Franco Porzio: “Lo sport richiede sacrificio”

Franco Porzio: “Lo sport richiede sacrificio”

/ LO SPORTIVO

Franco Porzio: “Lo sport richiede sacrificio”

L’ex pallanuotista risponde sull’utilità delle Universiadi e sulla grande emozione dei giovani universitari impegnati nella competizione

di Lorenzo Gaudiano

Erano gli anni Ottanta e Novanta. Il Posillipo sia in campo nazionale che internazionale riusciva a dire la sua, a competere per trofei prestigiosi. Arrivarono, per esempio, otto Scudetti e due Coppe Campioni ed uno di quei protagonisti fu Franco Porzio. Qualcuno lo ha definito il “Maradona della pallanuoto”, accostandolo a quello che è stato non soltanto il giocatore più forte di tutti i tempi ma anche un simbolo per la città di Napoli e la tifoseria partenopea. Naturalmente l’ex pallanuotista, oggi presidente onorario dell’Acquachiara, non può far altro che sorridere e ringraziare per un simile paragone. Del resto, anche con la calottina della Nazionale italiana i suoi successi sono stati molteplici: l’oro ai Giochi Olimpici di Barcellona, ai Mondiali di Roma ed agli Europei di Sheffield per citarne alcuni. Fuori dall’acqua, per i suoi meriti sportivi è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica da Carlo Azeglio Ciampi e del Collare d’Oro dal presidente del Coni Giovanni Malagò. Oggi per volontà del governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca è consigliere allo sport e alle Universiadi che si terranno a Napoli dal 3 al 14 luglio.

Una carriera di grandi successi ottenuti con il Posillipo e con la Nazionale italiana. In passato è stato soprannominato il “Maradona della pallanuoto” …

«Questo meraviglioso paragone mi procura grande piacere e soddisfazione. Ringrazio per l’accostamento al mio idolo calcistico, al più grande giocatore del Napoli e di tutti i tempi».

Questo soprannome svela la sua passione per il calcio.

«Mi piaceva tantissimo giocare a calcio. Ad un certo punto mio padre con dei suoi amici, che tra l’altro erano i miei allenatori, mi buttarono in acqua facendomi dimenticare il calcio e da lì ho iniziato a giocare a pallanuoto. Sono arrivate tante vittorie. A trionfare è stata naturalmente la nostra città attraverso la forza ed il prestigio del Posillipo».

Nel 2017 il governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca l’ha nominata consigliere allo sport e alle Universiadi. Secondo lei che pubblicità e che ritorno daranno alla nostra città?

«Sicuramente costituiscono un evento sportivo di caratura mondiale, seconda soltanto ai Giochi Olimpici per importanza e numero di partecipanti. Arriveranno a Napoli 10mila atleti e centinaia di migliaia di persone che contribuiranno senza dubbio alla crescita dell’attrazione turistica. Sarà un momento di grande immagine e soprattutto di notevole visibilità sia per la città di Napoli che per la Regione Campania. Il nostro compito sarà quello di farci trovare pronti per essere il più ospitali ed accoglienti possibile».

Considerando il suo glorioso passato da sportivo, cosa significa per i giovani sportivi universitari, provenienti da ogni parte del mondo, prendere parte ad una simile manifestazione?

«Rappresenta un momento di fortissima emozione per tutti i giovani atleti, chiamati nell’arco di due settimane a confrontarsi. Le Universiadi non si presentano soltanto come una manifestazione sportiva, ma anche come un fenomeno di aggregazione sociale. Sarà un’esperienza indimenticabile, di cui ogni appassionato di sport si ricorderà per sempre nella propria vita perché emozioni del genere ti restano impresse nell’anima».

Protagonisti saranno in questo caso gli sport cosiddetti minori. Sarà quindi una grande occasione per incrementare l’interesse ed avvicinare maggiormente il pubblico a discipline sportive che non sono per nulla minori?

«Gli altri sport avranno certamente un’occasione propizia di grande visibilità ed interesse. Il pubblico giovanile potrà così appassionarsi attraverso la visione e l’esperienza del ricco panorama di gare sportive a discipline diverse e quindi cominciare a praticarle attivamente. Oltre a costituire un’importante vetrina per questi sport ed i giovani, non bisogna dimenticare che queste Universiadi daranno senza dubbio un prestigioso contributo allo sviluppo di tutta l’impiantistica sportiva partenopea. Quindi una svolta sociale e sportiva per le generazioni del futuro».

Per conseguire questi risultati straordinari, ha quasi sicuramente vissuto una vita di sacrifici insieme a suo fratello Pino. In virtù della sua esperienza, cosa consiglierebbe ai giovani appassionati di sport per raggiungere e allo stesso tempo mantenere un alto livello prestazionale?

«Consiglio di praticare molta attività sportiva, allenarsi con costanza e passione e condurre una vita sana a partire dall’alimentazione e dal riposo fino al non fare tardi la sera. La vita di uno sportivo è questa e richiede diversi sacrifici. Per dedicarsi ad impegni simili sono necessarie le regole e la disciplina. Se lo sport praticato è quello che piace, alla fine si arriva ad alti livelli».

pubblicato sull’inserto dedicato alle Universiadi di Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Punto Nave – Le coordinate del buon gusto

Punto Nave – Le coordinate del buon gusto

/ METTI UNA SERA A CENA

Punto Nave – Le coordinate del buon gusto

I fratelli Daniele e Simone Testa raccontano la storia di questo locale a Monteruscello che ha conquistato il favore della clientela

di Lorenzo Gaudiano

«Da piccolo accompagnavo mio nonno a pescare. Lui non si immergeva con lo scafandro ma lasciando sulla barca la bombola che gli dava ossigeno attraverso un tubo fino a 15-20 metri di profondità per raccogliere frutti di mare. Il mio compito all’epoca insieme ai miei cugini era semplicemente quello di seguirlo nei suoi movimenti per fare in modo che non si perdesse oppure che gli potesse passare sopra un motoscafo. Ogni 20-30 minuti risaliva in superficie e mi portava frutti di mare di ogni tipo con un profumo diverso a seconda della zona dove si immergeva».

È Daniele Testa che racconta e che condivide uno dei suoi primi ricordi legati al mare. La passione che con il trascorrere degli anni si è evoluta, la preparazione che si è consolidata con l’esperienza e lo studio e il sostegno continuo della famiglia hanno dato origine nel tempo a quello che rappresenta oggi Punto Nave, un ristorante prestigioso per la sua capacità di conquistare il cliente a partire dalla materia prima in esposizione all’ingresso fino al design del locale, che si presta bene per ogni richiesta della clientela con i suoi séparé e i tavoli di ogni misura, il tutto costellato dal grande universo di vini che si può ammirare durante il percorso ed una volta seduti. La storia di questo ristorante di Monteruscello risale a diversi anni fa ed è un piacere poterla raccontare attraverso le parole pacate di Daniele, che ama parlare di questa storia anche perché in questo modo finisce per parlare, oltre che di se stesso, anche della sua famiglia.

Partiamo dal nome del locale.

«Punto Nave è un nome che pensarono mio padre Domenico e mio zio Sabatino. Dare il punto nave significa indicare un punto preciso a chi vi deve trovare. In questo contesto si potrebbe intendere come indicare un punto dove ritrovarci tutti per mangiare bene».

Una storia che quindi parte da lontano.

«Mio padre ed i suoi parenti rifornivano gran parte della ristorazione flegrea. Era il 1990 e decisero di dare vita a Punto Nave per offrire ai propri clienti quello che non vendevano. Per 5-6 anni i pescatori che tornavano dal mare si fermavano da noi per mangiare. Purtroppo tra soci non andarono d’accordo e mio padre decise di rilevare il locale. Non avendo più la stessa forza economica di prima, propose dei menu di mare a circa 25-30 euro, puntando molto anche sulla pizzeria. Io e mio fratello Simone, ancora adolescenti, cominciammo a dargli una mano».

Siete cresciuti poi e le cose sono cambiate, come si può vedere guardandosi un po’ intorno.

«Passarono circa dieci anni. Mi mancavano quei profumi del pescato e stava incominciando ad affascinarmi il mondo del vino. Ci innamorammo di una ristorazione diversa, di una materia prima eccellente. Questo di fatto comportò dei cambiamenti al locale. Il numero di coperti diminuì drasticamente, le spese aumentarono e i costi per la clientela lievitarono di parecchio. Mio padre si “allontanò” perché, chiudendo la pizzeria, di fatto lo privammo di quello che era stato fino a quel momento un po’ il suo mondo e poi avevamo abbandonato quello che era sempre stato il nostro introito certo per un qualcosa di incerto».

C’è voluto qualche anno per consolidarsi dopo un simile cambiamento.

«Eravamo consapevoli della difficoltà e che ci sarebbero voluti uno-due anni per vedere i frutti del nostro lavoro. La clientela doveva trovare presso di noi sempre lo stesso prodotto e la nostra bravura era fargliela percepire, adeguando il prezzo. L’obiettivo è sempre stato quello di diventare il loro chiodo fisso, di far sì che per i nostri clienti “Punto Nave” diventasse la sicurezza di una serata di qualità».

E quindi arriviamo a quello che rappresenta oggi Punto Nave.

«Viaggia così da cinque anni. In questo periodo abbiamo fatto tanta gavetta, ampliato le nostre conoscenze della materia prima, anche per guadagnare la fiducia dei pescatori che ci riforniscono».

Una domanda personale. Il rapporto con tuo fratello Simone.

«È come un matrimonio, non si può andare sempre d’accordo. Entrambi abbiamo dei difetti ma l’importante è accettarli sempre. All’inizio ci siamo scontrati spesso ma tra di noi c’è sempre stato un amore profondo. Insieme a noi, mia moglie ci dà grandissimo sostegno e mio padre ci guarda le spalle».

Il vino qui non manca …

«A fine anno arriveremo a 900 etichette circa. Abbiamo vini di diversa provenienza: dall’Italia alla Francia, passando per la Grecia, l’Australia ed anche il Sudamerica».

Chiudiamo sul futuro di Punto Nave, rivolgendo una domanda a Simone impegnato in cucina.

«Abbiamo avuto proposte in tutta Italia per replicare il nostro marchio. Sono venuti da noi con locali siti in piazze importanti di grandi città per convincerci a duplicare Punto Nave. Ci siamo rifiutati perché sarebbe impossibile replicare da lontano quello che facciamo qui e poi per un discorso prettamente commerciale verrebbe a decadere quella passione da cui siamo partiti per arrivare fin qui».

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Il Palazzo Reale di Napoli Ph. Claudio Morabito

/ LA CITTÀ

Il Palazzo del Re – Da residenza a polo museale

Affaccia su una delle più belle piazze d’Italia. Ha attraversato nella sua storia diverse ere con differenti dominazioni

di Domenico Sepe

Nel passeggiare nella zona della Galleria Umberto, proprio di fronte al bar Gambrinus, si può osservare il lato posteriore del Palazzo Reale di Napoli, la cui facciata principale s’affaccia su Piazza del Plebiscito. Questo edificio ha conosciuto vari rifacimenti sino a poco prima dell’Unità d’Italia ma esso è nato come residenza per le visite dei re spagnoli e dei viceré nel Cinquecento per poi essere riadattato come residenza ufficiale della capitale del Regno di Napoli. Ora esso è un polo museale molto importante, è sede della biblioteca nazionale che raccoglie un milione e mezzo di volumi ed è sede di manifestazioni culturali, tra cui, la 12° edizione del Napoli Teatro Festival di quest’anno per cui vale la pena raccontarne la storia.

Dal Palazzo Vicereale ad un Palazzo Reale

La storia di questo complesso inizia dopo la conquista spagnola del Regno di Napoli, con i primi lavori nel 1543 per il Palazzo Vicereale ma, nel 1600, il viceré Ruiz de Castro decise di costruire un nuovo palazzo in onore del re Filippo III d’Asburgo accanto al Palazzo Vicereale il cui progetto fu affidato a Domenico Fontana. Nel 1734 Napoli fu conquistata da Carlo di Borbone e divenne capitale di un regno autonomo, il nuovo re decise di ampliare il complesso e di restaurarlo, furono anche edificati due cortili interni, sistemati i giardini pensili e completata la facciata su via Acton. Nel 1837, a seguito di un incendio, si rese necessario un nuovo restauro dell’intero complesso da parte di Ferdinando II, in chiave neoclassica. Venne abbattuto il palazzo Vicereale e venne creato il corpo di fabbrica che, oggi, ospita la biblioteca nazionale e questi lavori si conclusero nel 1858. Nel 1919 i Savoia lo cedettero al Demanio ed in questo periodo fu spostata la biblioteca mentre gli appartamenti furono conservati a scopo museale ed aperti al pubblico. Subì gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, con una bomba che colpì il teatrino di corte e l’utilizzo da parte dei soldati angloamericani come luogo di ritrovo. Venne quindi restaurato negli anni Cinquanta e poi, di nuovo, negli anni 2010 recuperando ciò che era prima dei danni subiti.

I cortili e i giardini

Il Palazzo Reale sarà la cornice del Napoli Teatro Festival di quest’anno con l’utilizzo di alcuni dei suoi cortili su cui vale la pena soffermarsi, andranno in scena opere delle Sezioni Italiana ed Internazionale con artisti sia del territorio che esteri, il tutto valorizzando questo splendido complesso che si trova al centro di Napoli come luogo di cultura. Il Cortile d’Onore fa parte del progetto originario del Fontana che prevedeva tre cortili in corrispondenza dei tre ingressi. Si presenta a forma quadrata, con cinque arcate su ogni lato, intorno, al primo piano, una loggia. In una nicchia nella parte orientale del cortile era posta originariamente una vasca, ma in seguito fu sostituita da una fontana, ornata con una statua della Fortuna. Il Cortile delle Carrozze, così chiamato per la vicinanza ad una rimessa di carrozze, si avvicina architettonicamente allo stile dato al palazzo da Domenico Fontana, ha una forma rettangolare, con al centro una vasca di forma ellittica in marmo, ed è unito al cortile d’onore e alla spianata dei bastioni da due corridoi di servizio. La rimessa delle carrozze è un ambiente voltato con spina centrale che verte su nove colonne in ordine dorico. Il giardino del Palazzo Reale è ciò che rimane degli antichi giardini del palazzo Vicereale: questo giardino di passeggio venne realizzato nel 1842 e si trova protetto da un’ala nuova del palazzo, chiamata della Porcellana. Tutto il giardino è cinto da una cancellata con lance dalle punte dorate; presso il cancello d’ingresso, ai lati è decorato da due Palafrenieri in bronzo, copia di quelli realizzati a San Pietroburgo. Da qui è possibile avere una visuale del Maschio Angioino ed è qui che si terrà il Dopofestival del Napoli Teatro Festival.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Il calcio che bagna Castellammare

Il calcio che bagna Castellammare

/ IL RITORNO

Il calcio che bagna Castellammare

Complimenti alle “vespe”, ai dirigenti tutti, al tecnico, ai giocatori, allo staff ed anche alla città ed al pubblico di Castellammare di Stabia

di Giovanni Gaudiano

Castellammare e il calcio. Un binomio che affonda le radici lontano nel tempo. A pensarci, dove poteva cominciare la storia del football dalle nostre parti se non dalla costa partenopea, quella che inizia dai Campi Flegrei e termina proprio a Castellammare?

Quel mare, da cui grazie ai mercantili inglesi arrivavano merci, spezie e novità a volte esotiche, è stato il mezzo grazie al quale è arrivato dalle nostre parti quello che sarebbe diventato il gioco più bello del mondo. Gli inglesi, che lo avevano di fatto inventato per come lo si conosce oggi, avevano anche pensato di esportarlo ovunque si fermassero nei continui viaggi con i quali battevano di fatto tutte le rotte possibili.

In Italia lo avevano trapiantato in Liguria, ma poi si resero conto che Napoli ed i dintorni avevano più spazio, più respiro ed allora il calcio arrivò sotto il Maschio Angioino, passando per il pullulante e già rinomato mercato del pesce di Pozzuoli per arrivare poi a Torre ed a Castellammare.

Il nuovo sport trovò terreno fertile proprio alle pendici del grande Vesuvio e proliferò spingendo la grande città, Napoli, che agli albori del secolo scorso era una vera e propria capitale nonostante tutti i suoi problemi, a prenderlo in seria considerazione.

Fermiamoci però questa volta a Castellammare.

Lo Stabia Sporting Club nasce nel 1907 e da allora, con vicende altalenanti ma sempre condite dalla passione per questo gioco, ha saputo interpretare la vera essenza del gioco del calcio. Oggi è arrivato uno di quei momenti altisonanti e le “vespe” sono ritornate in serie cadetta. Lo stadio, intitolato all’indimenticato granata Romeo Menti che ha vestito la maglia gialloblù per una sola ma ricordevole stagione, quella del 1944-45, è di nuovo in festa. Per chi non lo ricorda, quella Juve Stabia vinse sul campo lo scudetto dell’Italia liberata dagli alleati che la FIGC non ha mai voluto riconoscerle. È dunque il momento anche di applaudire tutti a partire dal presidente Manniello, oggi dimissionario per il bene e lo sviluppo di questa società tanto amata, che ha saputo costruire in silenzio un ritorno nel calcio che conta per una terra che lo merita assieme alla sua competente tifoseria.

Complimenti quindi alle “vespe”, ai dirigenti tutti, al tecnico, ai giocatori, allo staff ed anche alla città ed al pubblico di Castellammare di Stabia impegnati sin da questo momento a fare ancora di più per sostenere il sogno realizzato che può continuare, basta volerlo.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019

Sebastiano Luperto – Azzurro Intenso

Sebastiano Luperto – Azzurro Intenso

/ PROFILI

Sebastiano Luperto – Azzurro Intenso

Dal Salento a Napoli. Titolare ad Empoli nella stagione 2017-18. Ancelotti sembra puntare sul lungagnone nato a Lecce

di Gianluca Mosca

Nato a Lecce il 6 settembre 1996, Sebastiano Luperto nutre sin da piccolo una forte passione per il calcio, ma le partitelle con gli amici nei cortili e nelle strade della città salentina non gli bastano e passa alla scuola calcio San Cesareo, dove comincia l’ascesa che lo porterà nel calcio che conta. Il ragazzo nasce attaccante, all’occorrenza esterno sinistro, e già da subito le sue qualità attraggono il Lecce, che lo porta nelle sue giovanili. Il suo omonimo allenatore, Claudio Luperto, prima lo sposta sulla fascia di difesa per poi dirottarlo centralmente, sfruttando appieno i suoi 191 cm d’altezza.

Dopo tre grandi prestazioni contro Liac New York, Napoli e Honved nel Torneo di Viareggio, Luperto viene acquistato dal Napoli. Fin da subito aggregato alla Primavera di Saurini, Luperto gioca una buona prima stagione, con 3 reti in 25 gare. 21 sono le presenze l’anno successivo, 2014/15, nella quale continua il buon rendimento. Il centrale di difesa viene tenuto d’occhio anche da Rafa Benitez, che lo convoca in campionato e nella Supercoppa vinta ai rigori contro la Juventus. Questa parabola culminerà con l’esordio in Serie A nei minuti finali della 34esima giornata contro il Milan.

Per la stagione 2016/17 è in prestito alla Pro Vercelli nel campionato cadetto italiano, nella quale raggiunge 32 presenze ed un assist. L’anno successivo viene dato in prestito all’Empoli, sempre per disputare il campionato di Serie B. Con il club toscano il giovane leccese colleziona 28 presenze, 1 assist ed una rete. È proprio nella stagione in prestito all’Empoli che mostra appieno tutte le sue potenzialità: ottima scelta di tempo, buon senso dell’anticipo, forza fisica ed un buon piede mancino, qualità che gli procurano la convocazione con l’Under 21. Per la stagione 2018/19 torna al Napoli a disposizione di Ancelotti e, causa infortuni, diventa titolare, con buone prestazioni. Il ragazzo si trova bene nell’ambiente, sia con i tifosi che con i compagni di squadra: “Sono quasi 6 anni che sono qui e mi sono innamorato di questa città. A Napoli come a Lecce si cucina benissimo, sono capitato benissimo”.

Ancelotti, essendosi reso conto delle potenzialità del ragazzo e dopo averlo trattenuto da possibili partenze in prestito la scorsa estate, lo ritiene un punto fermo per il futuro della squadra azzurra.

pubblicato su Napoli n.11 del 16 giugno 2019