Quagliarella e la sua storia napoletana

Quagliarella e la sua storia napoletana

L’AVVERSARIO

Quagliarella e la sua storia napoletana

Auguri di buon compleanno all’attaccante campano, prossimo avversario del Napoli ma sempre innamorato della sua terra

di Lorenzo Gaudiano

«Fu bellissimo ed emozionante il mio primo ingresso al San Paolo. Guardavo la partita ma tutto il contesto mi affascinava: i tifosi, i colori, il prato e le maglie. Mi soffermavo con attenzione sui volti, sulle espressioni che la gente faceva ad ogni azione. Non posso dimenticarle. Tra l’altro ai miei tempi c’era soltanto “90° minuto” e bisognava aspettare le sei del pomeriggio per vedere i gol, una cosa inevitabilmente fredda. Quando si andava allo stadio invece, era tutto un susseguirsi di emozioni».
Dagli spalti al campo, da spettatore appassionato a protagonista sul terreno di gioco con la maglia azzurra, un sogno diventato realtà che non ha avuto però la durata che tutti si aspettavano, compreso lo stesso Fabio Quagliarella. Nel 2009 sia per il calciatore stabiese che per la tifoseria partenopea cominciò una favola, che si tramutò nel più brutto degli incubi al termine della stagione: il passaggio alla Juventus. Fu un addio inaspettato, silenzioso, privo di una spiegazione convincente che aiutasse a comprendere le ragioni del trasferimento alla squadra rivale e maggiormente invisa al popolo napoletano. A distanza di anni, dopo la sentenza di condanna a Raffaele Piccolo, ex ispettore informatico della Polizia Postale diventato stalker di Quagliarella e tante altre vittime, lo stabiese ha ritrovato la giusta serenità per continuare la sua carriera, che sta vivendo nonostante i 37 anni come una nuova giovinezza. Beniamino ora della tifoseria doriana con la maglia della Sampdoria nel cuore, oggi Fabio calcherà nuovamente da avversario il prato del San Paolo circondato comunque dalla passione e dal calore del pubblico partenopeo, solidale con lui una volta appresi i fatti ed al tempo stesso non più ferito da quello che si pensava fosse il peggiore dei tradimenti.

Lontano da casa

«A cinque anni il mio vicino di casa, che aveva una squadra di calcio, il giorno del mio compleanno disse a mia madre: “Lo porto un po’ al campo con me”. Da quel momento non ho più smesso, continuando a giocare nell’associazione parrocchiale Annunziatella».
La storia di Fabio comincia a Castellammare, una rotta marittima di prestigio insieme a tutte le città della costa partenopea, bagnate da un mare che sin dai secoli più lontani ha rappresentato un importante vettore commerciale e in epoca più recente ha favorito la diffusione dello sport più bello al mondo in Campania. Come i viaggiatori inglesi, che hanno esportato il calcio un po’ dovunque, Quagliarella ha ereditato questa curiosità verso il mondo esterno, un desiderio irrefrenabile di uscire dai propri confini per affacciarsi su un orizzonte nuovo senza alcuna paura e con la propria patria sempre nel cuore. A dieci anni le giovanili del Torino, lontano dalla propria casa e dai propri genitori Vittorio e Susanna. Il papà lo raggiungeva nei fine settimana per averlo vicino e sostenerlo nella sua formazione, la mamma lo chiamava più di una volta al giorno per essere sicura che tutto procedesse bene. Poi Firenze, Chieti, Ascoli, Genova e Udine, un bel giro insomma, prima di fare ritorno in patria, nella sua Napoli, sempre pronta a riabbracciare i suoi tanti figli in cerca di fortuna lontano ma con il desiderio mai sopito di ricongiungersi con la propria terra.

Audentes fortuna iuvat

«Oggi vedo poco istinto negli attaccanti. Io sono il tipo che, se deve fare una rovesciata o un tiro al volo, non ci pensa due volte. Se sbaglio, amen. Vedo tanti che invece sono sempre preoccupati da quello che possono dire gli altri».
Di gol straordinari Quagliarella ne ha messi a segno tanti, anche contro la squadra azzurra. La sforbiciata dal limite dell’area in Napoli-Udinese con la maglia bianconera, il tacco volante lo scorso anno in Samp-Napoli sono soltanto alcune delle sue prodezze, frutto di un estro che non si è lasciato mai limitare dai vincoli della tattica o dalla paura di incappare in un errore. Con la sua fantasia, la sua spregiudicatezza e la sua audacia avrebbe potuto lasciare un segno diverso a Napoli, essere un leader come i vari Cannavaro, Hamsik ed Insigne e il trascinatore di una piazza che dai calciatori campani esige molto ma al tempo stesso sa regalare tanto calore e tanto amore. Fabio e la sua Napoli si ricongiungeranno lunedì allo stadio Luigi Ferraris e su di lui ci sarà la maglia della Sampdoria. Per 90’ saranno avversari ma al fischio finale si riabbracceranno, come se non si fossero mai separati.

pubblicato su Napoli n.14 del 14 settembre 2019

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

PROFILI

Dries Mertens: riconfermarlo o salutarlo?

Il belga ha dato tanto al Napoli. Mancano pochi mesi alla scadenza del contratto ma la domanda supera l’offerta

di Lorenzo Gaudiano

Il pallone rimbalza veloce sul prato di Anfield, Mertens lo rincorre e dopo uno sguardo rapido ad Alisson calcia. Il portiere del Liverpool può soltanto stare a guardare, quel tiro è troppo forte e preciso, persino inaspettato per la posizione defilata da cui è partito. È il gol del vantaggio del Napoli, un’autentica magia, destinata a rimanere nella memoria dei tifosi.
Il “folletto belga” colpisce ancora, da anni la piazza partenopea è abituata a questi colpi. Come tutti i folletti della tradizione popolare, che hanno il dono di rendersi invisibili e predire il futuro, Dries ha poteri magici. Sa sfuggire ai difensori avversari, intuisce il momento giusto per servire un compagno grazie alla sua visione di gioco e si fa trovare sempre nella posizione più opportuna quando tocca a lui ricevere il pallone e andare in gol. Da anni è il simbolo di un ciclo che ha portato a Napoli una Coppa Italia ed una Supercoppa, di un calcio spettacolo che ha incantato l’Europa intera e di una nazionale che non riesce a fare a meno di lui nonostante la grandissima abbondanza di talenti proprio in attacco.

L’altezza non è tutto

È nella città belga di Lovanio, sede storica della famosa Stella Artois e battezzata in seguito come capitale della birra, che ha inizio la storia di Mertens. Il padre Herman è uno sportivo con la passione per la ginnastica a corpo libero, dove per cinque volte diventa campione nazionale; la madre invece è docente universitaria di pedagogia. A differenza dei due fratelli, Dries ama giocare a calcio e dimostra subito a tutti di possedere un grande talento, anche se madre natura purtroppo non gli ha donato il più robusto dei fisici. Il ragazzo però è caparbio e riesce a catturare nel 1998 l’attenzione degli osservatori dell’Anderlecht. Passano gli anni ma Mertens non cresce fisicamente e la squadra della capitale lo lascia andare. Il Gent gli dà una possibilità mandandolo in prestito all’Eendracht Alst ma alla fine il belga viene nuovamente scartato, nonostante sia stato nominato miglior talento della terza divisione. Queste prime delusioni comunque non lo abbattono, Dries continua ad avere speranza. Sa che per ritagliarsi il suo posto nel mondo del calcio dovrà farsi largo con qualche spintone in più e maggiore cattiveria agonistica.

Più di un “nano da giardino”

Mertens lascia il Belgio per trasferirsi in Olanda. L’ottimo campionato in seconda divisione con l’AGOOV di Apeldoorn, che oggi non esiste più, comincia ad attirare su di lui le attenzioni non sempre lusinghiere di numerosi osservatori. Tra questi quella di Henk Grim del Nec Nijmegen che lo boccia definendolo “nano da giardino”. Ad un simile giudizio tutti si sarebbero scoraggiati, Dries no. Come sempre, comincia a ridere e ritorna ad allenarsi con lo stesso spirito e la stessa determinazione. Arrivano poi l’Utrecht e il Psv Eindhoven, con cui si affaccia sui palcoscenici europei. Mertens sta arrivando, il calcio che conta sta cominciando finalmente ad accorgersene.

Una storia senza lieto fine

Nel 2013 Dries arriva a Napoli. Ancora oggi non si è capito se sia stato l’allora ds Riccardo Bigon o il tecnico Rafa Benitez a suggerirne l’acquisto alla società partenopea. Mertens è un esterno offensivo di sinistra, in quel ruolo c’è già Insigne e il belga inizialmente fa fatica prima di adattarsi ai ritmi e ai tatticismi del calcio italiano. Con Maurizio Sarri in panchina nel 2016, a causa dell’infortunio di Milik appena acquistato per sostituire Higuain, Dries viene schierato come centravanti e la sua carriera intraprende un nuovo percorso. Diventa un bomber di razza, un goleador implacabile, un punto di riferimento di quel Napoli che sarà per sempre ricordato nella storia del calcio pur non avendo conquistato alcun trofeo. Anno dopo anno, rete dopo rete Mertens risale la classifica dei marcatori più prolifici in maglia azzurra. La vetta è veramente ad un passo, Dries sta per diventare un pezzo importantissimo della storia del Napoli, eppure al momento tutto questo sta passando in secondo piano. Questa storia d’amore a fine stagione potrebbe raggiungere la più brutta delle conclusioni. Riconoscenza e buonsenso anche in questo caso stanno mancando e a soffrirne sarà sempre la tifoseria, destinata a perdere l’ennesimo beniamino. Sono le bandiere a non esistere più, oppure è il calcio moderno che per provvedere ai bilanci e ai profitti economici ne ha contribuito all’estinzione?

“Ciro” si racconta

“Non dimentico come sono stato accolto, quando ero un signor nessuno e tutti si facevano in quattro per farmi sentire a casa mia. Conosco ogni angolo di Napoli, anche le zone dove mi sconsigliano di andare. Qualche mio collega ha rifiutato il club azzurro? Peggio per lui non saprà mai tutto quello che s’è perso”

“Non vedevo le partite in televisione. Avevo due pali e una traversa montati in giardino, il passatempo delle mie giornate. In Belgio piove spesso, ma nei miei ricordi di bambino ci sono soltanto delle partite interminabili, come se splendesse sempre il sole. Ho studiato per far contenta pure mia mamma: però l’allegria era quel pallone da spedire nella porta”

“All’inizio per i tifosi ero diventato Ciro Martinez: il nome che il gestore del bowling scriveva sul display per i punteggi, nel tentativo di non farmi riconoscere. Poi ovviamente mi hanno scoperto lo stesso. E ora sono Ciro Mertens”

Parlando di Mertens

“Mertens può essere ancora decisivo, per lui i 32 anni non sono un problema. Dries è un giocatore sensazionale ed è nel momento di massima maturità. Non è solo un goleador: sa aprire ed attaccare gli spazi, costruire il gioco con gli altri compagni. È estremamente intelligente e ogni allenatore è felice di lavorare con uno come lui. È riuscito facilmente a passare da Sarri ad Ancelotti, è un calciatore chiave nel Napoli e in nazionale”

Roberto Martìnez, ct del Belgio

 

“Se devo scegliere un giocatore da portare nel Napoli dei miei tempi, io punterei tutto su Mertens e lo porterei sempre con me. Ha tutto ciò che occorre, il dribbling, il tiro da lontano e la capacità di fare squadra”

Diego Armando Maradona

 

pubblicato su Napoli n.19 del 10 dicembre 2019

“Comunicazione efficace, autostima ed assertività”

“Comunicazione efficace, autostima ed assertività”

CORSI UNIVERSITARI

“Comunicazione efficace, autostima ed assertività”

Parte il corso organizzato da Unitre su come acquisire fiducia in se stessi migliorando la comunicazione con gli altri

di Bruno Marchionibus

Partirà lunedì 3 febbraio alle ore 16:00, nella Sala “F. De Martino” in via Morghen 84 (Vomero), il corso organizzato dall’Unitre, l’Università delle tre età, in materia di “Comunicazione efficace, autostima ed assertività”. Gli incontri in programma sono dodici, uno a settimana, e si pregeranno degli interventi di quattro docenti d’eccezione: la dottoressa Paola Avallone, docente universitaria, che parlerà di “Comunicazione e Lingua Italiana”, l’ingegner Antonio Cafiero, HR Director, che tratterà gli argomenti relativi alla “Comunicazione nel mondo del lavoro”, e le dottoresse Ilaria Fontana (psicologa e psicoterapeuta) e Marina Salvia (psicopedagogista), che si occuperanno rispettivamente di “Comunicazione efficace” e di “Autostima ed assertività”.
Quattro, dunque, le aree tematiche di un corso che si propone di fornire ai partecipanti le nozioni sufficienti per potenziare la conoscenza delle dinamiche fondamentali relative alla comunicazione, rendendosi pienamente conto di quanto questa, per essere efficace, debba essere supportata da un buon livello di autostima e di fiducia in se stessi.
Comunicazione efficace ed elevata autostima, d’altro canto, sono elementi imprescindibili per poter avere una vita relazionale soddisfacente, tanto dal punto di vista professionale che da quello più strettamente personale.
Al termine delle lezioni sarà rilasciato un Attestato di Frequenza.

pubblicato il 29 gennaio 2020

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

Lara Sansone, Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano

LO SPETTACOLO

La rivolta di Masaniello rivive al Sannazaro

Lara Sansone porta in scena le vicende del rivoluzionario partenopeo insieme ad un cast d’eccezione

di Bruno Marchionibus

Il mito di Masaniello, il celebre capopopolo napoletano che guidò la rivolta del 1647 contro il Vicereame spagnolo del duca d’Arcos, rivive in città da ieri e sino al 2 febbraio al Teatro Sannazaro in via Chiaia. A raccogliere la sfida di rappresentare un episodio così centrale nella storia della città partenopea è la direttrice della Compagnia intitolata a Luisa Conte, Lara Sansone, artista che non ha bisogno di presentazioni e che in quest’occasione è impegnata nella duplice veste di regista e interprete. Nel “suo” Sannazaro, l’attrice napoletana regala, anche quest’anno, al pubblico un “gioiello” in grado di commuovere ed emozionare, tra dialoghi intensi, eventi che si susseguono in un climax di drammaticità accompagnati dalla musica, a cura di Antonio Sinagra, che segue le vicende del pescatore divenuto rivoluzionario.
Il testo, scritto nel 1974 da Elvio Porta ed Armando Pugliese e messo in scena per la prima volta in quello stesso anno, fregiandosi delle musiche di Roberto De Simone e dell’interpretazione di Lina Sastri, come ha avuto modo di ricordare la stessa regista, ebbe sin da subito un carattere rivoluzionario per il modo in cui riuscì ad abbattere ogni barriera tra attori protagonisti e platea. E proprio per non tradire questo spirito, la scenografia di Francesca Mercurio ha previsto l’installazione di un ulteriore palcoscenico e di una pedana nella navata principale della sala. In tal modo gli spettatori, dividendosi tra le vicende della Corte da un lato e dei popolani dall’altro, possono di fatto immergersi in quei giorni del 1647 compiendo una sorta di viaggio nel tempo di quasi quattro secoli. Il 7 luglio di quell’anno il popolo napoletano, vessato da mesi dalle gabelle imposte dal Duca d’Arcos, insorse contro il Vicerè, costretto a riparare prima nel Convento di San Luigi e poi a Castel Nuovo. Masaniello, consigliato dall’abate Giulio Genoino, il quale progettava un disegno rivoluzionario che andava ben oltre l’abolizione delle tasse, assunse di fatto la guida della rivolta, e gruppi di “lazzari” da lui guidati fecero irruzione nella Reggia, diedero alle fiamme i registri daziari ed aprirono le carceri, anticipando di quasi 150 anni quanto fatto dai parigini nel 1789. I rivoltosi, riunitisi nella Chiesa del Carmine, istituirono poi un Comitato Rivoluzionario che riuscì ad ottenere i provvedimenti tanto bramati; risultato, tuttavia, che si rivelò ben presto effimero. La conclusione, nefasta per la popolazione e soprattutto per colui che l’aveva capeggiata, ucciso a tradimento nella stessa Basilica il 16 luglio, è infatti cosa risaputa. 

L’importanza che gli avvenimenti di quelle giornate e Masaniello in particolare rivestono per Napoli, tuttavia, risulta evidente da quanto ancor oggi il personaggio del capopopolo sia presente nel linguaggio parlato e nei dibattiti a sfondo sociologico sul popolo partenopeo, capace com’è la sua figura di raccogliere in sé lo spirito rivoluzionario, indomito, ma anche troppo spesso tremendamente incompiuto di Partenope e dei suoi figli.
Oltre alla Sansone, che veste i panni di Bernardina, moglie di Masaniello, ruolo che le consente di dare sfoggio a tutte le sue doti attoriali nel dialogo con la Viceregina e nello straziante monologo ai piedi del marito, lo spettacolo può contare su altri fuoriclasse del palcoscenico, come Leopoldo Mastelloni e Carmine Recano. Il primo, mostro sacro della recitazione, veste i panni del Duca d’Arcos delineando una figura infida ed enigmatica, particolareggiata, tra scatti improvvisi e sguardi cattivi, in modo da riprodurre al meglio quelli che potevano essere i tratti di un Vicerè del ‘600 dedito alla vita mondana e senza esperienza di governo, come il Duca stesso si rivelò essere. Il secondo, già protagonista di numerosi prodotti di successo tra cinema e tv, impersona proprio Masaniello, tratteggiato in tutti i suoi lati più difficoltosi e caratterizzanti con un’interpretazione magistrale, con cui probabilmente solo un napoletano avrebbe potuto omaggiare un personaggio che, dopo quasi 400 anni, ha un’eco ancora così forte nella città che fu teatro della sua rapida parabola.

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020

Cané: “Al Napoli servono certezze”

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Canè: “Al Napoli servono certezze”

Cané parla del calcio e della sua evoluzione. Ancelotti una “zingarata” del presidente, solo con Benitez investimenti adeguati

di Giovanni Gaudiano

Da Rio a Napoli per restarci una vita. Dal calcio brasiliano di quell’epoca, fatto di tecnica, di individualità, qualità cresciute tra la sabbia di Copacabana e i campi sterrati dei paesini dell’entroterra al calcio europeo degli anni 60 che già basava la sua forza sulla tattica, sulle qualità atletiche dei singoli e soprattutto sulle disponibilità economiche. Jarbas Faustino Cané ha percorso quella strada perché aveva il sogno da realizzare di giocare in Europa. Di famiglia numerosa dove il padre, appassionato di calcio, con il suo lavoro non faceva mancare nulla, a Napoli ha trovato il suo mondo, senza mai dimenticare il Brasile, ha trovato la donna della sua vita e l’affetto dei napoletani che lo ricordano e ne parlano ancora, come se la domenica scendesse in campo con la maglietta azzurra.
Andando indietro nel tempo, il ricordo del primo gol, messo a segno dall’ala azzurra il 14 ottobre del 1973 contro la Juventus, e della sua testa brizzolata che sguscia nella difesa bianconera e trafigge Zoff è un film che ritorna puntualmente quando al San Paolo arriva la “vecchia signora”, battuta domenica dal Napoli di Gattuso.

Eppure questa storia ha rischiato di non essere scritta perché inspiegabilmente nel 1969 Ferlaino cedette il brasiliano al Bari. Cosa successe Cané?

«Si trattò di una vera e propria fregatura tiratami dal presidente. Alla fine del campionato precedente avevo avuto un colloquio con Ferlaino, l’allenatore Chiappella ed un consulente medico della società perché io avevo un ginocchio in disordine e riuscivo ad allenarmi solo dal giovedì. La società aveva anche acquistato Salvi che in quella stagione aveva giocato meno della metà delle partite ma in un altro ruolo, mentre io giocai 26 su 30 partite segnando 6 reti. Fui confermato e partii per le mie vacanze per il Brasile. Al ritorno in aereo appresi del mio trasferimento. Erano altri tempi, non potevo oppormi e così a malincuore trovai un accordo soddisfacente per andare a giocare in Puglia».

In realtà era successo che Harald Nielsen, il centravanti danese che il Napoli aveva preso dall’Inter l’anno precedente, non voleva andare a Bari e di fatto smise di giocare e la società decise per il trasferimento di Cané. A Bari, però, il brasiliano era atteso da Oronzo Pugliese che lo aveva richiesto espressamente. Che ricordo ha del “mago di Turi”?

«Pugliese era un uomo all’antica che però i suoi risultati li aveva ottenuti. Era un sanguigno ed i suoi rapporti con i giornalisti erano difficili. A Roma, dove aveva fatto buoni risultati, ebbe qualche divergenza con Mario Gismondi, che era il direttore del Corriere dello Sport. Finì per ritrovarselo in Puglia e fu attaccato nonostante a novembre il Bari fosse terzo in classifica. La società poi non si mosse bene sul mercato autunnale prendendo qualche giovane e cedendo Tentorio, Correnti e De Nardi che erano stati tra gli artefici della promozione in serie A e iniziò la discesa che portò all’esonero di Pugliese e alla retrocessione».

A proposito di allenatori, oltre a Chiappella e Pugliese di cui abbiamo già parlato, lei ha giocato per Pesaola, Monzeglio, Parola, Toneatto, Vinicio. Chi è stato il più importante nella sua carriera?

«Certamente Bruno Pesaola. Venivamo entrambi dal Sud America e quando è venuto a giocare in Italia il “petisso” ha avuto delle problematiche molto simili alle mie. Mi ha dato dei consigli importanti, mi ha suggerito di stare tranquillo perché ero molto giovane e quindi sarei riuscito ad ambientarmi, anche se il calcio italiano era molto diverso da quello sudamericano. Il nostro rapporto è durato una vita, indipendentemente dal calcio».

In Brasile il calcio si gioca dappertutto. Quindi è vero che le capitava, come si racconta, di giocare quattro partite in due giorni?

«Avevo tredici/quattordici anni e da ragazzi in periferia quando giocavamo, soprattutto di domenica, l’intera giornata era dedicata alla nostra passione: il futebol, come si dice in portoghese. Ci divertivamo e non ci accorgevamo che dalla mattina si era fatta sera».

Che società trovò a Napoli Cané? Che ruolo recitava il Napoli nel campionato italiano?

«Il Napoli era una società molto anomala a quei tempi. Il tifo e la passione che seguiva la squadra erano coinvolgenti. Si finiva per mettere il massimo dell’impegno per battere le grandi avversarie, il Milan, l’Inter, la Juventus, la Roma. Poi magari si andava a Varese o a Brescia e le si buscava. Non c’era una società forte ed organizzata alle spalle, si tendeva a prendere il giocatore dal nome altisonante che magari aveva pochi stimoli, anche perché era avanti negli anni, e si trascurava il settore giovanile. Io ricordo che, quando sono arrivato a Napoli, Juliano e Montefusco giocavano nelle giovanili e in dieci anni sono stati gli unici due a giocare dopo in prima squadra grazie proprio a Pesaola. Al pubblico poi piaceva vedere all’opera i grandi giocatori, anche se alla fine non si vinceva».

Con Pesaola e Fiore prima e Vinicio e Ferlaino dopo il Napoli con lei in campo sfiorò lo scudetto in due, forse anche tre occasioni…

«Con l’arrivo di Sivori ed Altafini si poteva davvero pensare di vincere. Sivori era un “tardone” quando è venuto a Napoli, invece Altafini era ancora giovane. La storia è nota, i due arrivarono in azzurro perché Agnelli non voleva cedere l’argentino né al Milan né all’Inter e lo stesso fece la dirigenza del Milan che mai avrebbe dato Altafini alla Juve. A Napoli non avrebbero creato problemi perché la squadra era considerata da metà classifica ed invece il potenziale c’era. Avremmo potuto portare a Napoli lo scudetto, diciamo che mancò una società all’altezza del compito».

Avendo giocato in quelle squadre con entrambi gli allenatori, quale esprimeva il gioco che più le piaceva?

«Vinicio portò nel campionato italiano delle novità. Il Napoli giocava un calcio dallo stile brasiliano. Zona totale e la pressão che possiamo considerare l’antenata del pressing. C’erano novità sul piano atletico. Vinicio da giovane era stato allenato dal famoso Paulo Lima Amaral, preparatore atletico del Brasile campione del mondo del 1958 e del 1962, che un anno è stato anche alla Juventus come allenatore. A Napoli la squadra rispose positivamente alla metodologia importata da Vinicio anche grazie ad un giusto equilibrio tra giocatori giovani e d’esperienza. Avevamo un allenatore che era un uomo tutto d’un pezzo e noi lo seguivamo e abbiamo fatto benissimo. Sicuramente si poteva vincere ma la debolezza era rappresentata sempre dalla società».

Veniamo a Napoli – Juventus. Nel 1973 una sua splendida rete aprì la strada alla vittoria che mancava da qualche anno contro i bianconeri. Cosa ricorda di quella partita, di quella giornata?

«I gol per chi gioca in serie A da professionista sono tutti belli, anche quelli che sembrano brutti oppure occasionali restano comunque impressi nella memoria di chi li ha realizzati. L’avversario che hai di fronte è importante ma realizzare una rete nel calcio è una sensazione meravigliosa in ogni caso».

Cané con l’armatore-presidente Achille Lauro
Si fa un gran parlare di esterni che giocano a piede contrario ma intanto è difficile vedere un cross, un traversone fatto bene. Si parla di gioco sulle fasce ma l’ala di una volta che andava sul fondo e metteva la palla a rientrare si vede molto raramente. Cos’è cambiato?

«Gli schemi di gioco sono cambiati totalmente. Adesso c’è il difensore che fa l’attaccante con semplicità e non sa difendere e l’attaccante che sa fare il difensore ma non sa attaccare. È un’evoluzione del calcio moderno che non può essere paragonato a quello di 40/50 anni fa. Oggi vediamo un calcio povero di fuoriclasse. È facile per un giocatore non particolarmente dotato segnare due/tre reti in una partita e magari anche ripetersi. Prima per fare un gol ce ne voleva. Le marcature a uomo erano la regola, i difensori cercavano di picchiare senza essere visti dagli arbitri, che non concedevano facilmente il calcio di rigore. Per assurdo oggi si cerca il portiere bravo con i piedi quando dovrebbe esserlo soprattutto con le mani. È cambiato tanto ma molti dimenticano che il pallone è rimasto rotondo».

Il momento del Napoli è delicato. Cosa ci vorrebbe per uscirne fuori al più presto?

«Delle certezze. De Laurentiis è bravo con i numeri ma di calcio capisce poco. Ha ingaggiato Ancelotti perché doveva mascherare l’errore di aver lasciato andare via Sarri. Io avrei pensato a prendere prima un grandissimo giocatore e poi a scegliere l’allenatore. Nessuno ha capito che Sarri i risultati li aveva ottenuti con dei giocatori normali che hanno appreso le sue idee e sono diventati dei buoni giocatori».

Domenica il Napoli ha battuto la Juventus. Ci sono margini di ripresa?

«La vedo dura. Pensando agli ultimi dieci anni che hanno visto il Napoli sempre in Europa, credo che il presidente dovesse cambiare qualcosa. Ha pensato di portare Ancelotti per mascherare i veri problemi ed è andata male. Al Napoli mancano uomini di calcio nella società e si vede e senza quelle competenze è difficile vincere, basta ricordare cosa ha dovuto costruire a suo tempo Ferlaino attorno a Maradona per vincere lo scudetto. De Laurentiis solo nel primo anno di Benitez ha preso giocatori di qualità che l’allenatore gli aveva chiesto, poi ha fatto un po’ di zingarate. Io pensavo che ci riprovasse con Ancelotti ma non è andata così».

pubblicato su Napoli n.22 del 26 gennaio 2020