Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

/ LE STORIE

Carlo Ancelotti: un calcio alla sfortuna

Dalla gioventù nella bassa emiliana alla consacrazione a Roma. Gli infortuni e poi la panchina sempre con grande stile

di Giovanni Gaudiano

Carlo Ancelotti è nato e cresciuto a Reggiolo un piccolo paese della bassa reggiana, uno di quei posti tanto cari a Gianni Brera ed a Giovannino Guareschi. Oggi gli abitanti sono poco più di novemila e le ferite del terremoto del 2012 non si sono ancora del tutto rimarginate. E da lì che Carletto, come lo chiamano gli amici, ha iniziato la sua avventura nel mondo del calcio.

Non c’è più a Reggiolo il muretto di via Vallicella contro il quale quel ragazzo bello e sano, nato in casa, tirava i suoi primi calci
La sua famiglia lavora la terra ed il giovane Carlo vuole dare una mano, papà Giuseppe, che ama il calcio, lo lascia invece andare a giocare: ha come un presentimento. Il ragazzo non lo deluse, si mette in mostra nella Juniores del suo paese e passa al Parma dove in un battibaleno si afferma. Il suo primo importante allenatore sarà Cesare Maldini che ne intuisce le qualità e lo sposta nella posizioni di trequartista. Il Parma va in B grazie proprio ad Ancelotti che nello spareggio promozione rifila una doppietta sul risultato di 1 a 1 alla Triestina. In tribuna allo stadio Menti ci sono Dino Viola, indimenticato presidente della Roma, Niels Liedholm e Luciano Moggi: sono andati sino a Vicenza per vederlo. C’è da vincere la concorrenza dell’Inter ma il “barone” Nils lo vuole in giallorosso e Viola lo accontenta. Il passaggio alla Roma segna la consacrazione definitiva di quel ragazzo di campagna.

Il mio primo ricordo diretto di Ancelotti giocatore è del 20 febbraio del 1983. Il Napoli gioca l’ennesimo derby del sole all’Olimpico. E’ l’anno dello scudetto della Roma di Viola, mentre il Napoli tribola in fondo alla classifica e solo l’ennesimo avvento di Bruno Pesaola, coadiuvato da Gennaro Rambone, lo porterà alla salvezza. Eppure in quella squadra azzurra giocano Castellini, Krol, Ferrario ed il neo arrivato dall’Argentina Ramon Diaz. Torniamo all’Olimpico. Proprio Diaz porta in vantaggio un buon Napoli, pareggia Nela. Poi Diaz e Celestini pasticciano in aria avversaria e sull’azione d rimessa proprio lui, Ancelotti, riprende una respinta sul vertice sinistro dell’area partenopea e con un diagonale preciso e forte mette la palla dove Castellini non può proprio arrivare. Sono tra i tifosi azzurri ma l’istinto mi porta a battere le mani. Un gran gol, un gesto tecnico impeccabile. Le sue stagioni alla Roma sono otto i suoi trofei cinque: uno scudetto e quattro coppe Italia. C’è spazio anche per un rimpianto. E’un periodo che Ancelotti è bersagliato dagli infortuni ed uno gli impedisce di essere a disposizione di Liedholm per la finale di Coppa dei Campioni giocata in casa nel 1984 contro il Liverpool, quella persa ai rigori con protagonista il portiere zimbabwese Grobbelaar. Forse con Carletto in campo il presidente Viola avrebbe centrato anche quell’obiettivo.

Nel 1987 passa al Milan dove è appena arrivato Sacchi dal Parma sostituendo proprio il barone Liedholm, negli ultimi tre anni alla Roma il suo tecnico è stato lo svedese Sven-Goran Eriksson. In rossonero arricchirà e completerà la sua bacheca da giocatore ma soprattutto completerà i suoi silenziosi studi da allenatore. Ed è con quella maglia che si materializza il mio secondo vivido ricordo di Ancelotti da giocatore. La partita è quella del primo maggio del 1988, quella del sorpasso del Milan di Sacchi ai danni del Napoli. Al termine di quella gara si parlò molto della doppietta di Virdis, di Van Basten, di Gullit ma a centrocampo il gigante fu lui, Carlo Ancelotti. Dettò i tempi, le geometrie, fece correre la palla in un Milan che trovò campo aperto come mai la squadra di Bianchi aveva concesso. Il pubblico con un dolore al petto a fine partita applaudì le due squadre mentre i giornalisti a bordo campo inseguivano Virdis, Gullit, Van Basten e Sacchi.

La cattiva sorte si insinua ancora e colpisce duro. Ad Italia 90 Azeglio Vicini lo schiera titolare nella prima partita con l’Austria ma subisce una contrattura che lo costringe in infermeria dopo il primo tempo. Rientra nel quarto di finale con l’Irlanda al 62’ al posto di Giannini ma la forma non pare ancora recuperata. Vicini lo rimanda in campo solo nella finale per il terzo posto contro l’Inghilterra. La nazionale si impone ma è tardi.

Il primo ricordo di Ancelotti da allenatore si riferisce alla spedizione italiana per il mondiale americano. E’ un ricordo televisivo ma è rimasto egualmente indelebile. Ancelotti è il secondo di Sacchi. Nel ritiro della Pingry School nel New Jersey sorride, scherza con quelli che fino a poco tempo prima erano i suoi compagni. Poi in panchina è attento, osserva, sta al suo posto, consapevole del ruolo e dell’esperienza determinate per la sua futura carriera che sta vivendo.

Ci sarebbero ancora tanti episodi da ricordare. Una carriera come quella di Ancelotti offre tantissimi spunti.
In chiusura mi piace parlare anche di un momento che non è stato tra i migliori della sua avventura calcistica. E’ il penultimo anno alla guida del Milan. La squadre parte male, alla fine della stagione metterà in bacheca la supercoppa Uefa e il Mondiale per club, nelle prime nove giornate conquista solo 10 punti con tre sconfitte di cui due in casa contro Livorno e Roma.
Dai soliti salotti televisivi, nelle interviste, a cui lui non si sottrae, partono critiche, osservazioni maliziose, frecciatine, qualcuno sfiora la maleducazione. Per qualche istante Ancelotti appare in difficoltà ma non perde il suo solito e consolidato stile: risponde, argomenta, spiega, accetta di parlare delle sue scelte.

Forse quello è stato il momento in cui ho maggiormente valutato l’uomo, il professionista, capace di spiegare più che difendersi senza per una volta tirare in ballo la squadra che per chi non lo ricordasse aveva in rosa tra gli altri: Dida, Cafu, Maldini, Emerson, Pato, Gattuso, Inzaghi, Seedorf, Gilardino, Nesta, Pirlo, Ambrosini, Serginho, Oddo, Bonera, Ronaldo e due giovani promettenti come Darmian e Aubameyang.

Poi decide di andare all’estero ed è storia recente cosa sia riuscito a fare ovunque gli sia stata data l’occasione. Oggi siede sulla panchina del Napoli, meno prestigiosa di quella del Real, del Bayern, del Chelsea, del Psg, del Milan. Ma le sue parole sin dal primo giorno hanno espresso rispetto, attenzione, attaccamento alla città. Carlo Ancelotti è stato un eccellente giocatore, è un bravissimo allenatore, uno dei migliori d’Europa e del mondo, ma soprattutto è un uomo che il successo non ha cambiato. E’ facile immaginare di vederlo ancora in pantaloni corti colpire la palla verso quel muretto di Via Vallicella a Reggiolo, che purtroppo non c’è più.

Dicono di lui:

“Ancelotti potrebbe essere l’uomo giusto per la nazionale”

Silvio Berlusconi

“Lui alla Roma ha dato tanto, anche due ginocchia”

Niels Liedholm

“Ancelotti è un uomo sereno, che non cerca vendette. È nel calcio per sbaglio”

Aurelio De Laurentiis

“Apprezzo la scelta di Ancelotti. È una grande sfida che lo onora. Non so se il Napoli ripeterà il risultato dell’anno passato, ma una cosa è certa: De Laurentiis ha preso il migliore”

Arrigo Sacchi

“Il nuovo ordine di Ancelotti è qualcosa di semplice che ci eravamo scordati, il calcio come antico costume senile, artigianato, un gioco bello perché solito, ma creativo”

Mario Sconcerti

“In questo Napoli vedo meno integralismo, c’è più spazio per la manovra. E’ un Napoli che dà segnali di intelligenza, e l’esperienza dell’allenatore è sempre qualcosa che conta”

Matteo Marani

pubblicato su Napoli n.1 del 28 ottobre 2018