Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

/ AUTORI

Lorenzo Marone: la vita, la famiglia e le scelte

Da una scrivania d’avvocato a quella di scrittore. Con “Tutto sarà perfetto” Marone rinuncia a Napoli ed approda a Procida

di Lorenzo Gaudiano

Come può un avvocato lasciare la propria professione per diventare scrittore? Semplicemente percorrendo la strada intrapresa da Lorenzo Marone, che senza guardarsi indietro ha chiuso in un armadio la toga e riposto il codice in un cassetto per dedicarsi alla scrittura, la sua passione giovanile. Da una scrivania ad un’altra quindi, dal tribunale alla libreria con la determinazione, la volontà e la consapevolezza di dover ripartire da zero ma soprattutto con la certezza di aver imboccato la giusta direzione verso la propria felicità e soddisfazione. Editorialista de “la Repubblica” con la rubrica “Granelli”, l’autore napoletano oggi è impegnato in numerose presentazioni del nuovo romanzo “Tutto sarà perfetto”, che insieme ai precedenti lavori sta contribuendo alla sua crescita letteraria e al suo successo.

Dal primo romanzo ad oggi, quanto è cambiato Lorenzo Marone dal punto di vista narrativo e letterario?

«Sono cambiato come cambiamo tutti con il passare del tempo. Da questo punto di vista l’editoria è strana, perché oggi presento tutti i giorni un romanzo a cui in realtà ho lavorato circa tre anni fa. Per me rappresenta il passato, rispecchia una personalità completamente diversa. Nella scrittura a livello stilistico sono cambiato, credo di essere migliorato nel senso che ogni specie di lavoro spinge a perfezionarsi continuamente. Non penso di aver perso la mia voce, la mia tendenza a parlare di vita, di temi come la famiglia, le scelte, i rimpianti con uno sguardo prevalentemente ironico. Un filo che accomuna tutti i miei personaggi è rappresentato dalla loro capacità di guardarsi dentro e cambiare la propria vita».

La scrittura è sempre stata la sua passione. Era destino che la riabbracciasse.

«È sempre stata per me uno strumento terapeutico, un modo per dare un senso alle cose che succedevano attorno a me. Negli anni di studio e lavoro come avvocato non ho più scritto. Ne sentivo l’esigenza ed è per questo che a trentatré anni ho lasciato la professione per tornare a scrivere. Nessuno può decidere di diventare scrittore, si scrive per necessità di esternare il proprio mondo e rifugiarsi in altre storie. Nel corso degli anni poi, nonostante abbia incontrato tante ritrosie e sia sbattuto contro tanti muri, non mi sono mai arreso. Ci sono voluti anni perché arrivassi al grande pubblico».

Quindi un percorso lungo e difficile.

«Con Edizioni La Gru pubblicai il mio primo romanzo che fu letto da 200 persone. Mi sentivo frustrato perché non riuscivo a farmi leggere. Erano anni in cui non mi sono comunque fermato, anche se mi sentivo inascoltato. Conoscendo questo mondo, adesso capisco quanto sia difficile farsi notare. Quello dell’editoria è un mondo dove però la bravura prima o poi viene fuori».

Importante è stato il sostegno della sua famiglia.

«Ai tempi in cui non volevo più fare l’avvocato mia moglie Flavia avrebbe potuto ricordarmi l’importanza del lavoro che stavo lasciando e la responsabilità di una famiglia. Invece non mi ha mai tarpato le ali, anzi mi ha spronato a cercare la mia strada. Tutto quello che sono oggi lo devo a lei».

La presentazione di “Tutto sarà perfetto” alla Feltrinelli di Napoli
In merito alla sua passione, ha qualche aneddoto da condividere?

«Risale ad una decina di anni fa, quando ritornai a scrivere dopo un periodo di inattività. Ancora vedo dinanzi a me l’immagine di mia moglie che, distesa a letto, leggeva un racconto di due pagine a cui mi ero dedicato. Pendevo dalle sue labbra, era la prima volta nella mia vita che sottoponevo qualcosa di scritto ad una persona. Tutt’oggi lei è la mia prima lettrice».

Parlando di lettura, c’è probabilmente qualche autore che è stato importante per la sua formazione.

«In realtà non ho dei punti di riferimento veri e propri. Mi piace molto leggere e tutto quello che ho letto mi ha sempre assorbito. Amo particolarmente la letteratura americana perché descrive la società senza la prosopopea di quella europea, che guarda meno alla sostanza. Penso a Philip Roth, Jonathan Foer e Charles Bukowski, un uomo che secondo me aveva capito tutto della vita. Per la narrativa contemporanea invece amo i libri della Morante».

Come ne “L’isola di Arturo” anche “Tutto sarà perfetto” è ambientato a Procida. Gli altri suoi romanzi invece sono ambientati a Napoli.

«Dal punto di vista letterario Napoli offre innumerevoli spunti. Come diceva Eduardo De Filippo, è un teatro aperto, pieno di contraddizioni sulle quali si fonda anche la letteratura, fatto di personaggi più che di persone. È un calderone da cui attingere, una fonte di ispirazione narrativa. L’ho raccontata tanto e cambiare ha rappresentato per me una sfida divertente e stimolante per misurarmi con la descrizione dell’ambientazione. La città partenopea per me rimane fondamentale, mi ha regalato tanto».

Oltre ai suoi libri, anche la rubrica su “la Repubblica” di Napoli “Granelli”.

«Nei miei lavori cerco di parlare di vita attraverso piccole storie, piccoli mondi, cerco di puntare lo sguardo sul minuscolo. Volevo fare questo anche con una rubrica giornalistica, i granelli di sabbia sono una cosa minuscola che messa insieme fa spiaggia. Da qui l’idea di chiamarla così, perché sono le piccole cose attraverso cui si manifesta la poesia della vita».

Sono giunte quasi al termine le Universiadi, che hanno offerto un contributo importante al rilancio della città.

«Una manifestazione bellissima, che ha portato Napoli al centro dell’attenzione mediatica. Quando si riunisce, la nostra città riesce sempre a dare qualcosa in più a livello di accoglienza».

Avendone la possibilità, c’è qualche aspetto di Napoli che vorrebbe diverso?

«Dal punto di vista privato abbiamo la grande dote di essere empatici nel far sentire gli altri a proprio agio e farcene carico, ma della città ce ne freghiamo e non la sentiamo nostra. Ce ne freghiamo quando la attaccano, la sporcano, non reagiamo mai per difenderla se non a parole. Dal punto di vista pubblico, sarebbero necessari maggiori investimenti nella scuola, nei quartieri difficili con apertura di biblioteche e centri di accoglienza».

Passiamo al calcio. Grandissimo tifoso del Napoli, quest’anno si punta a giocatori di blasone per il salto di qualità.

«Con Benitez è successa la stessa cosa. È chiaro che su questa sessione di mercato ci sia la mano di Ancelotti. Mi piacerebbe che fosse sempre così, cioè che si riuscissero a prendere gli “scarti” delle squadre migliori d’Europa per continuare a crescere anno dopo anno e rimanere sempre competitivi».

pubblicato su Napoli n.12 del 13 luglio 2019

Sergio Brancato: l’emozione della sorpresa

Sergio Brancato: l’emozione della sorpresa

/ SCAFFALE PARTENOPEO

Sergio Brancato: l’emozione della sorpresa

Dice di essere timido quando deve parlare di quello che scrive. Pensa che la comunicazione sia sempre in evoluzione

di Marina Topa

Sociologo, scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista radiotelevisivo, docente di Sociologia dei Processi Culturali presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli “Federico II”, Sergio Brancato, attento studioso della comunicazione, si racconta.

Lei ha realizzato un approfondito studio storico-sociologico sulle relazioni tra media, tecnologie e immaginario e le loro influenze sull’industria culturale. Come è nato il suo interesse per l’argomento e quali sono stati i risultati che più l’hanno sorpresa?

«Il mio lavoro di ricerca si basa sull’emozione della sorpresa, quella che provavo da bambino nei riguardi di tutto: romanzi, comics, film, telefilm, opere teatrali. Ero ammaliato dal mondo di parole e figure che ritrovavo sulla carta dei libri, degli albi a fumetti, sugli schermi del cinema e della televisione, nei dischi. La mia educazione sentimentale nei riguardi del vivere è cominciata così, incatenato alle storie come Ulisse all’albero maestro della propria nave nell’ascoltare il canto delle sirene. Crescendo, questa passione non si è affievolita anzi ha richiesto un salto di qualità, quello di capirla meglio, comprendere le ragioni della sua forza e il senso della sua importanza. Tra tutte le strade possibili ho scelto la sociologia della cultura, la disciplina che studia gli aspetti basilari della vita quotidiana. L’incontro all’Università di Napoli con il mio maestro Alberto Abruzzese, il più importante intellettuale italiano in questo campo di studi, mi ha aiutato a individuare il percorso da seguire e gli strumenti teorici da adottare. Ho capito che ciò che mi spingeva verso le narrazioni era l’idea che ogni storia ci spiega il mondo e il nostro posto in esso. In altri termini, noi siamo le storie che ascoltiamo. Sin da bambini, sino alla fine».

La passione per la scrittura l’ha spinta ad occuparsi di letteratura di vario genere: saggistica, fumetto, racconti e a collaborare come giornalista con importanti testate di quotidiani e riviste. Dove è più facile riconoscere l’uomo Sergio Brancato?

«E chi lo sa? Credo di essere me stesso in ogni parola che scrivo, in ogni discorso che affronto. Mi sforzo sempre di essere intellettualmente onesto. Ma confesso una cosa: benché possa apparire il contrario, sono in realtà una persona timida. Parlare in pubblico mi è sempre costato fatica, ho dovuto lavorarci per anni. Eppure, se tengo una conferenza o presento un mio libro di saggistica sono di norma disinvolto, mentre nell’affrontare il pubblico con un’opera di narrativa – tipo il mio libro di racconti noir Città del sole e della luna o le avventure del commissario Ricciardi a fumetti che scrivo per la S. Bonelli Editore – mi prende sempre un po’ di panico. Perché nelle storie cosiddette “di finzione” ci si mette emotivamente in gioco assai di più».

Ci può fare un bilancio tra vantaggi e svantaggi nelle relazioni umane, conseguenti alle modifiche comunicative indotte dall’evoluzione dei linguaggi digitali?

«Le relazioni umane sono atti di comunicazione. Ma tutta la comunicazione, sin dall’invenzione preistorica del linguaggio e poi del segno grafico con le pitture rupestri, è conseguente al nostro rapporto con la tecnica. Voglio dire che la specie umana è ciò che è poiché vive con la tecnologia e grazie a essa. Ogni mutamento del sistema dei media genera resistenze e conflitti tra il vecchio e il nuovo, fra la tradizione e l’innovazione. Ai suoi tempi perfino Platone ebbe da ridire sul diffondersi della scrittura! Eppure l’umanità va avanti e si trasforma continuamente, adottando sempre nuovi modi per comunicare. Ed è ciò che, almeno sin qui, la fa sopravvivere. Io sono quindi molto curioso per il futuro dell’età digitale».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

Ancelotti: la città ed il pubblico da riportare allo stadio

Ancelotti: la città ed il pubblico da riportare allo stadio

Con il nostro direttore Giovanni Gaudiano

/ COPERTINA

Ancelotti: la città ed il pubblico da riportare allo stadio

Riproponiamo l’intervista di Carlo Ancelotti tenutasi presso la sede del quotidiano Roma con il direttore Sasso ed altri colleghi

di Giovanni Gaudiano

Oggi a Bologna termina di fatto la prima stagione di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli. Nella sua recente visita alla redazione del quotidiano “Roma”, ospite del direttore Antonio Sasso, il tecnico emiliano ha ripercorso l’intera stagione del Napoli ma ha anche parlato della città, del suo rapporto con i napoletani senza dimenticare le sue origini. Ancelotti ha stretto con calore le mani di tutti i presenti, ha ascoltato brevi storie con interesse, ha dispensato il suo franco sorriso a chiunque lo abbia avvicinato e si è prestato all’obiettivo del fotografo, Ciro De Luca, e di tutti quelli che con il cellulare hanno voluto immortalare il momento. Nel piccolo rinfresco organizzato ha assaggiato un dolce, ha evitato il fritto, poi si è soffermato a guardare la collezione di prime pagine disposte sulle mura della redazione, ascoltando con attenzione il racconto del direttore Sasso sulla nascita del più antico quotidiano di Napoli e sulla ragione del suo nome.

Il tutto con una semplicità e con una disponibilità che ha riproposto durante il fuoco incrociato delle domande rivoltegli dai redattori del “Roma”.

«Mi ripeto, Napoli è una città eccezionale. Abito in alto e dormo con le tapparelle alzate perché ho il privilegio di assopirmi con lo spettacolo delle luci del golfo e svegliarmi con il primo sole che illumina questa splendida città».

Qualcuno prova a chiedergli cosa pensa che proverà quando lascerà la nostra città, è una domanda alla quale Ancelotti si capisce non vorrebbe rispondere ma non la elude.

«Non ci penso, vorrei restare il più a lungo possibile per portare a compimento un progetto vincente. Non sono venuto a pettinare le bambole, cosa che ho detto anche a Dimaro lo scorso anno, anche se qualcuno ha pensato che volessi alludere all’impegno di vincere lo scudetto sin da subito».

Il tecnico ancora una volta esprime con chiarezza i suoi pensieri. Napoli per Carlo Ancelotti, nelle sue intenzioni, non è una stazione di transito, non è un trampolino di lancio come lo è stato per qualche suo predecessore e non è neanche il modo per contare su un giusto contratto. Il tecnico è credibile quando esprime il suo piacere nell’essere alla guida di questa squadra.

E quando qualcuno gli chiede che idea si è fatto dei napoletani, ecco la conferma.

«Sono persone pronte ad aiutarti, qualche volta magari eccedono nella disponibilità ma mi ricordano tanto la vita e le consuetudini dei contadini della mia terra, quella dove darsi una mano a vicenda era la regola spontanea che non aveva bisogno di nessuna richiesta. Sono emiliano, sono nato e cresciuto in una famiglia con queste caratteristiche ed oggi mi piace stare con chi mi riconosce, mi sorride, mi apre la propria porta invitandomi a prendere un caffè anche se poi in qualche caso si eccede in confidenza. Finisco per comprenderlo, ne capisco le motivazioni che sono da cercare nelle caratteristiche proprie del popolo napoletano e sorrido perché in fondo è giusto così».

Poi la conversazione si sposta anche sugli affetti, sulla famiglia. Qual è il rapporto con i suoi figli, che padre pensa di essere stato?

«Sono stato sempre presente, anche se la mia attività mi ha portato a viaggiare molto ed essere lontano da casa. Non ho mai cercato di imporre ai miei figli le mie idee. Li ho seguiti, ne ho favorito per quanto possibile la realizzazione dei loro progetti. A Davide che da un po’ di tempo lavora con me ho sempre detto che bisogna studiare di continuo, prepararsi, migliorarsi senza considerarsi mai arrivati».

Tornando al Napoli, che rapporto esiste tra Ancelotti e De Laurentiis?

«È una domanda che mi viene rivolta spesso. Con il presidente non c’è mai stata una discussione. Abbiamo idee e visione del calcio molto simili. Poi ha saputo portare in questi anni il Napoli ad un livello importante e credo che lavorando insieme si possa fare ancora tanto».

Allora ci sarà un mercato importante con l’arrivo di qualche fuoriclasse per puntare allo scudetto, all’Europa?

«Il Napoli è una società sana, amministrata con criterio ed equilibrio e non sarò certo io quello che modificherà quella che ritengo essere una virtù. Si fanno i nomi di tanti giocatori in entrata, alcuni però non sono alla nostra portata (ad esempio Barella, ndr) e quindi non è vero che lo seguiamo. Poi ci sono quelli che sono indecisi se venire a Napoli per problemi di natura personale. Infine sento dire che ci sarebbe chi voglia cambiare maglia ma ad oggi nessuno mi ha chiesto di andar via. Stiamo seguendo comunque molti profili, giovani interessanti e già pronti, cercheremo di scegliere quelli più adatti al Napoli, alla società ed alla città».

Si parla molto della fascia di capitano affidata dopo la partenza di Hamsik ad Insigne. Lo stesso presidente ha dichiarato che forse non è il profilo più giusto per questo particolare onere ed onore allo stesso tempo?

«Penso che in campo e fuori i capitani debbano essere tanti. La personalità non ha il suo peso solo nello spogliatoio o nei rapporti in campo con l’arbitro. Gente come Mertens, Callejon sono dei trascinatori in campo come in panchina, durante gli allenamenti e poi anche nella riservatezza dello spogliatoio, dove le parole hanno il loro peso e gli esempi sono di un’importanza capitale».

Che valore dà alla sua prima stagione in azzurro?

«Credo che abbiamo fatto abbastanza bene. Essere secondi con largo anticipo, aver disputato un buon girone in Champions e poi essere arrivati ai quarti in Europa League ritengo che non possa essere valutato con un segno negativo. Il Napoli è una società con le idee chiare. Faremo tutto il possibile per rinforzare la squadra e per giocare in uno stadio pieno che serve sempre, come ha dimostrato il ritorno di Champions della sfida Liverpool – Barcellona. Il Napoli non può prescindere dai suoi tifosi».

Terminate le domande è arrivato il tempo della conversazione libera da microfoni, registratori. Poi i saluti e la consapevolezza che davvero la città gli sia entrata nel cuore. Ancelotti ha le idee chiare, ha l’esperienza e la storia professionale dalla sua parte. Ora tocca alla città capire che la capacità professionale, l’educazione, l’equilibrio e la comprensione sono valori incommensurabili e che Ancelotti non deve dimostrare nulla. E tocca anche ai media evitare di soffermarsi su particolari di dubbio gusto e di poca importanza. Il tecnico ha spiegato con chiarezza il suo pensiero arrivando addirittura a parlare del suo contratto pur di tentare di evitare inutili polemiche. Se qualcuno ha pensato di metterlo in discussione probabilmente ha dimenticato non solo la storia professionale di Carlo Ancelotti ma soprattutto la sua capacità di essere un uomo, un “leader calmo” capace di far prevalere sempre la lealtà nei suoi discorsi. Bisogna attendere, pazientare, sostenere la squadra, circondarla di quel calore che per decenni è stato proverbiale per la maglia azzurra e lasciarlo lavorare in tranquillità come fece il Milan di Berlusconi nell’anno in cui partì malissimo e poi seppe riprendersi ed andare a vincere.

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

/ LE STORIE

Ilaria Petitto e la storia di “Donnachiara”

Un racconto che ha per protagonista Montefalcione, i suoi vini e l’evoluzione arrivata con Riccardo Cotarella

di Giovanni Gaudiano

Qualche curva in salita, la collina scalata in macchina che offre al passeggero la possibilità di guardare lo splendido paesaggio: gli alberi, le case coloniche, le ville e poi le vigne, i filari ordinati che nei loro sali scendi creano un disegno armonico, stupendamente ordinato. La meta è Montefalcione, un po’ più di 500 metri sopra il livello del mare, è un paese circondato da un meraviglioso paesaggio dove la serenità, l’equilibrio ti invitano a dare un valore diverso alla vita di tutti i giorni.

Ed è in questo posto che una nobildonna venuta da lontano, da un paesaggio completamente diverso come quello di Maiori sulla Costiera Amalfitana, seppe oltre un secolo fa dedicarsi alla campagna, per iniziare un’avventura che ancora continua e che oggi più che mai pare avere un futuro ben delineato. “Donnachiara” ti aspetta proprio là alla fine di un breve rettilineo, all’inizio di una curva con la sua entrata che non lascia intravedere l’interno. Poi si apre il cancello automatico e appare una suggestiva discesa alberata, lo splendido casale ed il meraviglioso vigneto che si apre alla vista del visitatore.

Ad attendere Ilaria Petitto e suo marito Francesco per mostrare i luoghi del loro lavoro e per parlare di un’attività che oramai è legata indissolubilmente alla famiglia che Antonio Petitto, nobile e medico del posto, ha saputo costruire con la prima Donnachiara, Chiara Mazzarelli venuta dal mare.

«Partiamo dal nome – racconta Ilaria Petitto – per chiarire che Chiara è mia madre e la Donnachiara del nostro marchio era la nonna di mia madre che le era legatissima. Mia madre parla molto spesso di sua nonna descrivendola come una donna moderna, capace di occuparsi delle attività di famiglia che erano legate ai possedimenti della casata del nonno di mamma che si era trasferito da Roma, dove si era laureato in agraria, ad Avellino dove aveva queste proprietà. Mia madre andava spesso in campagna con sua nonna, era un periodo dove la faceva da padrona la mezzadria, e c’era questa casa colonica che ancora oggi esiste dove nei miei ricordi di bambina vedo ancora questi quattro stanzoni dove vivevano quattro distinte famiglie. C’era la stalla vicino alle cucine ed oltre alla vite venivano coltivati il grano ed il tabacco: era un’atmosfera per noi bambini molto affascinante».

Il racconto si interrompe appena qualche secondo, il tempo di degustare un buon caffè e poi Ilaria riprende.

«Mio nonno dopo il terremoto del 1980 comprese che questa zona dell’Irpinia si stava votando molto alla viticoltura e quindi ritenne che la cosa più opportuna, visto anche che i coloni erano andati via, fosse riconvertire tutta quest’azienda agricola a vigneto anche perché Torre alla Nocelle ricade nella zona dell’areale del Taurasi. L’azienda quindi fu tutta convertita alla produzione di Aglianico ed il desiderio di mio nonno era quello di edificare proprio in quel posto una nostra cantina. Successivamente pensammo di costruire la nostra cantina a Montefalcione in considerazione del particolare che con Lapio sono gli unici comuni dove le docg di Taurasi e Fiano si accavallano. Si tratta, peraltro, di due comuni molto particolari anche perché da un punto di vista scenografico sono i più belli. I miei genitori si innamorarono di questa collina dove poi siamo riusciti a costruire la nostra cantina. Con il senno di poi posso dire però che la scelta ci ha un po’ penalizzati perché a Montefalcione, comune agricolo, non incentivano le aziende che hanno bisogno di spazi e noi, che siamo l’unica azienda ecosostenibile, potremmo nel rispetto dell’ambiente avere uno spazio maggiore senza sconvolgere l’attuale paesaggio ma non riusciamo ad avere i permessi necessari».

Ilaria Petitto che ha studiato alla Luiss si occupa dell’azienda da dieci anni, prima era gestita dai due genitori Antonio e Chiara, che hanno iniziato entrambi come insegnanti per poi dedicarsi ad attività imprenditoriali. Non avrebbe mai immaginato di occuparsi di vino ma colta dalla passione per quest’attività, che lei stessa definisce bellissima, ha deciso di dedicarle il suo tempo anche se si tratta di un business complicato dai ritorni molto lunghi.

«La cosa più bella è la capacità che ha il vino di creare rapporti, di unire. È anche singolare come una bottiglia di vino faccia dei percorsi impensabili, arriva ovunque e per noi che abbiamo puntato molto sul mercato estero oggi la soddisfazione più grande è vedere attraverso i social pubblicate le nostre bottiglie dalla Corea al Sudafrica sino agli Stati Uniti».

La vocazione verso l’estero, verso quella che Ilaria chiama una fuga verso un paese diverso, come suggeriscono i suoi ripetuti viaggi lontano dall’Irpinia, non ha però intaccato la voglia di restare, di lavorare in e per questo territorio che lei stessa definisce.

«La campagna irpina è un territorio selvaggio, autentico e bellissimo. Ogni mattina provo la sensazione di innamorarmene anche perché l’ambiente ti dona una grande serenità e questo mi fa pensare che tanti anni fa la mia bisnonna, pur essendo venuta da un mondo totalmente diverso, provò le stesse sensazioni e quindi decise di dedicarsi a questa terra».

Che vantaggio comporta la coltivazione della vite in questo territorio?

«La coltivazione in altezza consente una maturazione più lenta ed una vendemmia ritardata e poi, anche se non si direbbe, protegge le piante da quegli inconvenienti naturali tipo le gelate primaverili».

Con il Professore Riccardo Cotarella
Mercato interno, mercato estero dove Donnachiara è riuscita ad oggi a collocarsi meglio?

«Abbiamo corretto il tiro, eravamo sbilanciati sul mercato estero, in particolare su quello americano, il che non era sano per un’azienda delle nostre dimensioni. Oggi siamo in linea e il nostro inserimento negli Stati Uniti rappresenta un terzo del nostro fatturato. La restante parte è equamente divisa tra mercato interno e quello europeo».

Ci avviamo alla fine della chiacchierata non senza prima soffermarci su Riccardo Cotarella e sull’importanza del suo lavoro per Donnachiara.

«Ritengo che l’esperienza e la professionalità del dr. Cotarella abbiano dato un valore aggiunto enorme al nostro impegno. Personalmente ho studiato diritto e non avevo conoscenze nel campo vitivinicolo. Ho sempre pensato indipendentemente da tutto che il rapporto con l’enologo fosse fondamentale e che dovesse essere soprattutto incentrato sulla comunicazione. Questo modus agendi è iniziato proprio con Riccardo Cotarella sin dal 2015 e le ragioni sono da ricercarsi in due aspetti: il primo è che si tratta di una persona umanamente ricca, frutto dei tanti successi ottenuti negli anni e poi perché il dr. Cotarella che è anche un professore ha la capacità di saper trasmettere le sue conoscenze, la sua attitudine di influenzare positivamente le aziende. Credo che ci siamo reciprocamente scelti e per noi ha rappresentato un cambiamento a 360 gradi, una svolta sia tecnica che nell’organizzazione e nella ricerca della qualità dei vini».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

/L’ANALISI

Di Fusco: portiere, preparatore e … attaccante!

L’ex estremo difensore azzurro parla di Meret e di quanto sia cambiato il ruolo del portiere nel corso degli ultimi anni

di Bruno Marchionibus

Una vita nel calcio, prima da giocatore e poi da allenatore e preparatore dei portieri nonché una recente esperienza come coordinatore regionale del settore giovanile e scolastico della FIGC Campania. Raffaele Di Fusco è un pezzo di storia del Napoli, secondo portiere alle spalle di Garella e Giuliani negli anni degli scudetti, ed anche uno dei pochissimi estremi difensori ad aver disputato uno spezzone di partita in attacco, subentrando a Careca nel corso di Ascoli-Napoli nel 1989.

Meret, Ospina, Karnezis. Il reparto portieri del Napoli può essere considerato il più completo della Serie A?

«Sicuramente. Meret è attualmente uno dei migliori giovani nel ruolo, Ospina ha esperienza internazionale e Karnezis garantisce affidabilità».

Parlando nello specifico di Meret, si può dire che le sue prestazioni siano andate oltre le aspettative?

«La cosa che più mi ha impressionato del numero uno partenopeo è la tranquillità, il modo in cui grazie alla sua tecnica di braccia fa apparire facili anche le parate difficili, qualità importantissima per un portiere. L’ex spallino è uno tra i migliori prospetti italiani; è logico che come tutti i giovani presenti ancora un margine di miglioramento notevole, e starà ai tecnici riuscire a tirare fuori dal giocatore tutte le sue potenzialità».

Sotto quali aspetti crede che possa crescere ulteriormente?

«Credo che il ragazzo al momento, ad esempio, a volte tenda a stare un metro più indietro rispetto alla posizione che dovrebbe acquisire sulle palle laterali; questo è un qualcosa su cui potrà crescere tramite una costruzione fisica che gli permetta però di mantenere le grandi doti elastiche che già possiede. Può migliorare ancora, inoltre, nella tecnica di gambe e nel gioco con i piedi».

Crede, quindi, che il portiere azzurro possa rappresentare il futuro oltre che del Napoli anche della Nazionale?

«Assolutamente sì. Ribadisco che ritengo Meret un ragazzo di grandissima prospettiva, e credo che lui e Donnarumma saranno i portieri dell’Italia per i prossimi dieci anni».

Aprendo una parentesi su Ospina, pensa che il Napoli dovrebbe riscattare il colombiano?

«Come dicevo Ospina porta in dote esperienza ed affidabilità. Tra i fattori “interni” da tenere in considerazione ai fini della riconferma, la società valuterà certamente qual è il rapporto che si è instaurato tra lui ed il portiere scuola Udinese, per la cui crescita il sudamericano potrebbe svolgere un ruolo da “chioccia”; è chiaro che, in tal caso, sarà compito dell’allenatore mantenere gli equilibri tra i due. Io sono convinto che Meret debba giocare il più possibile, per acquisire quanto prima l’esperienza che, inevitabilmente, ancora gli manca; anche il gol subito a Napoli contro l’Arsenal rappresenta una tappa di crescita, perché è anche da episodi così che un portiere ha la possibilità di maturare».

Terminata la carriera da calciatore, lei è stato per anni preparatore dei portieri in diverse società. Quanto, ad oggi, è cambiato il ruolo dell’estremo difensore rispetto a quando giocava?

«Tantissimo. Oggi ogni squadra ha tre portieri in organico e tutti hanno nel corso della stagione occasione di scendere in campo, mentre ai miei tempi eravamo in due ed il secondo giocava solo in casi di emergenza; una volta si cercava il portiere di trent’anni, già esperto, a differenza del calcio attuale in cui ci si affida spesso ai giovani. Ci sono stati, poi, cambiamenti tecnici, dati dalla modifica di alcune regole; all’epoca io ero bravo con i piedi, ma questo era un fondamentale non così richiesto, dato che si potevano bloccare i retropassaggi con le mani. Ed è cambiato tanto anche dal punto di vista del posizionamento e della preparazione, in quanto attualmente esistono tecniche di allenamento molto più evolute».

E poi ci sono i nuovi palloni, che per i portieri hanno complicato non poco le cose …

«È vero; all’epoca non si conosceva il lavoro sulla propriocettività degli arti superiori. Oggi, invece, i palloni leggeri che cambiano facilmente traiettoria hanno portato a rendere fondamentale lo sviluppo di allenamenti specifici in questo campo. I palloni di una volta erano notevolmente più pesanti; ti rompevano le dita (ride, ndr), ma andavano dritti».

A proposito di ciò, lei qualche anno fa ha brevettato il “deviatore di traiettoria”, uno strumento che molte squadre hanno adottato negli allenamenti degli estremi difensori.

«Sì, il “deviatore di traiettoria” lavora sulla propriocettività e sui tempi di reazione, e si è rivelato un ottimo strumento nella preparazione dei portieri. La prima società che lo acquistò fu la Juventus ai tempi in cui Buffon era infortunato alla spalla, poiché durante un convegno in materia ad Assisi fu certificato come questo attrezzo fosse quello che più rispecchiava la realtà del campo, e quindi fosse anche estremamente adatto alla rieducazione dopo un problema fisico come quello subito dal portiere della Nazionale».

pubblicato su Napoli n.10 del 25 maggio 2019