“Costruire un festival è come scrivere un romanzo”

“Costruire un festival è come scrivere un romanzo”

/ COPERTINA

“Costruire un festival è come scrivere un romanzo”

Il Direttore artistico del Napoli Teatro Festival Ruggero Cappuccio parla del teatro e dell’importanza della scrittura

di Giovanni Gaudiano

Da qualche giorno la nostra città e non solo è pervasa dall’anelito del teatro, degli spettacoli. È la cultura che cancella la consuetudinarietà della routine e che si impossessa per 37 giorni delle prime pagine e che dà sfogo a tutta la sua grande profondità, alla bellezza, grazie al richiamo di una serie di rilevanti rappresentazioni previste nel programma dell’edizione del 2019 del Napoli Teatro Festival Italia. Al di là del fatto che ne è il direttore artistico, con Ruggero Cappuccio se ne potrebbe parlare comunque. Durante l’intervista in un passaggio ha chiaramente detto che la sua passione, il suo entusiasmo crescono quando vede realizzati lavori altrui di qualità, di successo perché il teatro ha bisogno di tutti e forse tutti avrebbero bisogno del teatro, anche se a volte non lo sanno.

La prima domanda è scontata ma poi non tanto. Dovendo scegliere, quale ruolo dei tanti che ha rivestito e riveste sente più suo?

«Non mi sono mai posto il problema delle differenze tra i vari ruoli che ho ricoperto in campo artistico. In realtà sono ruoli apparentemente diversi ma intimamente congiunti. Ho sempre interpretato il mio lavoro come lo può interpretare un artista che ha una bottega e che vive per alcuni anni un innamoramento per gli oli su tela, viene poi attratto da un periodo di particolare fascino espressivo legato agli acquerelli e poi per due anni della sua vita lavora la terracotta e poi per altri due anni ancora si occupa soprattutto del marmo e così via. In realtà, se ci riflettiamo un momento, tutti i canali espressivi di cui mi sono occupato sono legati dalla scrittura. Per fare teatro bisogna scrivere, così come per fare un romanzo ed anche per fare un film la base è la scrittura. Quindi il comune denominatore di tutte queste attività è sicuramente la scrittura».

Forse a questo punto il direttore artistico può rappresentare la somma, con la sua funzione di organizzazione e raccordo con le istituzioni?

«Il Festival lascia pensare ad un uomo d’azione mentre lo scrittore è un immaginario che ci apre una porta sull’uomo di pensiero. Però costruire un festival è come scrivere un romanzo, con la differenza che i personaggi del romanzo sono nel pieno dominio dello scrittore mentre i personaggi di un festival essendo viventi si muovono, si spostano e questo rende le cose più difficili ma anche più affascinanti. In fondo sono uno scrittore, colui che fondamentalmente immagina, poi il fatto che usi una penna per scrivere è relativo. Basta pensare a Socrate che è stato uno dei più grandi scrittori dell’umanità senza aver usato mai la scrittura vera e propria ma è stato tanto bravo da mettere in condizione gli altri di farlo».

Analizzando i suoi lavori si nota la volontà di spaziare senza soffermarsi a lungo sullo stesso argomento. Volendo fare dei paragoni si sente più vicino a Lucrezio, ad Epicuro o addirittura al grande eclettico Plinio il Vecchio?

«Ho chiuso con il mio narcisismo vent’anni fa (sorride, ndr), non sono più interessato all’ego ma alla co-creazione. Per dirlo in maniera chiara, io sono felice quando posso condividere con altri la felicità. Quando nella vita si arriva al punto in cui lo spettacolo bello lo fai tu o un altro e ciò per te è la stessa cosa, si raggiunge uno stato di pace con se stessi che ti aiuta a vivere molto bene e ti aiuta a fare il direttore di un festival avendo totale disinteresse per se stessi, perché è importante essere interessati alla bellezza del processo che attivi. E qui torna di nuovo Socrate, quando diceva ai suoi discepoli che non è importante chi di noi trovi la verità: l’importante è che la si trovi».

Quanto le costa dedicarsi a questa splendida manifestazione e dovere per forza di cose rallentare le altre sue attività??

«Lavoro di notte per cercare di non tralasciare nulla. Un mese fa è uscito un mio libro edito da Feltrinelli, intitolato “Paolo Borsellino- Essendo Stato”. Ho terminato di girare un docufilm incasellandolo nell’unico periodo in cui era possibile farlo ed ora sono in fase di montaggio. Il Festival soprattutto in una città come Napoli è totalizzante perché bisogna metterci il corpo se si vuole che le cose funzionino».

Nel programma del Napoli Teatro Festival spiccano ovviamente le prime che sono sempre molto attese. L’allargamento della divisione in sezioni con l’inclusione di spazi e laboratori riservati ai giovani e la grande rilevanza della sezione internazionale dimostrano una notevole crescita di interesse attorno alla manifestazione.

«In realtà la cosa sta così. Se vogliamo continuare a credere che il teatro consista nell’azione in cui qualcuno parla su un palcoscenico a qualcun altro che ascolta, allora abbiamo capito poco perché il teatro è un crocevia di esperienze. Uno scrittore generalmente a teatro incontra degli attori, quindi la parola scritta diventa parola agita, parola suonata. Queste due entità incontrano uno scenografo, che è un artista dell’immagine, e poi queste tre entità incontrano un musicista, un compositore che deve dare vita ad un’intersecazione tra musica e parola. Poi arriva il direttore della fotografia e si potrebbe andare avanti all’infinito pensando ai coreografi, ai maestri d’armi e poi a tantissime figure per cui il teatro è di fatto un crocevia di tante esperienze artistiche che fanno parte della storia dell’umanità. Allora ho voluto un festival organico perché io credo fortemente nel concetto di interdisciplinarietà. Il teatro ha a che fare con tutto e tutti hanno a che fare con il teatro».

Ci sono due aspetti nel Napoli Teatro Festival Italia che credo vadano evidenziate: la prima riguarda la possibilità concessa ad autori, registi, attori e produttori di mettere in scena i propri lavori; la seconda è volta agli spettatori per i quali un’inusuale politica di contenimento dei costi sta consentendo una maggiore partecipazione.

«Queste sono le due cose che mi rendono più orgoglioso. Il nostro è un Festival impostato sulla contemporaneità. Lo specifico di questa manifestazione è che l’85% dei lavori rappresentati sono scritti da autori viventi, contemporanei o appartenuti all’ultimo cinquantennio del ‘900. Il secondo aspetto che mi fa piacere rimarcare è che quando sono venuto qui ho trovato il costo del biglietto d’ingresso agli spettacoli a 34 euro. A chi ci stavamo rivolgendo con un costo di questo genere, a quale classe sociale? Siccome io amo le cose moderne, che in genere sono le più antiche, e quindi amerei che come nel quarto secolo a.C. la gente come ad Atene entrasse a teatro gratis, ho decimato sensibilmente il prezzo del biglietto perché il teatro ha uno scopo sociale, civile che ritengo sia una cosa da tenere sempre in debita considerazione. Oltretutto siamo molto fortunati perché la Regione Campania è quella che fa l’investimento più corposo per quel che riguarda un festival di teatro. Bisogna riconoscerlo, non c’è nessun’altra regione in Italia che investa cinque milioni di euro su una manifestazione di questo genere. Sarebbe quindi una forte contraddizione destinare questo finanziamento, volto a tutta la cittadinanza, a beneficio di chi può consentirsi il lusso di spendere per un paio d’ingressi 70 euro per una serata al teatro».

La manifestazione è alle porte ed è il terzo anno della sua direzione artistica. C’è sempre l’emozione come per il primo giorno di scuola o sta già pensando a cosa proporrà il prossimo anno?

«Cosa farò il prossimo anno già lo so. Però debbo ammettere che l’emozione c’è tutta, perché nella nostra attività prevale il concetto di non saperlo fare, di non essere sicuri del risultato. In caso contrario, saremmo degli abitudinari, sarebbe un lavoro fondato sulla consuetudine. L’emozione in questo lavoro c’è sempre perché ogni volta mettiamo in campo una sfida, prima di tutto con noi stessi».

Concludendo due parole sulla splendida esperienza del Premio Strega sfiorato nel 2008 ma forse moralmente vinto.

«Fu un’avventura nata completamente a mia insaputa, mi sono svegliato una mattina ed ho scoperto di essere tra i finalisti del Premio e devo ammettere che non ho mai avuto passione per i premi che mi ricordano qualcosa di scolastico. Ricordo che Gianni Bisiach a quell’epoca intervistato disse che “La notte dei due silenzi” era di gran lunga il libro più meritevole di vincere il premio. Mi fu chiesto cosa ne pensassi di tale dichiarazione ed io risposi che allo Strega non concorrono gli scrittori ma gli editori e che le prime cinque posizioni si potevano ritenere già assegnate. Il mio libro era edito da Sellerio, che per la prima volta andò tra i finalisti dello Strega, ed arrivò sesto. Vorrei anche sottolineare come i circa 400 votanti del premio ricevono la settimana prima delle votazioni i 12 libri selezionati. Ora ritengo che per leggerli si dovrebbe essere un po’ tutti dei piccoli Giacomo Leopardi, avendo così poco tempo. Quindi come si vota? E poi molti giurati sono stati o sono legati alle più importanti case editrici. Ci sono di tanto in tanto delle favorevoli congiunzioni astrali che favoriscono libri meritevoli ma sono determinate in buona parte dagli ostruzionismi e dagli ostacoli che le stesse importanti case editrici frappongono tra di loro. In quel caso si verifica la vittoria del milite ignoto».

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Le plusvalenze: apparenza e realtà

Le plusvalenze: apparenza e realtà

Jorginho con la maglia del Chelsea

/ L’APPROFONDIMENTO

Le plusvalenze: apparenza e realtà

Il Napoli dell’era De Laurentiis è una delle società che meglio ha saputo gestire questa determinante posta di bilancio

di Francesco Marchionibus

Come ogni anno, alla conclusione del campionato l’attenzione generale viene catturata dai temi del calciomercato, e tra i tifosi oltre che di voci, ipotesi, sogni e speranze, da qualche tempo si discute sempre più di contratti, bilanci e plusvalenze. E in effetti nel calcio di oggi, che è (o dovrebbe essere) caratterizzato dal Fair Play finanziario e dunque da ben precisi equilibri di bilancio, per le società il mercato rappresenta l’occasione, oltre che per migliorare le proprie squadre, anche per ottenere ricavi attraverso le “plusvalenze” generate dalla vendita dei giocatori.

Ma cerchiamo di approfondire un po’ cosa sono e come maturano le plusvalenze di bilancio in una società di calcio.
Tecnicamente la “plusvalenza” sulla cessione di un calciatore è il ricavo che deriva dalla differenza fra il valore di vendita e il valore che è registrato in quel momento nel bilancio della società dopo aver sottratto gli ammortamenti del periodo in cui è stato di sua proprietà.

Acquistando un calciatore, la società acquisisce il diritto a godere delle sue prestazioni sportive per la durata del contratto sottoscritto: questo vuol dire che il costo di acquisto, per essere correlato correttamente all’utilità che ne deriva per la società, dovrà essere imputato a bilancio suddividendolo negli anni di durata del contratto del calciatore.

Se ad esempio la società acquista un calciatore pagandolo 10 milioni con un contratto di cinque anni, il costo del calciatore andrà “ammortizzato” in cinque anni, imputando a bilancio per ogni anno un costo di 2 milioni.

Gonzalo Higuain e la plusvalenza di 86.300.000 milioni di euro

Parallelamente, nel bilancio della società il valore del calciatore diminuirà di un quinto al termine di ogni stagione, perché la sua utilità si ridurrà progressivamente all’avvicinarsi della scadenza del contratto.

Questo vuol dire che se la società cederà il calciatore dopo tre anni di contratto sui cinque previsti, in quel momento il valore di bilancio sarà di 4 milioni: se la cessione avverrà ad un “prezzo” superiore, la società otterrà una plusvalenza, e dunque un ricavo da imputare a bilancio, altrimenti dovrà sopportare una minusvalenza e cioè un costo che andrà a gravare sul bilancio.
In altri termini, se la società dopo tre anni di contratto decide di vendere per 7 milioni il giocatore acquistato a 10, anche se apparentemente “ci perde” tre milioni in realtà ottiene una plusvalenza, e dunque un ricavo, di 3 milioni rispetto al valore residuo del calciatore.

Per alcune società i ricavi da plusvalenza in realtà sono complementari se non secondari rispetto a quelli ottenuti da biglietti e abbonamenti, diritti TV, sponsorizzazioni, sfruttamento dei marchi, vendita di gadgets, magliette, ect; per altre invece le plusvalenze da cessioni diventano una voce fondamentale per mantenere i bilanci in equilibrio.

Il Napoli, che rientra tendenzialmente in questa seconda categoria di società, ha realizzato negli ultimi dieci anni plusvalenze complessive per oltre 250 milioni (al netto delle minusvalenze), supportando così in maniera significativa i risultati di bilancio, ma è riuscito sempre a conciliare l’esigenza di ottenere plusvalenze con quella di mantenere la squadra competitiva.

Nell’ultimo decennio infatti se da un lato le cessioni eccellenti sono state solo cinque (Lavezzi, Cavani, Higuain, Jorginho e Hamsik), tanto che il Napoli statisticamente è la prima squadra in Italia e la nona in Europa per stabilità dell’organico (come certificato da un recente studio del CIES Football Observatory), dall’altro il valore complessivo della rosa è costantemente aumentato e la squadra si è oramai stabilizzata ai vertici del calcio italiano.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Ruiz per una volta contro l’azzurro

Ruiz per una volta contro l’azzurro

/ PROFILI

Ruiz per una volta contro l’azzurro

Gli inizi ed i sacrifici della madre. Si allena con il desiderio di emulare il suo idolo Xavi ed arriva a Napoli grazie agli Ancelotti

di Lorenzo Gaudiano

Spagna 1996. È il mese di aprile e a Los Palacios y Villafranca vede la luce un bambino con la passione per il calcio nelle vene ed un talento pronto a sbocciare con il passare degli anni. Qualche mese più tardi ai quarti di finale degli Europei di calcio in Inghilterra la sua Spagna fu eliminata dai padroni di casa dopo la lotteria dei rigori. Fabiàn Ruiz era ancora troppo piccolo per comprendere e soffrire con i propri connazionali, in quel momento sfiduciati e inconsapevoli dei grandi traguardi che sarebbero stati conseguiti di lì a poco.

“Mamma è la persona più importante per me. Ha fatto di tutto affinché potessi giocare a calcio”

Con un pallone da calcio sempre tra le mani, anche quando si adagia sotto alle coperte per dormire, Fabiàn cresce. Tra le dritte della scuola calcio vicino casa sua e il divertimento con i suoi coetanei, il dono naturale ricevuto dal giovane spagnolo viene incanalato nella giusta direzione. Le voci sul suo talento cominciano a girare in Spagna e la società più rapida e pronta ad offrirgli un’opportunità di svolta è il Betis di Siviglia. Del resto, Madrid e Barcellona lo avrebbero allontanato troppo dalla sua mamma e dai suoi fratelli, a cui il piccolo Fabiàn, che allora aveva solo 8 anni, è molto legato.

“Mi sono innamorato del calcio grazie a Xavi. Sogno di ripercorrerne le orme”

Nel settore giovanile della squadra biancoverde comincia a spianarsi per il giovane Ruiz la strada verso i campionati più importanti. Inizialmente i suoi pochi centimetri di altezza fanno pensare ad un clone spagnolo di Messi. La sua improvvisa e sorprendente crescita cambia le carte in tavola. Il ruolo più adatto per lui viene individuato nella zona nevralgica del campo, dove Fabiàn aveva un modello a cui ispirarsi: Xavi Hernandez. Oltre alle due finali di Champions nel 2009 e nel 2011 vinte con il Barcellona, arrivano le vittorie agli Europei 2008 e 2012 e il Mondiale nel 2010, tutti successi ottenuti con il contributo a centrocampo di un giocatore straordinariamente forte ed unico nel suo genere. Fabiàn allora comincia a cullare un piccolo sogno, ovvero di diventare come il suo grande idolo.

“Napoli è una città che mi piace: la gente ti accoglie come se fossi parte della famiglia. Il modo di vivere il calcio è molto simile a quello di Siviglia”

Nel 2014 il debutto con la prima squadra, il prestito semestrale nel 2017 all’Elche ed infine l’esplosione definitiva grazie ai consigli del tecnico biancoverde Quique Setién, a cui Fabiàn probabilmente deve tutto. È arrivato il momento però per lo spagnolo di evolversi, di misurarsi con un calcio diverso per completare il suo percorso. Il progetto del Napoli lo attira particolarmente, soprattutto dopo l’ingaggio in panchina di Ancelotti. I connazionali Albiol e Callejon lo aiutano ad integrarsi, Mertens gli mostra di sera il fascino della città partenopea e lo porta ad assaggiare la pizza, che lo spagnolo stranamente non gradisce. Dopo un ottimo campionato arriva anche la chiamata della Nazionale maggiore, a cui Ruiz non può rispondere per una brutta influenza. Di tempo ce ne sarà in futuro per vestire la maglia un tempo indossata dal suo idolo, al momento invece per il giovane spagnolo c’è l’Under 21 spagnola e l’Europeo. Oggi sfiderà proprio l’Italia e il popolo napoletano appassionato di calcio quasi certamente farà il tifo anche per lui.

Dicono di lui:

“Dimostra ogni giorno che vuole migliorare sempre di più, continua a fare passi in avanti in tutto (fisico, carattere…), con l’animo del leader del futuro”

Il quotidiano Diario de Sevilla

“È un giocatore completo. La sua dote migliore è il fatto di essere tremendamente competitivo. Fabián è la fusione tra il lavoro per la squadra di Lampard e la qualità tecnica di Guti”

Miguel Valenzuela (suo scopritore)

“Sta diventando un grande calciatore. Ha davanti un futuro molto incoraggiante. Gli piace essere protagonista con il pallone. Ha qualità, sa inserirsi, sa imporre i tempi, si muove bene negli spazi stretti. Mi ricorda molto Glen Hoddle, uno di quei giocatori con grande personalità che non buttavano mai via una palla, nonostante la pressione”

Quique Setién (suo allenatore al Betis)

“È un giocatore continuo, ha grande passo e grande presenza. Per l’età che ha, possiede grande personalità”

Carlo Ancelotti

“Ha un tiro bestiale. Ha avuto il grande coraggio di affrontare un campionato difficile come quello italiano e sta crescendo con il Napoli”

Luis Enrique

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

La sfida di “Correre” al Teatro Sannazaro

La sfida di “Correre” al Teatro Sannazaro

/ LA RAPPRESENTAZIONE

La sfida di “Correre” al Teatro Sannazaro

La parabola di Emil Zàtopek interpretata da Andrea Renzi, tratta dal libro di Jean Echenoz adattato per l’occasione da Antonio Marfella

di Giovanni Gaudiano

La maratona, i 5000 e 10000 metri piani in pista. Siamo ad Helsinki, è il 1952 e l’uomo che corre e vince ha una cadenza particolare. Lo hanno definito “la locomotiva umana”, ha già conquistato l’oro olimpico a Londra nel 1948 nei 10000 metri ma il suo volto durante la corsa esprime sempre sofferenza, come se da un momento all’altro si dovesse fermare mentre invece riparte, scatta, ciondola la testa lasciandosi dietro gli avversari che non capiscono come faccia. Emil Zàtopek, il caparbio cecoslovacco, spiegherà con sincera umiltà quella smorfia con queste poche parole: “Non avevo il talento per correre e sorridere al tempo stesso”.

Grande successo al Teatro Sannazaro con “Correre”, adattamento di Antonio Marfella dal libro dello scrittore francese Jean Echenoz.

«Trovo una grande affinità tra l’attività dell’attore e quella dello sportivo – spiega Andrea Renzi – nel senso che come attore io credo che il centro della nostra professione sia proprio il rapporto con il corpo, il rapporto con la prestazione, cioè la performance, quindi riuscire a misurarsi senza tralasciare la sfida che caratterizza entrambe le attività. In fondo è proprio il desiderio di sfidare un limite che finisce per essere il motore, la motivazione sia per uno sportivo che per un artista di palcoscenico o di altre scene di tipo virtuale che siano televisione o cinema ed altro ancora. Mi sono sentito vicino a questo impegno, che vede al centro la storia di un campione mitico come Zàtopek in uno sport che un po’ conosco per aver corso qualche mezza maratona e per questo ho pensato di poter capire forse di più la fatica, le lunghe ore di allenamento di una disciplina dove la sfida è continua. Mi ha appassionato molto poter raccontare questa storia con il mio linguaggio, quello dell’attore che entra in questo mondo altrettanto competitivo».

Sei tornato nuovamente a collaborare con Claudio Di Palma …

«Con Claudio è stato per me un ritorno proprio in Sportopera. Due anni fa ho interpretato il racconto di un tuffo intitolato “Per sempre lassù”. È stata un’esperienza molto bella, ambientata all’Accademia di Belle Arti dove abbiamo utilizzato una sala trasformandola quasi in una piscina con l’aiuto del pittore e scenografo Lino Fiorito, amico e collaboratore da sempre. Quest’anno, questo lavoro ha visto la presenza di un coro di voci bianche, Alma Choir, diretto da Stefania Rinaldi per un adattamento molto particolare ed è stata una bella parentesi nel mezzo di una fitta serie di impegni».

Zàtopek ha corso una vita intera. Ha cercato il suo limite ogni giorno anche quando l’età non gli permetteva più di misurarsi agonisticamente. Ed è questa forse l’unica differenza con l’attore, che può permettersi di salire le scalette o uscire dalla quinta e calcare le tavole del palcoscenico provando a migliorarsi ancora sino all’ultimo giorno della propria esistenza.

pubblicato sull’inserto di Napoli dedicato al Napoli teatro Festival Italia del 26 maggio 2019

Claudio Di Palma – Il teatro e lo sport

Claudio Di Palma – Il teatro e lo sport

/ LA SEZIONE

Claudio Di Palma – Il teatro e lo sport

Una passione che spazia dal teatro alla regia, alla didattica sino allo sport seguendo l’insegnamento di Enzo Striano

di Giovanni Gaudiano

Potresti parlare per ore con Claudio Di Palma e non solo di regia, teatro, letteratura, sport e tanto altro ancora. Volendo per un attimo confermare, se fosse necessario, la sua versatilità e la sua continua ricerca basta ripercorrere gli impegni nei quali il curatore della sezione Sportopera del Napoli Teatro Festival Italia è impegnato proprio in questi giorni. Di Palma è impegnato come attore in un docufilm su Napoli diretto da Ruggero Cappuccio, s’appresta a seguire l’intera sezione Sportopera al teatro Sannazzaro e poi sarà, dulcis in fundo, in scena dal 27 al 29 giugno al Teatro Grande di Pompei nell’allestimento dell’Edipo a Colono, liberamente tratto proprio da Cappuccio dalla tragedia di Sofocle per la regia di Rimas Tuminas.

Si tratta quindi di un periodo particolarmente effervescente ma d’altronde diversamente non potrebbe essere per chi è stato allievo di Enzo Striano.

«La mia esperienza scolastica superiore consumata nell’Istituto Tecnico Industriale non sarebbe potuta essere migliore. Eravamo nei primi anni 70’ e Striano mi ha aperto la mente per poi poter proseguire in altra direzione i miei studi. Quella fase è stata per me importante per quello e non soltanto. Si è trattato di un incontro formativo che sarebbe auspicabile per qualunque giovane ancora oggi, perché mi dette una visione non soltanto della scuola ma dell’esistenza che io intimamente porto così profondamente dentro tanto da utilizzarla ogni volta che mi approccio a qualsiasi sistema didattico. È stato per me un incontro fondamentale avvenuto in periodo per me altrettanto fondamentale come quello dell’adolescenza durante il quale gli incontri giusti o sbagliati ti possono cambiare la vita. Nel mio caso Striano è stato in grado insieme a tanto altro di dare un linguaggio alle mie passioni a partire dallo sport».

Cosa c’è di quell’esperienza nel lavoro didattico che t’impegna in seno al Teatro Stabile di Napoli?

«La mia attività di coordinamento discende da quegli insegnamenti ricevuti. Ne è figlia. La scuola è diretta da Mariano Rigillo e quest’anno stiamo completando il primo anno del secondo triennio. Quando il teatro diventa oggetto di didattica io la lezione di Enzo Striano non la dimentico ma cerco di applicarla quotidianamente».

A settembre poi Claudio Di Palma sarà impegnato nel preparare “La Grande Magia” di Eduardo De Filippo, una produzione del Teatro Stabile di Napoli per la regia di Lluis Pasqual al Teatro San Ferdinando.

«Sarò in scena con Nando Paone in un’accoppiata che si presenta come molto singolare e che ad entrambi procura una grande curiosità oltre al fatto di vedere Eduardo ripensato da un grande artista catalano».

È arrivato il momento di parlare di Sportopera, di quello che rappresenta in seno al Napoli Teatro Festival Italia e dei contenuti che offrirà anche quest’anno.

«La sezione è stata inserita nel programma tre anni fa quando Ruggero Cappuccio è diventato direttore. Si tratta della ripresa di un progetto che già curavo nel 2004 incentrato sulla drammaturgia sportiva che avevo costruito con Vesuvioteatro, che si occupa sin dal 1996 dell’organizzazione e dell’ideazione di eventi e rassegne teatrali. È un modo per vedere lo sport da tante angolazioni, attraverso tante storie che non sono sempre vincenti. Tutto Sportopera si basa sull’errore sportivo, ovvero dove il record, la capacità massima di prestazione e lo stile attraverso cui al record si aspira non trovano più un parallelismo, un equilibrio. In questo festival analizziamo quando questo errore non genera cose negative, finendo per diventare una risorsa insperata».

pubblicato sull’inserto speciale di Napoli dedicato al Napoli Teatro Festival Italia del 26 maggio 2019