni costo.
La frase “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, pronunciata spesso dall’Avv. Gianni Agnelli, rappresenta la filosofia che ha sempre ispirato la famiglia torinese, nel calcio come in ogni altro campo di attività, e che ha condotto la squadra bianconera ad essere la più vincente di sempre in Italia (molto meno all’estero), anche se spesso tra tanti dubbi e polemiche.
Anche la brutta pagina di Calciopoli, che ha forzatamente determinato una pausa dello strapotere juventino in Italia, è stata colta dalla famiglia Agnelli come un’opportunità per rafforzare il potere economico, organizzativo e di relazioni che supporta la filosofia del club, per ripartire con più determinazione di prima e riconquistare in maniera ancora più radicata la leadership del calcio nazionale.
Ecco perché la partita contro i bianconeri ha un significato particolare: non è solo la sfida ad una squadra molto forte, con possibilità economiche e quindi tecniche molto superiori a quelle del Napoli, ma è anche una sfida alla tradizione e al “potere” calcistico, e vincerla ha sempre un sapore molto speciale.

Il servizio sarà pubblicato sul n.22 di Napoli in edicola il 26 gennaio 2020

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

L’AVVERSARIO

Miralem Pjanic: linea alla regia bianconera

Via dalla patria a due anni a causa della guerra, cresce in Lussemburgo prima di svoltare in Francia ed in Italia

di Lorenzo Gaudiano

Bosnia Erzegovina, 1992. Scoppia la guerra. C’è chi non può fare altro che rifugiarsi nella propria dimora sperando che finisca al più presto, chi invece decide di scappare, di lasciarsi alle spalle la patria per salvare le sorti della propria famiglia e trovare condizioni di vita migliori. A malincuore i coniugi Pjanic propendono per la seconda opzione. Valigie pronte, da Tuzla, a 120 km dalla capitale Sarajevo, si va in Lussemburgo. Il piccolo Miralem ha soltanto due anni, per fortuna troppo pochi per comprendere quei momenti di terrore e sofferenza, è soltanto un bambino con un futuro incerto e sicuramente lontano dal luogo in cui ha visto la luce. È per lui che i genitori hanno voluto fortemente questa fuga, per garantirgli un futuro più roseo, più tranquillo, una maggiore possibilità in un mondo dove queste situazioni dovrebbero essere sicuramente evitate.

Più in campo che a casa

La meta scelta è Schifflange, 8800 abitanti circa. Per il permesso di soggiorno occorre lavorare e i genitori di Pjanic si danno subito da fare. Del resto tutto è meglio della guerra nel proprio Paese e soprattutto c’è un bambino da crescere. Il papà asfalta strade e gioca anche a calcio, la sua passione più grande. In patria militava in Serie B jugoslava ed anche in Lussemburgo molte squadre lo ingaggiano, soprattutto per i campionati amatoriali, visto che questo sport è poco praticato a livello professionistico. La mamma è infermiera e in ospedale per lo più le toccano i turni notturni. Miralem è troppo piccolo per rimanere a casa da solo, allora calca i terreni di gioco insieme al padre. Per passare il tempo guarda gli allenamenti, assiste alle partite settimanali e con i palloni in panchina palleggia, attirando l’attenzione del pubblico, dei giocatori stessi e degli allenatori. Il calcio gli ruba il cuore, vorrebbe giocare e nel 2000 il papà lo accontenta. L’FC Schifflange 95 se ne assicura le prestazioni, lanciando il giovane bosniaco nella mischia. È inutile dire che in qualsiasi ruolo venga schierato Pjanic incanta, dimostrando un talento naturale ed una superiorità tecnica che spinge a riflessioni importanti. Il calcio è la sua strada, tutti se ne sono accorti.

Un poster anche per lui

Ogni giorno Miralem nella sua stanza guarda i poster di Michael Jordan e Muhammad Alì e si ripete con convinzione che un giorno anche lui diventerà uno sportivo di livello. Osservatori di squadre da tutta Europa sono rapiti dalle sue prestazioni e vogliono ingaggiarlo. La famiglia si riunisce, il piccolo bosniaco ha tredici anni e per lui è arrivato il momento di andare via per iniziare la propria carriera. In Francia c’è il Metz, prima le giovanili e poi la prima squadra, con cui esordisce in occasione della sfida contro il Paris Saint-Germain. Una sola stagione ed il Lione, reduce da sette scudetti consecutivi, non se lo lascia scappare. Prime esperienze nelle competizioni europee ed in tre anni la sua crescita continua, si aprono persino le porte della nazionale maggiore. Da mezzala offensiva Pjanic sforna assist per i compagni, va spesso anche in rete ed impara a calciare le punizioni grazie ai consigli di Juninho Pernambucano. A Miralem però tutto questo non basta. Vuole di più, non gli è sufficiente sfidare i giocatori più forti ma arrivare a giocare in squadra con loro per diventare protagonista come i suoi idoli.

Ciak… si gira!

Arriva la chiamata dell’Italia, Pjanic risponde senza esitazione. La capitale sponda giallorossa gli offre l’opportunità di crescere dal punto di vista tattico. In cinque anni il bosniaco sfiora in più occasioni lo scudetto, egemonia del triangolo industriale del nord, in particolare della Juventus, che ha un’ossessione: la Champions League. I bianconeri nel 2016 lo soffiano alla Roma, affidandogli le chiavi del centrocampo, e finalmente con i più forti Miralem conquista i primi trofei e le prime soddisfazioni. Rispetto agli inizi oggi in campo Pjanic è un regista, le azioni di gioco passano tutte per i suoi piedi e il suo contributo in zona gol per natura comunque non manca. Il suo obiettivo è stato ampiamente raggiunto, merito di una famiglia che ha investito su di lui, insegnandogli giorno dopo giorno che in un mondo di atrocità occorre avere grande determinazione per farsi spazio e lasciare il segno. A due anni non poteva capirlo, oggi invece sì.

Parlando di Pjanic

“Pjanic è il nodo di tutto: Sarri lo vuole più ordinato di quanto lui non sia, un regista alla Jorginho per intenderci, ma lui è un’altra cosa. È un architetto creativo e anarcoide, non un geometra per villette a schiera”

Maurizio Crosetti, giornalista de “La Repubblica”

“Quando hai un giocatore come Pjanic è tutto più semplice, è uno che quando riceve la palla dribbla, si muove bene, ha grande tecnica. È l’unico giocatore che ricorda un po’ Pirlo. È per questo che Allegri ha voluto portarlo alla Juventus”

Fabio Capello

 

“Di Miralem ho un gran ricordo. Come oggi anche allora, quando ha il pallone tra i piedi, il tempo si ferma”

Yvon Pouliquen, suo allenatore al Metz

 

I racconti di Miralem

“Da piccolo sono scappato dalla Bosnia per colpa della guerra e mi sono trasferito in Lussemburgo. Il pallone era una delle poche cose che poteva comprarmi mio padre e mi divertivo con lui. Il calcio è diventato un obiettivo concreto quando ho capito che ero un pochino più bravo degli altri. È stata una vita dura ma anche fortunata”

“Da quando ho iniziato io, oggi nel calcio è cambiato molto. Ci vuole quasi la perfezione in tutto. Ogni giorno devi mettere in discussione le tue qualità per poter migliorare. Stare ogni tre giorni sul campo esige che tu stia bene con la testa e fisicamente. Ci sono giocatori che hanno fatto carriera anche senza avere piedi straordinari”

“Futuro? Se riuscissi a rubare qualcosa da tutti i miei tecnici, sarei un grande allenatore. Non escludo questa ipotesi, anche se so che non è un ruolo semplice. Da un lato trasmetti le tue idee sul campo ai tuoi uomini, dall’altro devi cercare di venire incontro a tutti per accontentarne le esigenze”

Il servizio sarà pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Domani presentazione del progetto “Tuttinsieme”

Domani presentazione del progetto “Tuttinsieme”

CALCIO BALILLA

Domani presentazione del progetto “Tuttinsieme”

Alle 10.30 presso l’hotel Palazzo Esedra di Napoli la conferenza stampa del torneo interscolastico inclusivo di calcio balilla

di Redazione

È indetta per domani, alle ore 10.30, presso la Sala Meeting dell’hotel Palazzo Esedra di Napoli, in piazzale Vincenzo Tecchio/50 (adiacente Mostra d’Oltremare a Fuorigrotta), la conferenza stampa di presentazione del progetto “TUTTINSIEME”, torneo interscolastico inclusivo di calcio balilla, promossa dalla Fpicb (Federazione Paralimpica Italiana di Calcio Balilla), dal Cip Campania (Comitato Italiano Paralimpico) e dalla Nazionale Italiana Cantanti, con il determinante contributo economico del bando nazionale Oso Vodafone Italia e della Fondazione con il Sud.

Sono previsti gli interventi di Roberto FALCHERO, coordinatore del progetto e vicepresi- dente della Fpicb; Francesco BONANNO, presidente della Fpicb; Letizia NASSUATO, regional communication manager di Vodafone Italia; Carmine MELLONE, presidente regio- nale del Cip Campania; LUCARIELLO, rappresentante dell’associazione Nazionale Italiana Cantanti; padre Ibrahim FALTAS ofm, del Discretorio della Custodia di Terra Santa. Conclu- de i lavori Luisa FRANZESE, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale. 

pubblicato il 23 gennaio 2020