Battuto il Brescia si va in Belgio per la Champions

Battuto il Brescia si va in Belgio per la Champions

L’EDITORIALE

Battuto il Brescia si va in Belgio

Dal campionato alla Champions League cercando di evitare pericolosi e deleteri cali di tensione

di Giovanni Gaudiano

Il Napoli riparte: spreca tanto, soffre parecchio ma porta a casa una vittoria che si rivelerà molto importante nel corso della stagione. Ancelotti ha dovuto inventare in pochi minuti una difesa praticamente inedita che ha retto agli assalti di un Brescia che ha cercato di sfruttare soprattutto i calci piazzati, le cosiddette palle inattive.

Ha segnato anche Mario Balotelli, presentatosi in campo con sua figlia, napoletana come la mamma, strappando qualche applauso. Forse super Mario poteva arrivare in azzurro, qualche pensiero sarà stato anche fatto negli anni passati ma al termine della partita qualche piccola intemperanza ha confermato che la scelta societaria, semmai ci sia stata, è andata nella giusta direzione. Spiace dirlo ma il ragazzo continua a sprecare il suo talento.

Chi non ha intenzione di farlo è Fabian Ruiz. Con lui in campo il Napoli è un’altra squadra in attesa di vedere al suo fianco un Allan più continuo e uno Zielinski meno condizionato e frenato nel rendimento da una scarsa determinazione nei momenti nevralgici della partita. Anche Di Lorenzo ha fatto capire che, seppur in ritardo di qualche anno rispetto a Ruiz, non getterà al vento la grande occasione che gli si è presentata occupando con personalità e capacità la posizione di centrale dopo l’infortunio di Maksimovic.

Per opportuna equità non si può tacere delle prestazioni di Mertens e Callejon. Si parla per entrambi di rinnovi contrattuali difficili, si vedono in altre squadre giocatori più avanti negli anni che continuano ad offrire un ottimo rendimento proprio nel nostro campionato. Ci si augura che la società faccia le opportune considerazioni e trattenga entrambi. A proposito, Mertens è arrivato a -1 da Maradona. Forse in Belgio partirà dalla panchina ma ci si augura che sin alla prossima gara possa pareggiare il conto.

Il finale è dedicato a Kalidou Koulibaly. Se il Napoli ieri non avesse vinto la partita per gli infortuni in difesa, la situazione poteva pesare sul senegalese che contro il Cagliari si è lasciato andare anche se poteva avere qualche ragione. Koulibaly dopo la sfortunata autorete dello Stadium sembrava aver ripreso la strada giusta. Ora giocherà in Belgio e poi salterà Torino per rientrare dopo la sosta per le nazionali in campionato, si spera che il suo rendimento e la sua concentrazione ritornino ad essere quelle di cui il Napoli ha bisogno.

pubblicato il 30 settembre 2019

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

TESTIMONE DEL TEMPO

Quella volta che Diego fece un gol mondiale

La storia di tanti incontri, di incroci e il ricordo del grande Diego, autore di uno dei gol più belli che ancora oggi non si dimentica

di Mimmo Carratelli

Toh, il Brescia dei gemelli Filippini, Emanuele 1,67 e Antonio 1,68, piccoli furetti di un calcio lontano che ebbero l’onore e il piacere di giocare fianco a fianco con Pep Guardiola, 2001-2003, proprio lui, il Pep, che a trent’anni arrivò al Brescia ruspante di Carletto Mazzone perché voleva giocare con Roberto Baggio, il suo idolo.

Quel Brescia di Roberto Baggio, il delizioso inarrivabile putto vicentino che passò dalla Fiorentina alla Juventus per 25 miliardi (1990) e dalla Juventus al Milan per 18 (1995) e, a fine carriera, lui il sommo artista di Caldogno, finì in provincia per guadagnarsi l’ultima convocazione in nazionale che però non ebbe dopo avere giocato in tre Mondiali. Quel Brescia di Baggio e Guardiola noi del golfo azzurro non lo vedemmo mai perché, sul punto di affogare, annaspavamo in serie B fra Ferlaino, Corbelli e Naldi, e finì in fallimento, mentre il Brescia giocava magnificamente in serie A, a metà classifica, e Andrea Pirlo vi disegnava le prime traiettorie magiche a ventidue anni. Toh, il Brescia e Brescia, la città dove è nato Ottavio Bianchi, figlio di un tipografo, perciò a noi più caro, e amico, Brescia la leonessa d’Italia perché resistette agli austriaci (1849), la squadra bresciana anch’essa leonessa contro il Napoli capace di resistere agli azzurri 14 volte in trentasei scontri in serie A, 14 pareggi che fanno il paio con le 14 vittorie del Napoli (e 8 sconfitte).

Un osso duro il Brescia, compagno degli azzurri in nove campionati di serie B, uno proprio trionfale (1964-65) con Brescia e Napoli promossi, quel Napoli dell’indimenticabile petisso Pesaola che alla maglia azzurra, da giocatore e da allenatore, ha dato il cuore e di più, e Faustinho Canè fece il cannoniere (12 gol) per la promozione.

Emanuele e Antonio Filippini

Una storia a singhiozzo col Brescia per i saliscendi delle due squadre, una storia che cominciò negli anni Trenta col Napoli di Ascarelli e Garbutt, e Vojak prendeva a pallate le “rondinelle”, tre gol persino a Giuseppe Peruchetti, della provincia bresciana che giocava anche in nazionale. Ma il capolavoro resta quello di Maradona (e chi se no?) il 14 settembre 1986, Diego fresco campione del mondo in Messico. Alla vigilia della partita, l’allenatore dei bresciani Giorgi anticipò: “Gol come Maradona li ha fatti agli inglesi e ai belgi al Mondiale, in Italia con le difese chiuse se li sogna”. E, invece, andammo a Brescia e il pibe lo smentì, ripetendo il prodigio messicano. Quasi alla fine del primo tempo, Diego accarezzò col petto il lancio di Bagni spalle alla porta, finse di andare al centro e si spostò a sinistra dribblando in dieci metri tre difensori bresciani e infilando di grazia il portiere Aliboni. Ovazione. Fu la prima partita di quel campionato (1986-87) che portò a Napoli il primo scudetto.

Ora arriva un Brescia pimpante. L’imprenditore agricolo cagliaritano Massimo Cellino, per vent’anni presidente del Cagliari, dopo le avventurose sortite in due club inglesi, ha preso il Brescia nel 2017 per 6,5 milioni di euro in serie B portandolo in A. Sulla panchina Eugenio Corini, un bresciano di provincia, che avemmo a Napoli, filiforme ed elegante centrocampista, nel campionato 1993-94, con Lippi allenatore e orgogliosa qualificazione in Coppa Uefa. Corini giocò solo 14 partite. Aveva un bel tiro “da fuori”, ma non fece mai gol. Il gioiello della squadra è l’attaccante Alfredo Donnarumma, 29 anni, di Torre Annunziata, ex Empoli. Il Brescia ha buoni giocatori, l’attaccante francese Ayé, 22 anni, dal Clermont per 2,5 milioni, il gigantesco portiere finlandese Joronen dal Copenaghen (26 anni, 1,97) e, negli ultimi giorni di mercato, ha fatto un colpo dietro l’altro riportando Balotelli in Italia, che dopo la squalifica potrà scendere in campo al San Paolo, Matri e Romulo.

Sarà la terza partita di campionato al San Paolo, lo stadio finalmente disponibile dopo i lavori di ristrutturazione che hanno riguardato gli spalti, gli spogliatoi e i servizi che hanno costretto il Napoli a giocare in trasferta le prime due gare di campionato. Il Napoli è ancora accreditato come sfidante della Juventus per lo scudetto, affiancato quest’anno dall’Inter di Conte e Lukaku. Gli azzurri giocheranno per la ventitreesima volta alle 12,30. La partita all’ora del ragù porta bene agli azzurri: 15 vittorie, 3 pareggi, 4 sconfitte. Mai contro il Brescia sinora. Ed è Mertens il cannoniere di mezzogiorno con 10 gol segnati. 

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Balotelli: il problema con l’azzurro

Balotelli: il problema con l’azzurro

L’AVVERSARIO

Balotelli: il problema con l’azzurro

Il Napoli sfiorato più volte, un talento naturale senza continuità e la voglia di rivalsa nella sua Brescia aspettando Mancini

di Lorenzo Gaudiano

“Penso di essere un genio, ma non un ribelle”.

Con questa frase, pronunciata con un sorriso audace e quasi certamente sarcastico, Balotelli descrisse se stesso qualche anno fa, anche se nei meandri della propria interiorità Super Mario, soprannome dai più gradito, tuttora ci crede davvero a quanto dichiarato. L’egotismo non gli è mai mancato, derivato probabilmente da una vita difficile vissuta sin dalla tenera età che nemmeno il calcio ha saputo in un certo senso migliorare, come è capitato ad altri suoi colleghi sfortunati. Provare a calarsi nei suoi panni per certi versi fa paura, diventa necessario però se si vuole avere un’idea chiara di un giocatore che maturo forse non sarà mai, come uomo neanche, ma che prova insistentemente a cambiare nonostante le avversità e un disegno astrale che gli ha tolto ma al tempo stesso dato tanto.

Due famiglie che non bastano

La storia di Balotelli parte dal Ghana, patria dei genitori Thomas e Rose Barwuah che, immigrati a Palermo, danno alla luce una stella calcistica che nella sua carriera ha avuto grandi difficoltà a risplendere con continuità. La famiglia vive in una condizione economica sicuramente non agiata, a ciò si aggiungono i problemi intestinali del piccolo Mario che lo hanno obbligato nei primi anni di età a numerosi ricoveri in ospedale. Poi il trasferimento a Bagnollo Mella, in provincia di Brescia, e purtroppo l’operazione diventa inevitabile. I servizi sociali consigliano l’affido ad una famiglia che fosse in grado di garantirgli uno spazio adatto per la sua convalescenza. Ad accoglierlo furono Francesco (che oggi non c’è più) e Silvia Balotelli che, seppur con due figli già sulle spalle, si innamorano di Mario come se fosse figlio loro.

Il calcio nelle vene

Mario cresce. Di sport ne pratica tanti ma a conquistarlo è il gioco del calcio, verso cui mostra un’inclinazione naturale. A sette anni i primi calci al pallone presso l’U.S.O. San Bartolomeo e le minacce dei genitori dei suoi compagni di squadra, che non tolleravano il brutto carattere di Balotelli. Dopo tre mesi il passaggio alla squadra dell’oratorio parrocchiale di Mompiano (quartiere di Brescia) e subito club importanti rimangono colpiti dal suo talento. Si parte dal Lumezzane, poi l’esplosione all’Inter, la prima esperienza internazionale al Manchester City con il suo mentore in panchina Roberto Mancini, che lo aveva fatto esordire con i nerazzurri in Serie A, il ritorno in Italia sponda Milan, i mesi difficili al Liverpool e la fuga in Francia, prima al Nizza e poi al Marsiglia. Fino ad arrivare ad oggi, al “suo” Brescia, che Mario ha riabbracciato con gioia ed entusiasmo per riconquistare i palcoscenici più importanti e ritrovare se stesso dal punto di vista calcistico.

Una figlia vicina, una maglia lontana

Oggi Mario sfiderà il Napoli, a cui è stato spesso accostato senza che si avviasse una vera trattativa per il suo approdo in maglia azzurra. Eppure tra le tante belle città da lui visitate c’è stato posto anche per il capoluogo campano, in cui ha lasciato un importante segno di sé, o meglio una figlia insieme alla showgirl partenopea Raffaella Fico, con cui i conflitti si sono placati soltanto negli ultimi anni. Da calciatore chiacchierato a padre della piccola Pia, sembra una conversione religiosa ma in realtà non lo è. Perché Mario difficilmente cambierà, va accettato così com’è, con le sue uscite, i suoi momenti di gloria, le sue parentesi turbolente e tranquille ad intermittenza. La sua presenza in campo sarà un pericolo costante, basta ricordare nel 2011 la gara nel girone di Champions vinta dagli azzurri dove Balotelli mise in difficoltà la retroguardia del Napoli, siglando il momentaneo pareggio. Con la maglia del Milan invece nel 2013 a San Siro Mario sbagliò contro i partenopei un rigore dopo 21 trasformazioni consecutive dal dischetto. L’augurio è che oggi tra le rondinelle calchi il prato del San Paolo il Mario di San Siro, perché in piena autostima ed erculea forma fisica Balotelli per il suo talento ed il suo genio un po’ sregolato può mettere in ginocchio qualunque squadra.

Balotelli in Nizza-Napoli

Balotelli dentro e fuori dal campo:

“Mi è bastato vederlo cinque minuti per convincermi che fosse un giocatore straordinario. Quando a Mario chiedevo di fermarsi mezz’ora in più per un po’ di tecnica individuale, mi rispondeva sempre che doveva andare a studiare. E di fronte allo studio, mi inchinavo. Qualcosa però non tornava, così un giorno lo affrontai a muso duro. La verità era che scappava perché lo aspettavano all’oratorio di Concesio per giocare a calcetto. Lì per lì recitai la parte dell’arrabbiato. Poi, quando Mario se ne andò, scoppiai a ridere. Aveva un cuore d’oro fin da ragazzo”

Valter Salvioni, suo allenatore al Lumezzane nel 2006

“Sembra che tutto il mondo abbia sempre qualcosa da dire su di lui e per Mario a volte può essere pesante. È fantastico, come giocatore e come ragazzo. Nel bene e nel male. Sarà sempre speciale per me, lo rispetto molto”

Roberto Mancini

“Io e Mario ci sentiamo tutti i giorni per Pia. Quando la porta in giro dai suoi amici, la mostra tutto orgoglioso. Dice che somiglia tutta a lui ma un pochino ha preso anche da me perché se somigliasse solo a Mario non sarebbe così bella. Gli dico così e lui si arrabbia”

L’ex compagna Raffaella Fico

“Balotelli è entrato nel lignaggio dei geni incompresi: ambizioso come un medico, brillante come Da Vinci e bello come Mastroianni, distrugge presto il suo talento con tutti i bambini del vicinato. Ai loro genitori non piace, soprattutto perché è l’unico nero sul campo”

Da un articolo de “L’Equipe”

“Giocavamo a Kazan. Avevo soltanto lui a disposizione. A fine primo tempo si fece ammonire. Negli spogliatoi 14 dei 15 minuti dell’intervallo parlai solo con lui. Gli dissi: «Mario non ho come cambiarti. Gioca solo la palla e se gli avversari ti istigano non reagire. Ti prego». Dopo 15’… cartellino rosso”

José Mourinho nell’anno del successo in Champions

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Cellino nemico pubblico al San Paolo

Cellino nemico pubblico al San Paolo

LA GARA DEL SAN PAOLO

Cellino nemico pubblico al San Paolo

Il Napoli prima di partire per il Belgio alla caccia dei tre punti contro il Brescia dell’ex Corini e del napoletano Donnarumma

di Bruno Marchionibus

La Sirena Partenope contro la Leonessa d’Italia

Ciuccio contro Rondinelle. Ma anche, più romanticamente, la Sirena Partenope, figura mitologica il cui corpo, arenatosi tra gli scogli di Megaride dopo il suicidio causato dal dolore per il rifiuto di Ulisse, secondo la leggenda diede origine a Napoli, contro la Leonessa d’Italia, appellativo dato a Brescia da Giosuè Carducci per renderle merito del coraggio con cui insorse contro gli austriaci nelle Dieci Giornate del 1849. Il capoluogo campano e la provincia lombarda, calcisticamente accomunate dal biancoazzurro, che nel Brescia deriva direttamente dal gonfalone della città mentre nel Napoli dagli stemmi della famiglia reale Borbonica, rappresentano realtà estremamente diverse tra loro, eppure proprio nello sport il pubblico bresciano ha dimostrato di saper amare personaggi ben lontani dal tipico rigore del Nord: uno su tutti Carletto Mazzone, eletto a idolo dopo la famosa corsa sotto la curva dell’Atalanta. Sarà comunque anche la solita sfida di Massimo Cellino che non ha mai nascosto già a Cagliari l’antipatia verso Napoli ed i napoletani. Bisognerà accoglierlo con simpatia e una buona dose di fischi.

Gioventù e talento in mezzo al campo

Passando all’aspetto sportivo, la sfida tra partenopei e lombardi propone dal punto di vista tattico innanzitutto un interessante confronto tra due schieramenti al centro del campo giovani e zeppi di qualità. Nello scacchiere di Ancelotti, ruolo centrale hanno infatti gli uomini di metà campo, da Allan a Fabian Ruiz, da Zielinski fino alla rivelazione di inizio stagione Elmas, giocatori ormai di livello internazionale che si troveranno di fronte elementi come Tonali, chiamato da Mancini in Nazionale Maggiore a soli 18 anni, e Dimitri Bisoli, figlio dell’allenatore ed ex calciatore Pierpaolo, fondamentali nel 4-3-1-2 di Corini. L’arma in più degli azzurri potrà naturalmente essere la rapidità e l’imprevedibilità dei propri attaccanti, con Mertens e Lozano su tutti apparsi già in condizione e pronti a mettere in difficoltà la retroguardia delle Rondinelle, ma occhio anche al reparto offensivo del Brescia; tutte le attenzioni di inizio stagione sono su Balotelli, tornato a casa per provare a sfruttare l’ultima chance per lasciare il proprio segno in Serie A, ma anche Donnarumma, con un passato in Campania con la maglia della Salernitana, è pronto a dimostrare di essere un bomber in grado di ben figurare nel massimo torneo.

Edmundo contro Bisoli
Ancelotti e Corini: lotta a centrocampo

Ancelotti e Corini, come tanti loro colleghi, sono la dimostrazione che chi da calciatore ha ricoperto il ruolo di centrocampista, grazie alla visione di gioco che tale posizione consente di avere, ha probabilmente una marcia in più nell’intraprendere la carriera di allenatore. Il palmares del tecnico emiliano parla da solo; le vittorie nazionali ed internazionali in giro per l’Europa certificano come la presenza in panchina del tre volte Campione della Champions sia decisamente il valore aggiunto che questo Napoli può mettere in campo nel competere per i primi posti in Italia e per far bene in Coppa. Ma anche Corini, che da giocatore ha vestito la maglia azzurra nella stagione 1993/94, può fornire al Brescia un’arma in più, consistente nella voglia di riaffermarsi in massima serie, già assaggiata con Chievo e Palermo, dopo aver allenato per alcune stagioni in B.

I precedenti tra Giordano, Baggio e Marek

I precedenti tra Napoli e Rondinelle disputati al San Paolo raccontano di sfide emozionanti e ricche di gol; sembra quindi solo un caso che l’ultimo confronto a Fuorigrotta (2011), caratterizzato da gol fantasma e rigori più che dubbi non concessi, sia terminato sullo 0 a 0. Nell’anno del primo Scudetto Maradona e compagni si imposero sui bresciani per 2 a 1 grazie alle reti di Ferrara e di Bruno Giordano su rigore, mentre nel 1999/00 gli uomini di Novellino con un secco 3 a 0 ai lombardi firmato da Stellone, Schwoch e Bellucci, compirono un passo decisivo verso la promozione in Serie A. Nomi importanti, infine, figurano tra le ultime marcature del Brescia in casa azzurra: nel 2001 Roberto Baggio con una fenomenale punizione pareggiò all’ultimo minuto il gol di Amoruso, sottraendo al Napoli due punti poi risultati decisivi nel mancato raggiungimento della salvezza, mentre nel 2006/07, anno del campionato di B vinto con Reja, nel 3 a 1 del Napoli il gol degli ospiti fu realizzato da un ragazzino slovacco che proprio in riva al Golfo avrebbe vissuto la quasi interezza della sua straordinaria carriera: Marek Hamsik.

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019

Koulibaly e Manolas gli insostituibili

Koulibaly e Manolas gli insostituibili

FRAMMENTI

Koulibaly e Manolas gli insostituibili

Ci sono giocatori di cui il Napoli non può fare a meno. Nonostante le difficoltà difensive gli azzurri avrebbero meritato più punti

di Giovanni Gaudiano

Gli argomenti che hanno occupato il mondo dell’informazione sul Napoli negli ultimi periodi sono stati diversi. Si è parlato della quota abbonamenti, della campagna acquisti, di investimenti e bilanci con interventi da parte di autorevoli opinionisti, soprattutto televisivi, che con professionismo cercano di accattivarsi il favore popolare, l’audience per tenere in piedi contratti di rilievo. La città non ha bisogno di questi imbonitori e la squadra tanto meno.

ABBONAMENTI

La tendenza verso quello che appare come un disamore è ragionevole pensare che abbia diverse motivazioni. Certo è vero ed è plausibile che il tifoso medio voglia vedere gli azzurri arricchire la bacheca ma chi non ricorda lo stadio strapieno quando si sapeva che non si sarebbe potuto competere per nulla già in partenza? Maurizio de Giovanni, attento e acuto osservatore della cose partenopee, ha formulato una diagnosi largamente condivisibile: “Il San Paolo è uno stadio con molti posti e quindi è possibile reperire il biglietto anche all’ultimo momento e poi gli orari spesso sono scomodi perché le ragioni televisive impongono al Napoli di giocare spesso di sera”. Altri hanno tirato in ballo lo scudetto mancato nel 2018, altri ancora pensano che De Laurentiis non sia simpatico mentre taluni ritengono che l’offerta televisiva abbia annacquato la passione da stadio. La verità è presente in tutte queste ipotesi e si può anche azzardare evidenziando come l’apporto della provincia, da sempre serbatoio del tifo azzurro, è diminuito per il tempo da impiegare per andare allo stadio. C’è anche da considerare il fattore economico che spesso viene sottovalutato, anche se va considerato lo sforzo fatto dalla società per rendere più accessibili gli abbonamenti. Poi ci sono le gare di Champions, alle quali nessuno vuole mancare, dove il costo è ovviamente più elevato. La stagione che sta vivendo il Napoli probabilmente ad un certo punto fornirà qualche risposta che, ben analizzata, ci dirà quale componente di questo discorso è la più giusta.

MERCATO

È bastato che il Napoli ingaggiasse Manolas perché quelli che “sanno di calcio” parlassero di una difesa tra le più forti d’Europa, salvo rivedere i giudizi dopo i sette gol nella prime due partite. Anche in questo caso la verità sta nel mezzo e forse il presidente poteva evitare qualche giudizio sui giocatori scesi in campo allo Stadium. De Laurentiis si è affrettato anche ad affermare che l’allenatore coglie la volontà dei giocatori più importanti di essere in campo e quindi sceglie la squadra considerando una serie di opportunità. Qui una ragionevole critica va mossa: Maksimovic, Luperto e Tonelli, i naturali sostituti di Koulibaly e Manolas, anche al massimo della forma non valgono i titolari non ancora in forma piena. Il discorso coinvolge quindi il mercato. Il Napoli ha lavorato bene per i capitali impiegati pari quasi allo zero se si considerano le uscite, gli incassi sicuri per la prossima stagione e i pagamenti dilazionati per chi è arrivato. Va dato quindi il giusto riconoscimento a De Laurentiis, a Chiavelli e a Giuntoli ma anche ad Ancelotti che, facendo di necessità virtù, senza stravolgere i piani finanziari della società ha consigliato giovani già pronti ma con una grande prospettiva, con l’unica eccezione per l’innesto di un solo uomo d’esperienza (Llorente) per arricchire e differenziare l’attacco senza spendere praticamente nulla. La conclusione di questo editoriale è riservata al presidente per augurargli un buon lavoro nella commissione dell’Eca nella quale è stato inserito. È solo un primo passo, è un riconoscimento e non va considerato come un punto d’arrivo. La storia dell’Eca è particolare, le società che l’hanno voluta vantano dei diritti che sanno di corporativismo. Se Aurelio De Laurentiis ritiene di essere una novità in un “mondo di parrucconi”, deve approfittare di quest’opportunità per stringere amicizie ed accordi per la sua società e per la nostra città.

pubblicato su Napoli n.15 del 28 settembre 2019