Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

Evaristo Beccalossi

/ L’INTERVISTA

Forza Ancelotti firmato DRIBBLOSSI

“Il Becca”, l’amicizia con Altobelli ed il suo calcio spettacolo fatto di qualità anche al di fuori del rettangolo di gioco

di Pier Paolo Cattozzi

“DRIBBLOSSI”, più che un acronimo, un vero e proprio Titolo onorifico riconosciuto urbi et orbi dalla DEA EUPALLA e tramandato ai posteri dallo scrittore e giornalista, anche di sport, Gianni Brera. «Se devo essere sincero, quando mi battezzò come DRIBBLOSSI, non la presi affatto bene. Mi lamentai. Poi scrisse che “io vedevo autostrade dove gli altri vedevano solo strade di campagna” e allora capii che non era il solito criticone e gli sono addirittura riconoscente. Il soprannome mi ha portato fortuna».

EVARISTO BECCALOSSI: per i giornalisti del tempo erano considerati, nome e cognome, troppo lunghi per i titoli e, in genere, anche per i tabellini della cronaca spicciola. Essendo il giovane cresciuto a Brescia giocatore di talento e fantasia, non lo si poteva certo ignorare. Accadde così che l’autore settimanale dell’Arcimatto (rubrica settimanale di risposte ai lettori del Guerin Sportivo) ancora una volta seppe racchiudere in un solo suo neologismo tutto quanto sapeva inventare in campo quel Campione dal dribbling facile. Proprio tutto, invero, non lo si può affermare, perché il personaggio aggiungeva all’estro un pizzico di “discontinuità” che lo faceva regredire al ruolo di semplice comprimario. Raccontano che i suoi colleghi di spogliatoio, prima di entrare in campo, usassero chiedersi se la partita in programma l’avrebbero giocata in dieci o in dodici a seconda dell’umore di DRIBBLOSSI. «Non posso smentire: era proprio così. Perché a me piaceva giocare per divertirmi e a volte gli altri evidentemente si divertivano meno».

Il Becca con la nazionale
Eri evidentemente insofferente agli schemi.

«Che schemi e schemi: io e Altobelli giocavamo e ci intendevamo perfettamente, ma nessuno ci ha mai dettato schemi. Gli schemi sono venuti dopo e, almeno io, non sono proprio convinto che abbiano aggiunto qualcosa di più al gioco: forse qualche alibi e rompicapo per voi giornalisti».

Non è che il tuo rapporto con il giornalismo, quello che Frassica (il comico, categoria che oggi va per la maggiore ndr) ha definito il mestiere più antico del mondo, sia stato sempre idilliaco.

«No, grande rispetto per tutti ma riconosco che oggi siano troppo invadenti. Radio, tv, giornali, social e così via. Tu sei un amico, quindi è un’altra cosa».

In effetti per averti al telefono sono stato dribblato via cavo, con sms, whatsapp e via dicendo in Italia e all’estero. A proposito, cosa ci facevi in Georgia.

«Ero con l’Under 19 come Capo delegazione. Una bella esperienza che mi gratifica. Oggi ci sono giovani che a soli diciannove anni vengono convocati da Mancini in Nazionale A. Vedi Tonali, Zaniolo, ma non solo. Il problema è che vengono subito paragonati a campioni del passato o recenti mentre non ci sono cloni: ognuno ha caratteristiche proprie. Mi sembra sciocco paragonarli subito a Del Piero o Pirlo. Inoltre si rischia anche di mandarli fuori giri».

Inutile chiederti se c’è qualcuno che ti assomiglia, ad esempio, nel Napoli.

«Non me la sento proprio di fare certe cose: io ero uno che cercava di fare bene l’ultimo passaggio. Con Altobelli lo facevo a occhi chiusi e per questo ci divertivamo. Non era vero che sbavavo per il dribbling: mi piaceva giocare per gli altri e non mi piaceva correre. Da qui il fatto che non tutti gli allenatori mi capivano».

Nemmeno Bearzot (non lo convocò per i Mondiali dell’82, quelli vinti dall’Italia).

«Fammi il favore. Acqua passata, non ne voglio più parlare».

Allora ritorniamo alla Coppie Regine: come Mertens ed Insigne, ad esempio.

«Davvero forti, ma niente paragoni. Hanno tecnica, classe e si allenano come si fa oggi: al massimo. Non c’è più il calcio naïf».

Qualcuno dice anche a scapito della qualità.

«Tutte balle. Certo il professionismo esasperato di oggi priva lo spettacolo di qualche colpo del cosiddetto fantasista, privilegiando il collettivo. Però quanti atleti e campioni che possono comunque garantire lo spettacolo».

Con la maglia dell’Inter
Come Napoli e Inter: chi vedi come anti Juve.

«Il Napoli ha fatto vedere qualche cosina in più. Ancelotti in soli sei mesi ha già valorizzato quel tanto di buono che aveva fatto Sarri. Indubbiamente la sua esperienza internazionale è più che una garanzia».

Spalletti.

«Spalletti ha fatto bene alla Roma, ma la sua vera occasione di dimostrare cosa sa fare è l’Inter. Se sbaglia, Milano potrebbe essere l’ultima spiaggia».

L’eliminazione di entrambe in Champions a chi porterà più problemi.

«È difficile dirlo. Certo il Napoli è uscito veramente a testa alta. Nessuno aveva pensato a un’impresa tanto meritevole. Si pensi che praticamente è stato eliminato a causa del golletto subito dalla Stella Rossa. Per Ancelotti solo un ulteriore riconoscimento nonostante l’eliminazione, ma si sa che in campo poi vanno solo i giocatori. Qualcosina in più ci si aspettava sia da Mertens che da Insigne. L’Europa League resta un traguardo da non sottovalutare».

E la tua Inter.

«Quasi lo stesso discorso anche per l’Inter, ma con l’aggravante di un calo di condizione e concentrazione che Spalletti dovrà valutare molto attentamente. Anche perché non mancano rimproveri a suo carico. Forse anche un mea culpa non guasterebbe e Milano resta per lui l’ultima spiaggia».

Visto che sei fra i suoi collaboratori in Nazionale, come giudichi il lavoro di Mancini.

«Sono ottimista. La scelta di puntare sui giovani darà risultati molto lusinghieri. Io fra i giovani lavoro e vedo ragazzi interessanti e tecnicamente già affidabili. Mancini come Ancelotti ha buona esperienza internazionale. Farà bene: lo auguro a lui e alla Nazionale».

Dopo Brera, mio Direttore al Guerin Sportivo che mi portava a San Siro a vedere la sua Beneamata, ti ricordo anche un altro personaggio mai dimenticato fra i tuoi prestigiosi ammiratori: l’avvocato Prisco. Lui amava dire: “Non è BECCALOSSI che gioca col pallone, è il pallone che vuole giocare con lui”.

«Hai ragione: davvero indimenticabile come la Beneamata di allora. Senza dimenticare i suoi grandi Presidenti».

A proposito di presidenti, cosa pensi di De Laurentiis.

«Sinceramente solo bene, basti ricordare che ha scelto Ancelotti per il dopo Sarri. Chiaro che a volte parla troppo, ma non devo essere proprio io a dirlo. Sta portando avanti un programma ambizioso che merita attenzione, non solo per la sua soddisfazione ma per quel pubblico che tutti vorrebbero avere. Forse anche la Juve, almeno qualche volta».

Quindi alla fine Juve o Napoli o ….

«Ehi Catto, non ci riprovare: niente pronostici».

Così, alla fine, non poteva che arrivare un bel tunnel, firmato DRIBBLOSSI.

Beccalossi ed il suo amico Altobelli

I pensieri di Beccalossi:

“Quando vidi per la prima volta il campo a 11, mi sembrò enorme. Ci andavo in bicicletta, una Graziella che piegavo in due per metterla nell’automobile di papà, che veniva a prendermi quando finiva di lavorare”

“La maglia nerazzurra la ricordo di un peso incredibile. La gente dell’Inter mi ha sempre amato e lo fa ancora, ma arrivare a giocare nell’Inter dopo i fenomeni che c’erano stati mi faceva paura. Era incredibile, passare da Brescia alla grande città, Milano, per giocare con l’Inter. Passare da Suarez, Corso, Mazzola a Beccalossi, erano emozioni impressionanti”

“È meglio giocare con una sedia che con Hansi Muller, perché con la sedia quando gli tiri la palla addosso ti torna indietro!”

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018

Meret la giovane promessa, Karnezis l’usato sicuro

Meret la giovane promessa, Karnezis l’usato sicuro

Alex Meret con Ancelotti e Ospina

/ PROFILI

Meret la giovane promessa, Karnezis l’usato sicuro

Il friulano che spera di diventare il nuovo Zoff ed il greco con il fisico da modello che voleva fare il presentatore

di Bruno Marchionibus

Arrivati a Napoli in estate per una cifra complessiva, compresi gli eventuali bonus, di poco inferiore ai trenta milioni, Alex Meret ed Orestis Karnezis ben si conoscono, avendo già condiviso l’esperienza all’Udinese nella stagione 2015/16, quando il greco con un ottimo precampionato convinse la società bianconera a puntare su di lui cedendo il giovane Scuffet in prestito al Como, e l’esordiente Meret fu promosso in prima squadra per fargli da riserva.

Tre anni dopo le gerarchie tra i due estremi difensori, molto simili tra loro per struttura fisica dall’alto del loro metro e novanta, si sono invertite. Meret, che grazie al suo passaggio agli azzurri è entrato nella top ten dei portieri in attività più costosi, è stato acquistato dal presidente De Laurentiis con la convinzione che dopo i due anni alla Spal sia un giocatore ormai maturo e pronto ad assumersi la titolarità della porta di una squadra che punta al vertice della classifica; Karnezis, dal canto suo, negli anni di Udine e nonostante le poche presenze nella stagione trascorsa al Watford, è divenuto stabilmente il titolare della nazionale greca, e, a 33 anni, è stato ritenuto il portiere perfetto per affiancare e fare da chioccia al giovane friulano, che già vanta più di una convocazione in Nazionale maggiore, pur senza aver ancora esordito.

Orestis Karnezis

Alex Meret, del quale chiunque l’abbia visto giocare decanta, nonostante l’altezza, l’agilità felina di cui è dotato, oltre che l’abilità nelle uscite e la buona tecnica individuale nel giocare coi piedi, ha sicuramente la possibilità di difendere la porta partenopea per molte stagioni da qui in avanti, e l’augurio è che la frattura al braccio sinistro subita durante il ritiro estivo, che ha spinto la società ad ingaggiare anche David Ospina, possa essere l’ultimo degli sfortunati guai fisici che hanno colpito il classe ’97 nell’ultimo anno e mezzo. Con l’estremo difensore colombiano e lo stesso Karnezis alle sue spalle, ad ogni modo, Meret avrà senza dubbio l’opportunità di recuperare la migliore condizione e di ambientarsi alla nuova realtà senza fretta, con la garanzia di far parte di uno dei migliori pacchetti di estremi difensori del campionato.

Hanno detto di loro:

“Ha le qualità per primeggiare”

Zoff su Meret

“Karnezis è un portiere di assoluto valore umano e tecnico. Sta bene tra i pali e sa come gestire la difesa. Meret è più freddo e calcolatore con uno spessore tecnico e caratteriale di altro profilo. Non sono paragonabili a Reina, il quale era molto bravo con i piedi ed aveva una esperienza da leader vero. Meret ha una esperienza limitata in Serie A ma è molto maturo, non ha paura delle responsabilità ed è un giocatore di indubbio spessore. Gestione intelligentissima del Napoli con il doppio colpo, Meret è stato messo nelle condizioni perfette per esprimere il suo valore”

Luigi De Canio (su entrambi i portieri)

“Meret ha ampi margini di miglioramento. Non ha ancora fatto vedere tutto il suo potenziale. La sua forza è la capacità di rimanere sempre dentro la partita. Nonostante la giovane età ha una personalità già formata, che gli consente di guidare con polso e autorevolezza il reparto difensivo”

Cristiano Scalabrelli (preparatore dei portieri della Spal)

“Karnezis è un portiere giramondo, ha accumulato grande esperienza in Europa. Il Napoli si è assicurato una garanzia per il futuro perché è un portiere affidabile, di livello medio alto. Ad Udine chiuse un campionato risultando tra i migliori portieri della stagione”

Riccardo Guffanti (scopritore di Karnezis)

“La sorpresa è stata Karnezis, perché veniva da un’annata in cui non si era puntato su di lui. La società ha sempre ritenuto il giocatore un prospetto importante”

Andrea Stramaccioni

“Donnarumma è uno che non ha paura, ma Meret è più forte tecnicamente”

Fabrizio Ferron (preparatore dei portieri della nazionale)

pubblicato su Napoli n.2 del 06 novembre 2018

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

La Coppa Italia del 1962

/ PAGINE AZZURRE

21 giugno 1962: il Napoli rompe il ghiaccio

Una finale alternativa per quei tempi allo stadio Olimpico di Roma, che assegnò agli azzurri il primo trofeo della loro storia

di Lorenzo Gaudiano

Dodici sono i trofei conquistati dal Napoli nella sua storia. Fu la Coppa Italia 1962 ad inaugurare la serie di gingilli che oggi luccica nella bacheca della società partenopea, la più titolata di tutta l’Italia meridionale.

Quel trofeo ancora oggi ha un sapore davvero particolare, non solo perché il Napoli finalmente riuscì a conquistare qualcosa, rompendo il ghiaccio, ma anche perché gli azzurri compirono l’impresa di vincere la Coppa pur militando in Serie B.
L’Albo d’Oro della Coppa Italia racconta che a vincere la prima edizione del 1922 fu il Vado, squadra ligure che conquistò il trofeo militando in Promozione. Nella stagione ‘20/’21 i grandi club italiani, dopo che la proposta portata avanti da Vittorio Pozzo di ridurre il numero di partecipanti al massimo campionato italiano fu respinta, decisero di distaccarsi dalla FIGC per costituire il CCI (Confederazione Calcistica Italiana), che organizzò campionati a parte. Quelli di Prima Categoria e di Promozione Regionale, quindi, rimasero sotto la curatela della FIGC, che in quell’occasione diede avvio anche alla prima edizione della Coppa Nazionale. Quindi alla competizione non presero parte le realtà calcistiche più importanti, ma soltanto alcune squadre di Prima Categoria, come Parma ed Udinese, ed altre di Promozione, tra cui proprio il Vado vincitore del trofeo.

Il mediano Gianni Corelli, l’uomo dei gol importanti

Il Napoli, invece, a 40 anni di distanza dal successo dei liguri realizzò un vero e proprio miracolo sportivo, mai più replicato in seguito. In B quella squadra era inizialmente sotto la guida di Fioravante Baldi, esonerato dopo ventuno giornate e sostituito da Bruno Pesaola. Dall’arrivo del Petisso il Napoli svoltò con il secondo posto in campionato, che valse la promozione in massima serie, e la conquista del primo trofeo della sua storia.

Dopo le vittorie ai rigori contro Alessandria e Sampdoria al San Paolo, ancora sotto la gestione Baldi, gli azzurri prima della finale con la Spal superarono Torino e Roma in trasferta e il Mantova in casa.

Il 21 giugno 1962 lo stadio Olimpico fu teatro di una finale tra due squadre che mai avevano raggiunto un punto più alto nella competizione. La Spal, inoltre, in semifinale aveva eliminato la favorita Juventus con un netto e roboante 4 a 1.

Il Napoli la spuntò grazie ai suoi due uomini più prolifici: Corelli e Ronzon. Il primo, tra l’altro ex della partita visto che proprio in quella stagione approdò dalla Spal alle falde del Vesuvio, era un mediano dotato di grande corsa e di un potente tiro da fuori. Aveva fiuto per il gol ed una grande abilità ad andare a segno nelle gare più importanti: sua fu la rete dell’1 a 0 a Verona con cui il Napoli fece un passo importante verso la promozione, così come quella che consentì agli azzurri di superare ai quarti di finale di Coppa la Roma. Corelli contro la Spal segnò su punizione la rete del primo vantaggio partenopeo, anche se macchiò la sua partita con un errore dal dischetto che già nel primo tempo avrebbe potuto riportare il Napoli in vantaggio dopo il pareggio dello spallino Micheli.
A determinare la conquista del trofeo da parte degli azzurri quel giorno fu Ronzon, che si era trasferito al Napoli proprio in quella stagione. Oscurato dall’Abatino Rivera al Milan, Napoli fu per lui un’occasione da cogliere al volo per svoltare e giocare con più continuità. Mezz’ala d’origine, spesso fu provato anche come libero in qualche partita da Pesaola, ma la sua inclinazione era per ruoli prettamente offensivi, data la sua grande tecnica e il discreto bottino di gol messi a segno negli anni.

Erano gli anni della presidenza Lauro, che attraverso l’universo calcistico aveva l’obiettivo di puntellare il proprio prestigio politico. Quelli erano tempi di grande speranze, in alcuni casi disattese, che però portarono il Napoli a conquistare il suo primo trofeo e a porre le basi per un futuro ai vertici del calcio italiano.

Bruno Pesaola

Napoli-Spal al giorno d’oggi è soltanto una sfida di campionato. Chi ha vissuto, però, quel momento di grande gioia ed entusiasmo in prima persona, oppure attraverso racconti familiari e libri, probabilmente sugli spalti o sul divano di casa volgerà la mente a quel giorno in cui tutto ebbe inizio e magari non potrà fare a meno di guardare la partita con un sorriso e qualche lacrimuccia. Sono passati 56 anni ma, come diceva Isabel Allende, “non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo”.

Napoli-Spal: primo trofeo firmato Corelli e Ronzon

Formazione Napoli

Pontel; Molino, Gatti; Girardo, Rivellino, Corelli; Mariani, Ronzon, Tomeazzi, Fraschini, Tacchi. All. Pesaola

Formazione Spal

Patregnani; Muccini, Olivieri; Gori, Cervato, Riva; Dell’Omodarme, Massei, Mencacci, Micheli, Novelli. All. Montanari

Arbitro:

Bonetto di Torino

Marcatori

Al 12’ Corelli (N), al 16’ Micheli (S), al 78’ Ronzon

Il cammino del Napoli verso il trofeo

Primo turno: Napoli-Alessandria 1-1 (6-5 d.c.r.)
Secondo turno: Napoli-Sampdoria 0-0 (7-6 d.c.r.)
Ottavi di finale: Torino-Napoli 0-2
Quarti di finale: Roma-Napoli 0-1
Semifinale: Napoli-Mantova 2-1
Finale: Napoli Spal 2-1

pubblicato su Napoli n.4 del 22 dicembre 2018

Massimo Costa: la medicina, lo sport, e la politica

Massimo Costa: la medicina, lo sport, e la politica

/ LA CITTÀ E LE IDEE

Massimo Costa: la medicina, lo sport e la politica

Al Cardarelli da quando aveva i pantaloni corti per inseguire una professione che non gli ha impedito di coltivare le passioni

di Giovanni Gaudiano

“Sono disponibile ad ascoltare tutte le ragioni”

– Massimo Costa

Chi è Massimo Costa: un medico, un politico, un uomo di sport, un marito e padre? Sicuramente tutto questo ed anche di più.

Il professionista, chiamato al capezzale del partito democratico cittadino, è sostanzialmente un uomo del nostro tempo, una persona impegnata con serietà ed applicazione in tutto quello che fa, magari sottraendo, come ammette a malincuore, un po’ di tempo alla famiglia

La prima domanda è la più semplice, la più diretta: dove va il partito democratico a Napoli?

«Abbiamo una serie di scadenze immediate, a breve ed a lungo termine. Tra quelle immediate c’è la campagna di adesione al partito iniziata nel mese di luglio ma che in quest’autunno vedrà impegnati con una concreta mobilitazione tutti i nostri circoli. Stiamo cercando di lavorare sulla qualità perché vogliamo formare una platea di iscritti che possa condividere il lavoro che stiamo facendo. Sul lungo periodo siamo, invece, proiettati verso la scadenza congressuale. Il nostro lavoro, comunque, ha l’obiettivo di riconquistare la credibilità un po’ perduta negli ultimi tempi».

Parliamo della sua professione: come riesce a contemperare le difficoltà operative che sicuramente le impone l’impegno politico?

«Tengo molto al mio lavoro. Lo studio, la professione di medico specializzato hanno prevalso sempre nelle mie scelte. Ho avuto tante passioni ma non ho permesso che ostacolassero i miei obiettivi primari. Certo la tradizione familiare mi ha indirizzato, ho sempre avuto presenti i valori che dovessero ispirarmi e sono riuscito a dare il giusto spazio alle mie passioni, che non ho comunque mai abbandonato. Ho avuto poi la fortuna di svolgere quasi tutta la mia attività all’Ospedale Cardarelli, dove sono entrato con i pantaloni corti e sono arrivato ad occupare la sedia del mio maestro. Poi è evidente che la passione politica viene da lontano sin dai tempi dell’università. Ho ricoperto alcune cariche ed alcuni ruoli in seno al partito ma è anche capitato che mi sia candidato senza essere eletto. Per me la militanza è anche questo: partecipare, rendersi utili anche senza raggiungere la fatidica poltrona».

Quale futuro per il Partito Democratico a Napoli? Cosa si augura di poter fare Massimo Costa da segretario provinciale?

«È un momento terribile, però una classe dirigente che sia tale deve sapere proprio nei momenti di grande difficoltà rimboccarsi le maniche e intravedere la strada per uscire responsabilmente da questo momento di grande crisi. Ci vorrà del tempo e non sarà semplice; chi pensa che questa vicenda si possa concludere nel giro di poche settimane sbaglia di grosso. Ed in questo tempo dovremo essere abilissimi e attenti a non commettere errori, perché viviamo in un’epoca dove non viene perdonato nulla. La sobrietà dei comportamenti, il senso di responsabilità, magari prendendo spunto dalle sane e spesso entusiasmanti amministrazioni dove governiamo, mi riferisco ad una serie di comuni, alla regione Campania, devono guidare la nostra azione».

Passiamo alle passioni: cosa pensa oggi Massimo Costa di quella sportiva che forse ha rappresentato anche un serio impegno?

«Nasco arbitro nel 1975, avevo 16 anni quando sono entrato nella famiglia arbitrale. Ne faccio parte tutt’ora, sono quasi quarant’anni che appartengo a questo mondo, che mi ha insegnato il rispetto delle regole, il rigore dei comportamenti, il gioco di squadra, tutte cose che mi sono portato nella vita e nella politica».

C’è oggi una carenza di vocazioni arbitrali?

«Non al sud dove c’è un grande entusiasmo e tutti i corsi arbitrali sono pieni di ragazzi. Forse il problema si avverte un po’ più al nord».

Cosa pensa Massimo Costa del Var?

«Il Var è una tecnologia alla quale non possiamo sottrarci nel terzo millennio. Bisogna utilizzarlo bene come si sta facendo, perché le tecnologie devono essere adoperate con saggezza dalla mente umana che non potrà mai essere superata da nessuna macchina. Pensare, però, di non utilizzare l’elemento tecnologico significa vivere nella preistoria. Io sono medico ed oggi anche in sala operatoria si usa il robot per gli interventi e questo non sminuisce la capacità del chirurgo ma la amplifica. Il Var è un sistema che ha dato la possibilità di risolvere una serie di situazioni ed è gestito dagli arbitri, per cui è un sistema di grandissima garanzia».

Il segretario provinciale del Pd con Cosimo Sibilia
Restando nel campo sportivo ma tornando sulla professione, si è chiesto lo specialista Massimo Costa la ragione del susseguirsi di così tanti infortuni, soprattutto ai legamenti, per i calciatori di oggi?

«Oggi il gioco del calcio rappresenta uno sport nel quale questo tipo di patologie è molto frequente. La partita ha raggiunto un livello di impegno fisico maggiore per cui abbiamo delle componenti muscolari molto sollecitate ed una velocità del gesto atletico maggiore. Questo espone le strutture legamentose ad un rischio più elevato. Nel calcio, oggi, si corre molto di più e le strutture fisiche dei calciatori sono decisamente differenti. Se pensiamo alle strutture fisiche di Rivera, Mazzola, De Sisti paragonate a quelle dei calciatori di oggi, è evidente come queste siano molto più imponenti con potenziamenti muscolari di grandissimo rilievo e la velocità è aumentata tanto che un impatto diventa molto più rischioso».

Come è messo Massimo Costa con il tifo per la maglia azzurra?

«Io vengo da una tradizione familiare che ha sempre seguito il Napoli. Mio padre, io e mio figlio possiamo essere catalogati come grandi tifosi. Per intenderci tifo sano, anche se questo non significa che l’amarezza della sconfitta non incida sull’umore. Ricordo con estremo piacere l’amarezza di mio padre che, quando dalla radio con “Tutto il calcio minuto per minuto” apprendeva della sconfitta del Napoli, cambiava umore. Bene, io mi porto appresso quest’elemento in maniera più sfumata per cui soffro comunque per la mia squadra del cuore. È una sofferenza composta, formata anche di rispetto per l’avversario ma è pur sempre una sofferenza che ho trasmesso anche a mio figlio».

La delicata vicenda del San Paolo quali riflessioni suggerisce all’appassionato e al politico allo stesso tempo?

«Io penso che tutti i soggetti interessati debbano lavorare nell’interesse della città. Credo che in questa vicenda siano entrate ruvidità di carattere personale, a volte ci sono incomprensioni che poi diventano macigni. Questa cosa non fa il bene di nessuno. Noi siamo un popolo che in certe occasioni davanti ad un caffè risolve tante problematiche, per cui se proprio è impossibile che venga trovato un accordo mi offro io di portare le controparti al bar per proporre il caffè della distensione. È ovvio che ognuno rimanga nelle proprie competenze, interpretando il proprio ruolo ma alla fine una strada nell’interesse della città si deve trovare perché dobbiamo riconoscere al presidente De Laurentiis di aver preso la guida di questa società in un momento di grande difficoltà e sono anni che giochiamo in Champions e che lottiamo a grande livello in campionato. Va anche riconosciuta al Sindaco la competenza di rispondere alle normative nell’interesse della struttura, della città, delle casse del Comune. Bisogna trovare la strada e sono fiducioso che ciò avverrà».

L’incontro è finito, lasciamo la sede del partito insieme, salutiamo Massimo Costa che monta su uno scooter verso un altro impegno, sono quasi le 20.00 ma la giornata non è ancora finita.

pubblicato su Napoli n.1 del 28 ottobre 2018

Vincere non è l’unica cosa che conta

Vincere non è l’unica cosa che conta

/ UNO SGUARDO ALL’EUROPA

Vincere non è l’unica cosa che conta

Anche negli altri campionati europei, tranne in Inghilterra e Germania, i distacchi dal vertice sono ampi

di Lorenzo Gaudiano

Ecco la sosta per le partite delle Nazionali. La Serie A, così come tutti gli altri campionati, si ferma per l’ultima volta. Poi un tour de force di dieci partite che sancirà gli ultimi verdetti di una classifica almeno al vertice mai in discussione.

Quindici infatti sono i punti di vantaggio della Juventus sul Napoli secondo in classifica, un distacco vistoso se si considera la battaglia serrata tra le due compagini nella passata stagione. Entrambe sono tra l’altro ancora impegnate in campo internazionale per cercare di ridare lustro al calcio italiano con un trofeo.

Se la Vecchia Signora si può adesso consentire qualche scivolone in campionato, come a Marassi contro il Genoa, per concentrare meglio le energie nelle sfide europee, il Napoli in campionato deve ancora guardarsi le spalle con Inter e Milan ancora in agguato. È pur vero che tra secondo, terzo e quarto posto non c’è una differenza sostanziale perché tutte centrerebbero la qualificazione alla prossima Champions, ma il piazzamento alle spalle della Juventus deve essere mantenuto per blasone e riscatto rispetto alle previsioni estive, che davano gli azzurri al quinto posto e fuori dalla zona Champions. La Roma, che i partenopei incontreranno alla ripresa del campionato, è distante infatti tredici punti dal secondo posto.

Anche nei campionati europei più importanti alcune situazioni ai vertici della classifica sembrano quasi definitive. Psg e Barcellona in Francia e Spagna dominano senza rivali, più i parigini che hanno 20 punti di vantaggio sul Lilla rispetto agli spagnoli che ne hanno 10 sull’Atletico Madrid. In Germania ed Inghilterra la situazione è ancora competitiva con Bayern e Borussia Dortmund pronte a darsi battaglia fino alla fine e Liverpool e Manchester City separate da due punti (i Citizens hanno una gara in meno).

Chi insegue queste squadre è lontano, un po’ come Napoli, Inter e Milan sono lontane dalla Juventus. Questo fa capire come il secondo posto della squadra di Ancelotti sia tutt’altro che un fallimento. Squadra rivoluzionata nel gioco e nell’assetto tattico, giocatori con un anno in più sulla carta d’identità e tanti infortuni rispetto al passato avrebbero in altri casi potuto determinare un calo di rendimento che la squadra azzurra non ha in sostanza evidenziato.

Non era difficile prevedere che in campionato il Napoli non potesse competere contro una Juventus costruita per tentare l’assalto alla Champions. Coppa Italia a parte, dove può capitare di sbagliare una partita anche se più importante di altre, Meret e compagni hanno onorato un durissimo girone di Champions e raggiunto i quarti di finale di Europa League, dove l’ostacolo Arsenal sarà arduo da superare.

Vincere non è l’unica cosa che conta.

Il risultato rappresenta la giusta ricompensa per un lavoro svolto correttamente, non il metro di giudizio dello stesso. Purtroppo questo a causa di messaggi e slogan fuori luogo sta cadendo sempre di più nell’oblio.

pubblicato il 21 marzo 2019