Here comes the… Champions League

Here comes the… Champions League

LE CITTÀ DELLA CHAMPIONS

Here comes the… Champions League

L’immortale musica dei Beatles, la magia unica di Anfield e tanto altro ancora. Questa è Liverpool

di Bruno Marchionibus

La storia della città da John a… John

È strano come, a volte, nelle circostanze in cui una persona viene al mondo possa esserci già scritto qualcosa del suo avvenire. Il 9 ottobre del 1940, infatti, mentre nei cieli del Regno Unito infuria la Battaglia d’Inghilterra e Liverpool viene colpita da un massiccio raid aereo della Luftwaffe, Alfred Lennon e Julia Stanley nei corridoi del Maternity Hospital festeggiano la nascita del loro primogenito John. Ironia della sorte, quel bambino nato tra le bombe avrebbe inciso poco più di trent’anni dopo il brano pacifista più celebre di tutti i tempi, Imagine, diventando uno dei maggiori promotori del movimento di protesta contro la Guerra del Vietnam e, soprattutto, avrebbe formato insieme a Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr il quartetto che, partendo dal Cavern Club in Matthew Street, sarebbe stato in grado di conquistare in pochi anni il mondo registrando quasi duecento canzoni e dando eterno lustro alla città capoluogo del Merseyside: The Beatles.
Città, quella di Liverpool, la cui genesi è generalmente fatta risalire all’anno 1207, quando un altro John, il John Lackland (Giovanni Senzaterra) entrato nei libri di storia per la Magna Charta che fu costretto dai baroni a promulgare e nella tradizione popolare per essere l’acerrimo nemico di Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone, concedeva con un proprio atto la qualifica di “libera città” al villaggio di Liuerpol, che fu ben presto dotato di un porto data la sua posizione strategica di centro situato sull’estuario del fiume Mersey ed affacciato sul Mare d’Irlanda.

Una città vivace dai musei fino ad Anfield

La parabola dei Beatles, ad ogni modo, è solo la massima espressione artistica di una città che nel corso dei decenni ha sviluppato una particolare propensione per ogni forma di arte, dalla musica e la poesia alla pittura e la scultura, tanto da essere stata insignita del titolo di Capitale Europea della cultura nel 2008 e da avere ospitato, nello stesso anno, i MTV Europe Music Awards. Dalla Walker Art Gallery, dove sono esposte opere della scuola preraffaellita, alla Tate Liverpool, la galleria d’arte moderna più nota del nord del Paese, fino alla Liverpool Philarmonic Hall, “casa” della Royal Liverpool Philarmonic Orchestra, la città, sede di due Università, di numerose biblioteche e di un rinomato festival biennale di arte contemporanea, mostra una vivacità espressiva che ad ogni partita del Liverpool, squadra principale del capoluogo assieme all’Everton, si trasferisce anche sugli spalti di Anfield ed in particolare nella curva della Kop. È qui che il celeberrimo “You’ll never walk alone”, brano che un altro famoso gruppo cittadino, Gerry and the Peacemakers, propose in Europa negli anni ‘60 prendendolo in prestito da un musical americano del 1945, la fa da padrone trascinando i Reds e contribuendo a rendere, per gli avversari, il “This is Anfield” presente all’ingresso sul terreno di gioco un monito da non poter prendere sottogamba.

Un’economia fondata sul porto e sulla musica

È proprio l’aspetto artistico ed il posto di rilievo che ancora oggi i Beatles occupano nella cultura di massa che hanno, a partire dagli anni ‘90, richiamato nel secondo centro urbano del Paese per importanza un gran numero di turisti, contribuendo così ad una fase di ripresa dell’economia della città che dal dopoguerra in avanti era stata falcidiata dalle problematiche legate alla chiusura di numerose fabbriche ed alla disoccupazione culminate, nel 1981, nei disordini di Toxteth Riots, nel corso dei quali per la prima volta la polizia inglese usò gas lacrimogeni contro i civili.
Una città che, a dire il vero, già nei secoli precedenti aveva vissuto periodi in cui le contingenze del momento la avevano posta di fatto al centro del mondo. A inizio Settecento, di fatti, la chiusura del vicino porto di Chester, contestualmente alla costruzione del primo bacino acqueo artificiale d’Inghilterra fecero di Liverpool il primo polo portuale del Regno Unito, primato sfruttato al meglio quando con l’apertura dei commerci verso le Indie Occidentali (incentrati anche, purtroppo, sulla tragica tratta degli schiavi) sui moli della Mersey transitava il 40% del commercio mondiale.
Una centralità rispetto alle rotte intercontinentali, quella del porto cittadino, rimasta intatta fino ai primi anni del Novecento, quando la città inglese diventa uno dei principali punti di collegamento tra il Vecchio Continente e gli Stati Uniti, meta dei principali flussi migratori del periodo. Da Liverpool, inoltre, secondo i piani originari avrebbe dovuto salpare il Titanic in seguito “dirottato” a Southampton.

A tavola molto più che fish and chips

Immancabile, per chi si trovi a visitare la città, è poi qualche sosta a sfondo culinario per assaggiare le specialità tipiche del luogo, o, magari, per ritrovare in ristoranti italiani come “La Cucina di Vincenzo” sapori mediterranei anche in una terra così gastronomicamente diversa. Quanto alle pietanze made in Great Britain, assieme ai grandi classici inglesi del fish and chips e del pudding tra le portate più caratteristiche di Liverpool possono annoverarsi il wet nelly, dolce della cucina povera realizzato con pane raffermo, burro e frutta secca e servito, da tradizione, con crema pasticciera, e la scouse, piatto cittadino per antonomasia a base di carne (manzo o agnello) e contorno di verdure e patate, di cui una versione consigliata è quella del Boot Room Restaurant nei pressi di Anfield Road. Quanto ai pub, luogo di aggregazione per eccellenza nella cultura anglosassone, non può che, naturalmente, esserci l’imbarazzo della scelta.

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

PROFILI

Klopp: un vincente “pazzo” e simpatico

La passione ereditata da papà Norbert, le vittorie con il Dortmund, la Champions con il Liverpool e tante scene divertenti

di Lorenzo Gaudiano

Al Wembley Stadium un grido di felicità, gioia, soddisfazione e di emozione assoluta risuona forte. Sono i tifosi inglesi in festa per la vittoria ai Campionati del mondo disputati in casa nel 1966. La Germania Ovest è battuta ai supplementari con una tripletta di Hurst. Jurgen Klopp non era ancora nato, non poteva ancora assistere ad una delle tante disfatte della sua nazionale, che probabilmente avrebbe accolto con qualche sua consuetudinaria ed inquietante smorfia di dissenso e quella rabbia energica, a tratti incontenibile, che a volte spaventa, altre invece non può fare a meno di suscitare un sorriso.
Poco meno di un anno dopo il tecnico tedesco vide la luce, la delusione per l’insuccesso sportivo ormai non c’era più (del resto come avrebbe potuto), sostituita da un sorriso pieno, che ancora oggi Jurgen non nasconde sia nei momenti positivi che in quelli negativi. Di strada da quel giorno quel neonato ne ha fatta. Due Bundesliga con il Borussia Dortmund, una Champions League e una Supercoppa Europea con il Liverpool ne sono la principale dimostrazione, anche se, prima di tutto, Klopp ha saputo ritagliarsi un posto nel cuore delle piazze in cui ha allenato con la sua spontaneità, la sua chiarezza, la sua grinta e il suo carisma esilarante.

Il calcio nelle vene

Se si dovesse descrivere Jurgen Klopp con un’immagine letteraria, per rimanere in tema con la Germania la più opportuna sarebbe lo “Sturm und Drang” (Tempesta ed Impeto), un movimento culturale che si diffuse nella seconda metà del Settecento. L’esaltazione del genio e il freddo rifiuto di norme e regole accademiche costituivano uno dei tanti cavalli battaglia di quegli intellettuali che di lì a poco avrebbero vissuto l’esplosione del Romanticismo. Il tecnico di Stoccarda in effetti è sempre stato un po’ fuori dagli schemi, come nella vita così in campo, anche perché se si fosse comportato alla stessa maniera di tanti altri probabilmente il suo genio e la sua unicità non sarebbero mai sbocciati. La passione per il calcio ad esempio non tardò ad arrivare, perché gli scorreva nelle vene. Il padre Norbert era portiere, Jurgen passava ore e ore a vederlo giocare senza stancarsi mai e soprattutto con il desiderio di diventare un calciatore. Sorvegliare i pali non era sufficiente, un’ora e mezza fermo in porta non poteva tollerarla, era più forte di lui. Divenne difensore e praticamente in campo non riusciva a stare zitto. Si sentiva soltanto lui tra i giocatori e sugli spalti, persino più dell’allenatore a bordocampo. Diciotto anni al Magonza sia con le scarpette ai piedi che con il taccuino in panchina. Il problema è che Jurgen fuori dal campo in veste di allenatore non riesce quasi mai a rimanere seduto come fanno i giocatori e il taccuino, quasi sempre, manco il tempo di un appunto che subito lo lancia via in preda al suo agonismo. Squadra poco blasonata ma comunque Klopp riesce a condurla in Coppa Uefa nel 2006, anche se l’anno dopo è retrocessione e il tentativo di riportarla in Bundesliga purtroppo non va a buon fine. Il ciclo può dirsi concluso, con l’amaro in bocca il tedesco saluta il suo pubblico perché ad attenderlo c’è il Borussia Dortmund.

Una sbornia vincente

Prima di approdare al Westfalenstadion, era ancora al Mainz, squilla il telefono. La voce del presidente del Bayern Monaco Hoeness è inconfondibile ma Klopp non si scompone, cerca di non far trapelare il suo entusiasmo. Il numero uno bavarese gli dice che per la panchina stanno pensando ad un profilo internazionale e ad uno nazionale. Nel caso della seconda scelta, il posto sarà suo. Due giorni dopo la delusione, gli viene comunicato che è stato scelto un altro Jurgen. Era Klinsmann e rappresentava il profilo internazionale, a detta del tedesco “soltanto perché viveva in California”. Klopp allora fa uno dei suoi soliti sorrisi, promette a se stesso che in qualche modo il Bayern si pentirà di non averlo scelto. Con il Borussia nel 2011 arriva il successo in Bundesliga e successivamente una pesante sbornia in seguito alla quale si ritrova in un camion nel garage dello stadio. Jurgen non ricorda proprio nulla, esce nel cortile esterno e in lontananza riconosce l’ad Watzke, con cui ricerca un passaggio verso casa. Una station wagon si ferma, ci vogliono circa 200 euro per convincere l’autista turco a farli salire. La stanchezza si fa sentire, la testa sbatte continuamente sul finestrino ma ad un certo punto il tedesco sente uno strano verso. Si guarda indietro e scopre che il bagagliaio è pieno di polli. I festeggiamenti arrivano anche l’anno successivo, questa volta più sobri, anche se il Bayern si prende la rivincita in Champions con il successo in finale proprio sui gialloneri nel 2013.

L’Inghilterra nel destino

Klopp rifiuta una chiamata del Manchester United nel 2014. I dirigenti dei Red Devils gli avevano descritto l’Old Trafford come una Disneyland per adulti, dove i sogni possono diventare realtà. La situazione non lo attrae, anche se l’appuntamento con l’Inghilterra è soltanto rimandato. Nell’ottobre 2015 gli si aprono le porte di Anfield tutto colorato di rosso e “You’ll Never Walk Alone” come musica di sottofondo, Jurgen non può proprio dire di no. Subito una finale di Europa League, contro il Siviglia, per riscattare la delusione nella coppa dalle grandi orecchie. Anche questa volta è sconfitta, ma Jurgen è duro a morire. Nel 2018 finale di Champions contro il Real Madrid, sembra la volta buona ma il portiere Karius gli tende un bel tranello con due papere decisive. L’anno dopo però al girone elimina il Napoli e anche in quest’occasione chi batte gli azzurri solleva la coppa. Derby con il Tottenham e Klopp tra le braccia dei suoi calciatori vola al cielo con il pensiero al suo papà che purtroppo non c’è più e che sarebbe stato orgoglioso del grandissimo successo di suo figlio. La Premier gli sfugge per un punto dopo 97 totalizzati, veramente assurdo, anche se dopo la Supercoppa Europea quest’anno potrebbe essere la volta buona. Klopp ne ha prese tante nella vita ma ha sempre saputo rialzarsi e rispondere. Come un pugile, come quel Rocky che provò a far vedere al suo Borussia per motivarlo nella sfida contro i rivali del Bayern. Ci fu un attimo di perplessità perché nessuno conosceva quel film ma subito dopo tutti i giocatori cominciarono a ridere. Jurgen allora spense la tv e, rimasto solo, sorrise. Non poteva farne a meno.

Jurgen parla del calcio e di se stesso

Il calcio

“Sono convinto che il 98% del calcio abbia a che fare con il fallimento. Anche se tutti guardano ai protagonisti del calcio come degli dei”

Il suo sorriso

“A volte le persone mi chiedono perché sorrido sempre. Da quando è nato mio figlio, ho capito che il calcio non è vita o morte. Su quel terreno di gioco non salviamo vite. Il calcio dovrebbe riguardare l’ispirazione e la gioia, soprattutto per i bambini”

Una crescita veloce

“La mia vita è cambiata completamente con la nascita di mio figlio. Sono dovuto crescere in fretta perché non avevo altra scelta. Giocavo a calcio a livello amatoriale e per pagarmi gli studi lavoravo in un archivio cinematografico. Dormivo 5 ore al giorno, è stato un periodo tosto che mi ha insegnato il significato della vita reale”

Dicono di lui:

“Klopp è un magnifico oratore: eloquente, dalla risposta pronta e molto convincente. Non ha bisogno di un testo da leggere, ma parla liberamente con convinzione”

Elmar Neveling, autore di “Jürgen Klopp: Echte Liebe”

“Lo amiamo come si ama un padre, ma abbiamo anche paura di lui. È una grandissima persona e mi fido ciecamente di lui, come la maggior parte dello spogliatoio”

Sadio Manè

“Dice sempre quello che pensa. Quando non davo il 100% in allenamento, spesso era molto intimidatorio. Veniva di corsa e con i denti stretti diceva: ‘Devi avere più passione!’. Subito dopo tornava calmo ed era anche capace di dire: ‘Mario, come stai?’. Non ho mai incontrato un manager nel calcio che fosse così naturalmente divertente”

Mario Gotze

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

LA PARTITA

Liverpool – Napoli: assalto alla “fortezza”

Gli azzurri a Liverpool ritrovano Alisson. Si va ad Anfield per riprendersi il primato del girone e ripartire

di Marco Boscia

Dove può arrivare il Napoli?

“Questo Napoli può vincere la Champions League. Ha un piano di gioco e giocatori importanti. Non bisogna essere i migliori per vincere questa competizione, ma la squadra più forte in certi momenti”.
Dopo la partita d’andata, vinta 2-0 dal Napoli con i gol di Mertens e Llorente arrivati nei minuti finali, l’allenatore del Liverpool, Jurgen Klopp, si lasciò andare a queste dichiarazioni che sono servite da stimolo agli azzurri e che, ancora adesso, sembrano attuali. Da allora, difatti, i partenopei ne hanno fatta di strada: due piccole frenate con i pareggi contro Genk in trasferta e Salisburgo in casa, ma oltre alla vittoria sul Liverpool al San Paolo, gli azzurri hanno vinto e convinto anche in Austria alla Red Bull Arena. Se il Napoli sta facendo questo percorso nella massima competizione europea può forse significare, a differenza di quanto si è voluto far trapelare in estate, che la squadra abbia una dimensione più europea che da campionato? Sembra difficile crederlo, ma adesso il Napoli è secondo con 8 punti, senza aver mai perso, alle spalle proprio del Liverpool capolista a 9. Gli azzurri, al di fuori dei confini nazionali, hanno espresso un tipo di gioco molto più europeo, che ha parzialmente oscurato i difetti della squadra mostrati in campionato anche con squadre tecnicamente inferiori sulla carta, e adesso sognano un posto tra le prime sedici d’Europa. D’altra parte Ancelotti alle dichiarazioni di Klopp si limitò a rispondere che “lui conosce molto bene il calcio”.
Raggiungere la finale di Istanbul oggi appare pura utopia, nel frattempo però non è detto che questo Napoli non possa riuscire nell’impresa di vincere proprio a Liverpool sul campo dei campioni in carica.

Gli azzurri si qualificano se…

Il primo obiettivo stagionale del Napoli è dunque quello di guadagnare la terza qualificazione agli ottavi di finale della sua storia. Per farlo mercoledì cercherà di fare risultato sul campo del Liverpool: nel caso in cui gli azzurri dovessero sbancare Anfield infatti, oltre alla qualificazione automatica, sarebbero quasi chiusi anche i giochi per il primo posto, basterebbe poi un pareggio nell’ultima partita casalinga contro il Genk. In caso di sconfitta o di un pareggio del Napoli a Liverpool ma di un contemporaneo pari fra Genk e Salisburgo o di una sconfitta degli austriaci in Belgio, i punti di distanza fra la compagine partenopea e quella austriaca sarebbero ugualmente incolmabili per il vantaggio azzurro negli scontri diretti.

L’inedita coppia Champions

Ancelotti sembra intenzionato a schierare in attacco ancora una volta la coppia formata da Mertens e Lozano. In Champions infatti sono stati impiegati, fatta eccezione per la trasferta di Genk, sempre insieme dal primo minuto. L’intenzione dell’allenatore è quella di riuscire a dare velocità e profondità alla manovra della squadra sfruttando al massimo le caratteristiche dei due calciatori. Mertens, dopo aver siglato una splendida doppietta alla Red Bull Arena, è apparso un po’ sottotono nella partita casalinga contro il Salisburgo mentre Lozano, dopo le prime gare in cui sembrava bloccato, è risultato finalmente ben inserito nel sistema di gioco dell’allenatore. Il messicano ha trovato il gol che ha rimesso in piedi il match contro gli austriaci ed ha più volte creato difficoltà agli avversari con scatti e cambi di passo improvvisi.

Il Liverpool e l’incubo Alisson

Il Napoli torna ad Anfield, dove lo scorso anno perse la qualificazione agli ottavi contro chi è poi stato capace di vincere la competizione. La gara fu decisa da Salah ed Alisson, entrambi ex Roma. L’estremo difensore nei minuti di recupero ipnotizzò Milik, compiendo un miracolo sul tiro ravvicinato del polacco che avrebbe permesso al Napoli di qualificarsi. Gli azzurri dovranno essere capaci di battere anche il numero uno dei Reds se vogliono tornare da Liverpool con i 3 punti: sarà difatti il brasiliano, dopo aver saltato la sfida d’andata per infortunio, a difendere i pali della porta degli uomini di Klopp. L’allenatore tedesco si affiderà a lui ed al tridente formato da Salah, Firmino e Mané per provare a battere gli azzurri, guadagnare gli ottavi ed a riconfermarsi una delle squadre più forti a livello europeo.

pubblicato sull’inserto di Napoli n.18 del 23 novembre 2019

Il coraggio di ripartire proprio da Liverpool

Il coraggio di ripartire proprio da Liverpool

IN PRIMO PIANO

Il coraggio di ripartire proprio da Liverpool

Un momento difficile da superare, il gruppo da ricompattare nonostante i dovuti provvedimenti da adottare da parte della società

di Giovanni Gaudiano

A partire dall’autorevole agenzia Ansa ed attraverso la stampa, le televisioni, le radio, i social etc sono alcuni giorni che si preannunzia con il rientro del presidente Aurelio De Laurentiis l’avvio della procedura dell’azione legale della società nei confronti dei giocatori (anche per la prevista scadenza dei termini contrattuali). si leggono e si sentono cifre, modalità, diversità di comportamenti nei confronti di alcuni giocatori, tutto come se si trattasse di notizie praticamente ufficiali.

La domanda, visto che da parte della società sino ad ora dopo il comunicato di tutela non vi sono state informative ufficiali, è questa: chi sta diffondendo le notizie che vengono riportate? Quale è la fonte che in questi giorni ha alimentato questo tipo di informazione?

La società ha, come previsto nelle sue prerogative, preteso il silenzio stampa dai suoi tesserati; ma può essere verosimile che qualcuno al suo interno starebbe facendo da silenzioso portavoce per annunciare i provvedimenti prossimi futuri? Sarebbe una contraddizione in termini se fosse così. E se si trattasse invece di fughe in avanti di qualcuno, sarebbe doverosa una smentita ufficiale da parte della società. La squadra, è pleonastico precisarlo, ha sbagliato, nessuno può comportarsi in quel modo e non aspettarsi una reazione soprattutto se esiste un contratto importante che disciplina il rapporto di lavoro ed il comportamento da tenere.

L’ambiente però nel tentativo di informare sta sbagliando a sua volta. È vero che la società potrebbe dire di non aver mai pensato le cose che oggi si danno per fatte ma di sicuro le azioni che saranno intraprese, se fossero quelle pubblicate in anteprima, dimostrerebbero come ancora una volta la società non si sia saputa regolare nella giusta maniera. La situazione è inoltre talmente paradossale se si pensa che al di là dei risultati sportivi questa “guerra” intestina potrebbe costare al Napoli molto dal punto di vista economico, che sta giustamente tanto a cuore al presidente. Per il bene generale sarebbe il momento di riflettere, attendere notizie ufficiali, sostenere il lavoro di Carlo Ancelotti che di sicuro sta sopportando il peso di una situazione nuova ed inimmaginabile solo un mese fa.

Per il bene della società sarebbe giusto andare avanti con cautela senza proclami affidati ad altri e senza indicare, quasi come in una lista di proscrizione, il grado di responsabilità degli inadempienti. Ora per tornare a cose di campo domani il Napoli partirà per Liverpool e tornerà a parlare per gli obblighi imposti dall’Uefa. Con molta probabilità non potrà scendere in campo Insigne e forse potrebbe non essere un problema. La squadra sarà quindi in terra britannica dove è nato il football moderno, che in Italia abbiamo voluto denominare “calcio”, e pensando alla difficoltà della partita che attende la squadra di Ancelotti ed all’importante obiettivo che potrebbe scaturire in caso di un risultato positivo tornano alla mente le parole di un grande uomo, figlio di quelle terre: “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”. Si tratta di una tra le tante citazioni di Winston Churchill pronunziate in un momento davvero difficile per l’Inghilterra e il mondo, certamente più importante della vicenda Napoli, ma che potrebbero far riflettere tutti gli attori presenti sul palcoscenico e invitarli ad avere il coraggio di mettere da parte il proprio ego per ritrovare la giusta strada comune.

pubblicato il 25 novembre 2019

È arrivato il momento di reagire e riprendere il cammino

È arrivato il momento di reagire e riprendere il cammino

L’EDITORIALE

È arrivato il momento di reagire

La società intervenga con fermezza ma senza che la vicenda si trasformi in una faida. Si attendono le parole del presidente

di Giovanni Gaudiano

Un punto a San Siro e il Napoli rimanda ancora l’appuntamento con il ritorno alla vittoria. Nel post partita, nei commenti, nelle analisi, tutte fondate su osservazioni personali visto che continua il silenzio stampa deciso dalla società, c’è chi ha azzardato a considerare come buono il risultato contro il Milan, chi ha parlato di squadra incerta e non coesa e chi ha chiesto la testa del tecnico per ottenere un cambio di marcia.

Partiamo dal risultato: se si considera che il pareggio è nato dall’unico vero errore di posizionamento della difesa può essere valutato positivamente, se lo si guarda pensando alla poca incisività dell’attacco allora è da votare come insufficiente.
Il Napoli ha prodotto poco pur evidenziando come soprattutto in contropiede le possibilità per recuperare il vantaggio ci siano state ma sono capitate sul piede dell’uomo sbagliato.

Passiamo alla squadra: se qualcuno pensava che dopo quello che è accaduto potesse recuperare dall’oggi al domani la serenità, la coesione e la voglia di esaltarsi giocando in gruppo evidentemente non conosce il mondo del calcio ed in generale cosa voglia dire lavorare in gruppo. La frattura creatasi nel martedì sera del dopo Napoli – Salisburgo è il risultato di un malessere lungo che vede la squadra opposta alla società e segnatamente in contrapposizione ad una modalità dilatoria, molto distaccata dalla realtà di tutti i giorni, lontanissima da quella che dovrebbe essere una gestione equilibrata del gruppo. Tra i giocatori serpeggia il malumore da tempo. Sono diverse le situazioni non affrontate che invece richiedevano risposte pronte e nette. È impensabile dichiarare ai servizi di informazione intenzioni di fantomatici rinnovi con date e cifre molto diverse da quelle offerte realmente ai giocatori. La società ha volutamente speculato sull’attaccamento di alcuni giocatori alla città, sulla scomodità per qualcuno di cambiare squadra anche per problemi familiari ed ha pensato di farlo sull’onda dei risultati che le avevano dato ragione sino ad ieri.

Approdiamo al ragionamento su Carlo Ancelotti. Gli improvvisati “masanielli” che occupano la carta stampata e l’etere stanno dando sfogo a tutto il loro livore nei confronti della società e segnatamente contro il tecnico.

A questi signori che si uniscono alle “frecciatine” presenti tutti i giorni sui tre quotidiani sportivi, a partire dalla rosea che sembra voler portare avanti una sorta di crociata anti Napoli, da napoletani si dovrebbe dire che devono smetterla. Neanche quello che si professa il più competente, il più blasonato, il più esperto (il nostro è il paese degli esperti) ha in questo momento i giusti elementi per analizzare la situazione. A conforto di questo pensiero basta valutare come supinamente in società si stia aspettando il ritorno del presidente dagli Usa per saperne qualcosa.

Tutti quelli che parlano dovrebbero evidenziare quest’aspetto. Ed allora la domanda nasce spontanea: perché non lo fanno? La risposta è semplice: la critica, l’attacco, il cercare il capro espiatorio, lo schierarsi con il più forte di turno fa comodo, procura ascolti, fa leggere il proprio servizio su questa o quella testata. Chi si azzarda a parlare di ultimatum, di fiducia a termine lo fa sulla scorta delle proprie elucubrazioni. Ad Ancelotti si può obiettare soltanto di essere stato in estate e di continuare ad essere in questo momento un’aziendalista, una persona seria, un grande professionista che avrebbe chiaramente evitato uno scontro così pericoloso per la stagione in corso. Per la cronaca, se fossero vere le liste di proscrizione e l’elenco dei capi rivolta, la prima decisione che la società avrebbe dovuto prendere sarebbe stata quella di togliere la fascia di capitano ad Insigne e magari mandarlo in tribuna per diverse partite.

Se una decisione del genere non è stata presa solo due sono le possibili ragioni: 1) tutto quello che viene detto in questi giorni è frutto della fantasia; 2) la società non ha svolto bene il suo lavoro come una situazione del genere richiedeva.
Ancelotti in questo potrebbe avere una parte di responsabilità ma c’è da dire che questa situazione l’ha subita, come l’hanno subita i giocatori.

È il momento di reagire negli spogliatoi ed in campo con una grande prestazione a Liverpool e con la ripresa di un cammino decente in campionato.

È il momento di intervenire con equilibrio, facendo sapere che le sanzioni saranno semplicemente quelle previste dai regolamenti e ricucendo i rapporti con i giocatori in bilico da parte della società. Non c’è più tempo per delegare e per cercare di addossare la responsabilità della mancanza di risultati al tecnico per accontentare quella parte della piazza che la pensa così e tutti quelli che la fomentano e che non vogliono bene né alla città né alla squadra.

pubblicato il 24 novembre 2019