Un “geniaccio” olandese al PAN Escher il matematico eccellente

Un “geniaccio” olandese al PAN Escher il matematico eccellente

Una delle sale interne del PAN dedicate alla mostra

/ EVENTI IN CITTÀ

Un “geniaccio” olandese al PAN

Escher il matematico eccellente

Maurits Cornelis Escher torna a Napoli attraverso le sue opere con una mostra che sarà visitabile fino al 22 aprile

di Lorenzo Gaudiano

“Ero incredibilmente interessato al paesaggio del Sud Italia, non al paesaggio italiano in generale, alle influenze dei mori come ad esempio quei tetti tondeggianti ed ho trovato tutto questo affascinante”. Il fascino e la meraviglia dei paesaggi del Sud Italia, della Costiera Amalfitana in particolare, ha lasciato una profonda impronta anche in Maurits Cornelis Escher, incisore e grafico olandese che visse tra gli ultimi anni dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Il territorio campano ha dato tanto all’artista: dai bellissimi paesaggi, che hanno fatto da sfondo a gran parte delle sue litografie, all’amore per la svizzera Jetta Umiker, diventata poi sua moglie.

Per questo motivo il Palazzo delle Arti di Napoli ha deciso di ospitare la mostra dedicata al genio olandese, organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con la M.C. Escher Foundation e curata da Mark Veldhuysen e Federico Giudiceandrea con la promozione dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Fino al 22 aprile sarà possibile ammirare una parte dell’immenso panorama di opere di un artista che è rimasto particolarmente affascinato dalle bellezze della nostra terra.

La rassegna ricostruisce l’evoluzione artistica di Escher, a partire dalla sua ispirazione ai canoni dell’Art Nouveau per arrivare alla sua più grande capacità: rappresentare una realtà colta da una prospettiva diversa da quella ordinaria.

“Solo coloro che tentano l’assurdo raggiungeranno l’impossibile”. L’artista olandese ha fatto qualcosa di impossibile con le sue litografie, che offrono una visione del mondo tra l’enigmatico e il paradossale. Le tante prospettive di osservazione nella Relatività e la difficoltà ad individuare il fondo dell’edificio nel Belvedere costituiscono soltanto un esempio della genialità dell’artista, interessato più a sovvertire i principi matematici alla base del reale piuttosto che a colpire esteticamente ed emotivamente l’osservatore.

Secondo questo principio, le figure geometriche possono arrivare persino a trasformarsi in uccelli, come in Giorno e Notte I, oppure in insetti, nella città di Atrani ed in una scacchiera come nella Metamorfosi II, un excursus artistico che rappresenta la ciclicità della vita attraverso un’ipnotica serie di tassellature.

Il prestigio di Escher non è legato esclusivamente ai suoi lavori. La sua influenza, tra l’altro, ha raggiunto gli ambiti più disparati: la musica, i film, i fumetti e i cartoni animati, il mondo della pubblicità, la moda e l’arte contemporanea.

La genialità di quest’artista è senza confini. È motivo d’orgoglio per il territorio campano essere stato fonte d’ispirazione per la creazione artistica di questo fuoriclasse. Per Napoli è un vanto, oggi, metterne in mostra una parte della sua produzione artistica.

Le forme geometriche diventano uccelli in Giorno e Notte I

I pensieri di Escher

“Ecco che le lingue si erano sciolte: ‘Chi siete? Da dove venite? Che cosa fate qui? Dove siete diretti?’ Ci invitarono a bere vino e noi ne bevemmo molto, troppo, il che non poté che migliorare le nostre relazioni

“Non una volta mi diedero una sufficienza in matematica… La cosa buffa è che, a quanto pare, io utilizzo teorie matematiche senza saperlo

pubblicato su Napoli n.3 del 28 novembre 2018

Margherita: la “Regina” delle pizze

Margherita: la “Regina” delle pizze

/ LE TRADIZIONI

Margherita: la “Regina” delle pizze

Raffaele Esposito, il pizzaiolo che la ideò, non pensava che la sua pizza avrebbe ispirato cantanti, attori e registi

di Paola Parisi

Alla parola pizza, nel nostro scenario intellettivo, si apre un universo fatto di sapori, colori, convivialità ed interconnessioni umane.

Questo semplice piatto racchiude in sé tutte queste caratteristiche come una sorta di Madeleine di proustiana memoria, ma è doveroso puntualizzare che la pizza entrata prepotentemente nella storia del mondo è la Margherita. Sì, perché anche se la parola pizza compare per la prima volta nel 997 in un contratto di locazione di un mulino sul fiume Garigliano, dove si evinceva tra i vari obblighi l’annessione di “duodecim pizze” nel giorno di Natale e Pasqua, la paternità della Margherita spetta legittima al pizzaiolo Raffaele Esposito nel 1889 il quale, per omaggiare la Regina d’Italia, coniugò gusto e senso patriottico guarnendo il disco di pasta con mozzarella, pomodori e basilico quali colori rappresentanti l’Italia e la chiamò appunto Margherita.

Questo connubio di emozioni gustative si è esteso in tutte le espressioni artistiche, cominciando dalla musica, celebrandola in canzoni entrate nel cuore e nella storia non solo partenopea ma anche italiana e addirittura internazionale. Da “Ma tu vuliv ‘a pizza” di Aurelio Fierro alla digressione blues di “Fatte na pizza” dell’amatissimo Pino Daniele.

Nemmeno i protagonisti cinematografici sono immuni alla sua fragranza: da Totò in “Miseria e Nobiltà”, dove la parola “pizza” è citata in quasi tutto il primo tempo, a Sofia Loren ne “L’oro di Napoli” dove appunto la pizza è protagonista di un grottesco scandalo di infedeltà coniugale. Procedendo addirittura oltreoceano, la nostra regina della tavola trova degustatori dello spessore di Julia Roberts in “Mangia, prega, ama” e di Woody Allen in “To Rome with Love”, dove il regista battezza la Romantic-pizza e dulcis in fundo Robert Zemeckis nel suo “Ritorno al futuro II”.

Modi di dire: “Che Pizza”

Questo piatto, che ha conquistato tutto il mondo, non trova un riscontro benevolo nello slang italiano, in quanto spesso e volentieri ci si ritrova ad usarlo come aggettivo poco edificante nell’illustrare situazioni pesanti o persone barbose, prolisse e noiose. C’è  tutto un mondo dietro all’espressione ”che pizza!”.

pubblicato su Napoli n.3 del 28 novembre 2018

Anima e coraggio … i vostri sogni possono diventare realtà!

Anima e coraggio … i vostri sogni possono diventare realtà!

/ PROFILI

Anima e coraggio …

i  vostri sogni possono diventare realtà!

Lorenzo Marone

ha trovato nella scrittura la sua realizzazione.

Oggi augura a tutti di fare quello che desiderano davvero nella vita

di Marina Topa

La storia di Lorenzo Marone, incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo libro Cara Napoli, apre il cuore alla speranza perché testimonia che, pur tenendo conto degli aspetti materiali della vita, si deve avere il coraggio di dare una chance ai propri sogni perché possano concretizzarsi. Dopo circa dieci anni di professione forense, presa coscienza che quella non era per lui un’attività gratificante, Marone ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco, cambiando lavoro e aprendo il suo cassetto dei sogni: lì c’erano scritti che attendevano da tanto tempo! Uno dietro l’altro sono nati così vari libri, il riconoscimento di numerosi premi letterari e addirittura la sua opera La tentazione di essere felici ha dato spunto al film La tenerezza di Gianni Amelio.

Quanto coraggio c’è voluto per abbandonare la carriera forense e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura?

«Diciamo che la cosa è andata in maniera meno romantica di quanto si possa pensare, nel senso che non ho abbandonato l’avvocatura per diventare nell’immediato uno scrittore. Ho lasciato la mia vecchia professione perché, dopo diversi anni, ho capito che quella non era la mia strada e sentivo la necessità di trovarne una nuova. In questo modo, poi, ho avuto modo di recuperare la mia passione per la scrittura, che avevo già da ragazzino, e quindi in un certo qual modo quel mio momento di “lucida follia” nel quale ho abbandonato la carriera forense mi ha permesso di dedicarmi a tempo pieno a quest’attività, che è diventata la mia attuale professione grazie ad una lunga gavetta, considerando che il romanzo che mi ha cambiato la vita (La tentazione di essere felici) è arrivato dopo cinque anni».

Un aspetto di Napoli che ami particolarmente ed una cosa della città che invece, se potessi, cambieresti?

«Una cosa che amo è sicuramente, come la chiamo io, la sua “cultura del vivere”, il suo modo di approcciare alla vita, scanzonato e leggero ma solo tra virgolette, cioè quel saper far fronte alle “mazzate” che arrivano con una semplice alzata di spalle e con tanta ironia. La capacità che noi napoletani abbiamo di interloquire e di empatizzare con gli altri è un qualcosa di cui ci si rende conto soprattutto quando ci si allontana da Napoli. Io, che sono spesso in giro anche al Nord, noto come il nostro modo di rapportarci agli altri difficilmente si trovi altrove e quando sei fuori ti manca. Una cosa che cambierei, invece, è il modo che a volte abbiamo di essere un po’ menefreghisti, indolenti, in alcuni casi con scarsa coscienza civica. È una cosa che magari ammettiamo solo tra noi, però è così».

Qual è la marcia in più che Napoli può dare all’Italia?

«Probabilmente è proprio la capacità di affrontare le cose di cui parlavo prima, il modo che ha Napoli di essere accogliente, in un momento in cui in Italia l’accoglienza non è più scontata. Il messaggio positivo che da Napoli può arrivare al resto del Paese è la nostra attitudine ad accogliere, a saperci stringere, a “fare un posto in più a tavola”».

Un personaggio in particolare della storia di Napoli a cui sei legato.

«Ce ne sono tanti, ma se devo sceglierne uno in particolare sicuramente Massimo Troisi. Per quelli della mia generazione, cresciuti negli anni ’80, è stato come uno zio, quasi un fratello maggiore, oltre ad essere stato ovviamente un genio assoluto. Massimo è riuscito a parlare di Napoli senza parlarne, con il suo garbo, la sua ironia, la sua educazione e con la voglia di dire la sua e di far vedere le cose attraverso il suo sguardo, senza tuttavia mai avere la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno».

Come convinceresti un giovane a provare a costruirsi qui il proprio futuro e quali sono secondo te le prospettive a breve della nostra città?

«Le prospettive a breve sono difficili da valutare. Io dico sempre che Napoli cambia per non cambiare mai. L’ultimo romanzo che ho scritto è incentrato sulla figura di Giancarlo Siani ed è uscito quando su tutti i giornali impazzava l’argomento “baby gang”; l’ultimo articolo scritto dal giornalista napoletano, più di trent’anni fa, parlava proprio di questo fenomeno. Napoli è una città che ha i suoi problemi e sicuramente rispetto agli anni ’80 è una città migliorata, ma che dovrebbe imparare a convivere con questi suoi mali, senza dimenticare che dovrebbero senza dubbio essere risolti dall’alto. È complesso anche immaginare cosa poter dire ad un ragazzo napoletano per convincerlo a restare in questa terra. È chiaro che molti di quelli che partono lo fanno per necessità, ma è anche vero che poi molti di quelli che in seguito ne hanno la possibilità ritornano. È difficile capire quanta Napoli si ha dentro vivendo in questa città, perché spesso i lati positivi non riusciamo ad avvertirli a fondo, salvo poi, quando ci si allontana da casa, notarli maggiormente sentendone la mancanza. Ovviamente, però, mi rendo conto che questa non è una terra facile, soprattutto per i ragazzi».

Cosa prova uno scrittore nel vedere una sua opera tramutata in un film?

«È sicuramente una sensazione molto bella, anche se il regista ha cambiato tanto rispetto al mio romanzo, quindi alla fine è un film che non sento molto mio. Certo, c’è Renato Carpentieri che è bravissimo e somigliantissimo al “mio” Cesare Nunziata, però come sempre accade in questi casi la pellicola segue una sua strada rispetto al libro. È ovvio, in ogni caso, che il fatto che un mio romanzo sia stato riproposto sul grande schermo da un maestro come Gianni Amelio è un qualcosa di estremamente gratificante e che mi ha cambiato la vita».

Un giudizio sul Napoli di Ancelotti. Sei più Ancelottiano o Sarrista?

«Io non condivido il “contrasto a tutti i costi” che sta caratterizzando la tifoseria napoletana, all’interno della quale sembra che ci si debba per forza schierare da una parte o dall’altra. Credo che una maggiore unità di intenti non potrebbe che fare bene. Ad ogni modo Ancelotti sta dimostrando tutto il suo valore ed il suo Napoli è meraviglioso».

A livello ideale, preferiresti Scudetto o Champions?

«Scudetto senza dubbio. Vincere qualcosa in cui si è in competizione diretta con la Juventus sarebbe il massimo».

E speriamo che il massimo per i nostri lettori sia avere il coraggio di aprire il proprio cassetto dei sogni, tirarne almeno uno, magari il più semplice da realizzare, ed impegnarsi a farlo giusto per trovare il carico di energie necessario per far fronte alle inevitabili “mazzate della vita” con “positiva napoletanità” … e c’è un sogno a caso, in campo calcistico, che a fine stagione di sicuro non spiacerebbe a nessuno!

I pensieri di Lorenzo Marone

“La vita è fatta di pochi momenti importanti che, spesso, nemmeno riusciamo a scorgere mentre li viviamo. Loro ci seguono sempre un passo indietro e quando ti volti è già tutto fatto, irrimediabilmente compromesso, nel bene o nel male

“Non partite solo per fuggire e non restate solo perché non avete il coraggio di prendere nuove strade. Siate sempre aperti ai cambiamenti, scegliete un obiettivo e puntatelo, però sappiate che se pò semp’ fallì, che ca nisciuno è perfetto. E non smettete mai di essere curiosi, pecché ’a curiosità è ’na forma ’e coraggio

pubblicato su Napoli n.3 del 28 novembre 2018

L’importanza della Champions

L’importanza della Champions

/ L’EDITORIALE

L’importanza della Champions

La scalata del Napoli di De Laurentiis

e Mertens entra ne Gli Alunni del Sole

di Giovanni Gaudiano

Gabriel Hanot, calciatore e giornalista francese

Quanto vale una Champions? Anzi, cosa significa per una società come il Napoli? Ai tempi de Gli Alunni del Sole non esisteva ancora la manifestazione fortemente voluta da Gabriel Hanot, appoggiato sin dall’inizio dallo spagnolo Santiago Bernabeu e dall’ungherese Gustav Sebes. I tre possono, a giusta ragione, essere definiti come i padri della competizione che sino ad un certo punto è stata denominata Coppa dei Campioni. Don Federico Sorice, il bidello degli “Alunni”, avrebbe sicuramente paragonato Hanot a Giove per la sua determinazione, per la sua testardaggine e per la sua capacità organizzativa.

La manifestazione ebbe grande successo sin dalla prima edizione, mostrando all’Uefa, che aveva molto titubato, ed alla Fifa, che si guardò bene dal prendere una posizione netta, che l’idea non solo era buona ma che il mondo del calcio europeo aveva bisogno di una competizione di prestigio riservata ai club. Siamo partiti apparentemente da lontano ma il discorso è invece davvero molto attuale. La scalata del Napoli di De Laurentiis in Italia ed in Europa (gli azzurri, infatti, occupano stabilmente da tempo una posizione entro il ventesimo posto del ranking Uefa) significa soprattutto che la dimensione della società e della squadra è di rilievo, che gli investimenti fatti, il lavoro del presidente e dei suoi collaboratori e quello svolto sul campo dagli allenatori che si sono succeduti e dai tanti giocatori che hanno vestito la maglia azzurra sono stati sino ad ora quelli giusti.

Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis

La Champions vale molto, anzi moltissimo e non solo in termini puramente economici. Essere tra le squadre inserite nei gironi significa: visibilità, sponsor di rilievo pronti ad investire, crescita nei fatturati, incremento del valore della rosa e soprattutto disponibilità dei calciatori più importanti ad accettare di giocare nel Napoli. A volte si usa il termine mercenario per definire questo o quel giocatore che accetta, rifiuta o fa di tutto per farsi cedere. È fuori tempo. Anche a parità di stipendio, perché questo o quel campione dovrebbe arrivare a Napoli in una squadra che magari non partecipa alle competizioni europee e non rappresenta quindi un’importante vetrina? Certo ci sono stati casi in cui alcuni dinieghi, con il Napoli già in Champions, sono stati dettati da pregiudizi, campagne stampa sfavorevoli alla città, luoghi comuni ma questo è lo scotto che paga una città che già nel proprio paese subisce offese, partendo dagli spalti dei campi da gioco di quasi tutta Italia.

Oggi, però, anzi da qualche anno, la tendenza sembra essersi invertita. Le dichiarazioni di Mertens, che continua a parlare della nostra città in termini entusiastici, le radici di Hamsik, che sembrano ogni anno più solide, le rinunzie di Albiol e Callejon a ritornare nella tanto e giustamente amata Spagna e le recenti spiegazioni di Verdi sul mancato arrivo nello scorso gennaio chiariscono come la situazione si sia totalmente invertita. Senza dimenticare i recenti e lusinghieri pensieri dedicati da Ancelotti alla città durante la presentazione di un libro alla Feltrinelli.

La Champions per il Napoli in questo caso ha significato tanto. Gli azzurri in questi anni hanno iscritto il proprio nome al posto di Milan e Inter che la manifestazione l’hanno vinta, scrivendo pagine di storia. Ora con Ancelotti si spera di poter battere anche quell’avverso destino che sembra accompagnare l’evento dei sorteggi. Il Napoli può farlo, può riuscire a migliorare le proprie prestazioni in Europa. E così qualcuno potrà riscrivere aggiornandola, senza che Marotta se ne abbia a male, qualche pagina degli “Alunni”, inserendo magari Ciro-Dries Mertens nelle vesti di pizzaiolo, pronto a sfornare la fragrante margherita per tutti i suoi compagni di squadra, allenatore compreso.

pubblicato su Napoli n.2 del 06 novembre 2018

Massimiliano Gallo: il palcoscenico è la seconda casa

Massimiliano Gallo: il palcoscenico è la seconda casa

/ L’INTERVISTA

Massimiliano Gallo

il palcoscenico è la seconda casa

A 5 anni già in scena.

Il suo mito è Robert De Niro.

La televisione di qualità con le fiction ambientate nella sua amata Napoli

di Giovanni Gaudiano

Il teatro, il cinema, la musica e poi tanti artisti in casa e tanti amici e conoscenti che hanno fatto parte della sua vita, della sua famiglia: cosa altro poteva fare Massimiliano Gallo se non dedicare il suo tempo al mondo dello spettacolo? La domanda, oggi, appare pleonastica, visti i risultati che hanno superato la vocazione del predestinato. Massimiliano Gallo a cinquant’anni è un attore capace di muoversi a suo agio sulle tavole del palcoscenico e davanti ad una cinepresa, cambiando pelle se necessario e ricoprendo ruoli sempre diversi affrontati con la giusta concentrazione e con la capacità di calarsi nel personaggio senza patemi e senza la superficialità del mestierante.

Il racconto di se stesso parte dalla curiosità di sapere cosa Massimiliano preferisca: il teatro o il cinema?

«A teatro mi sento a casa, lo frequento da quando ero piccolo. Il cinema, adesso, mi interessa molto, soprattutto come esperienza lavorativa per il percorso psicologico che fa il personaggio che vado ad interpretare. Mentre a teatro il personaggio, comunque, ha un excursus temporale preciso, per cui nasce e muore nello spettacolo, quando vai a girare per il cinema la precedenza viene data alle location per cui, se giri alla Prefettura, girerai tutte le scene previste in quel luogo nei giorni prestabiliti e può succedere magari che dovrai girare la scena finale al primo giorno di lavorazione. Questa diversa temporalità ti obbliga a fare un percorso tuo, psicologico, di grande concentrazione, di capacità di immedesimazione per comprendere come devi arrivare a girare quella scena. In sostanza è come se nella tua testa avessi già girato tutto il film e quindi ogni volta devi agganciare la scena a quella precedente che magari di fatto devi ancora affrontare».

È possibile che la cosa sia ancora più complessa nelle serie televisive?

«Sì, le scene vengono girate indipendentemente dalla puntata, con le storie che si intrecciano e magari ti capita di chiedere alla segretaria di redazione: “Ma questo che appare in questa scena lo abbiamo già arrestato? E come è successo? Magari dopo una rissa, ed allora come devi presentarti sulla scena che viene dopo tale evento?” È bello e interessante ma presenta alcune difficoltà nell’elaborazione di una giusta interpretazione delle varie scene».

Come si diventa attore, quando scatta la molla che ti fa capire che quella sarà la tua professione?

«Per me è stato facile, nel senso che il mio retaggio familiare mi ha aiutato in questo. A cinque anni mia madre (l’attrice Bianca Maria Varriale), che organizzava spettacolini riservati ai bambini, pensò di coinvolgermi. Poi dopo ho continuato a seguirla nel suo impegno con la Compagnia dei Piccoli perché la cosa mi piaceva. Ed ora eccomi qua».

Sfiorando la vita familiare, ci sarebbero tante cose da raccontare, quale è stato il rapporto con il grande Nunzio Gallo, tuo padre?

«Io ho le stesse pecche di mio padre, mi sono separato tre anni fa, mia figlia vive a Roma e la vedo non tutte le volte che vorrei. Proprio per questo sono l’ultimo che può giudicare, però mio padre qualitativamente io lo ricordo come un genitore che ci ha sempre dato tanto, direi tutto. Abbiamo avuto una vita bellissima, spensierata, con un tenore economico di buon livello grazie al suo modo intenso di lavorare. Nonostante questo è stato un padre amorevole, presente nelle occasioni importanti e molto partecipativo nella nostra vita. Poi io e mio fratello Gianfranco abbiamo avuto il privilegio di poter vivere il nostro rapporto con papà da colleghi. Lui ci ha insegnato, insieme a mia madre, il rispetto quasi sacrale per questo lavoro. Per me il lavoro dell’artista è come quello abbracciato dalle famiglie dei circensi, che non conoscono soste anche quando sarebbero comprensibili».

Tornando a parlare di teatro, come si passa dall’interpretazione classica di Eduardo a quella recente rivisitata da Mario Martone?

«Io credo che tutti i grandi autori siano universali e quindi non hanno né tempo, né mode, né nazionalità. Poi nel caso di Eduardo le dinamiche del suo teatro sono, praticamente sempre, orientate attorno alla famiglia. Fa leggermente eccezione proprio il Sindaco del Rione Sanità, anche se il tema di fondo è incentrato sui difficili rapporti tra padre e figlio. Io ho avuto il piacere di fare con Carlo Giuffrè prima Non ti pago e poi Natale in casa Cupiell”, l’edizione considerata storica perché andava in scena per la prima volta senza Eduardo, dove io facevo Nennillo. Quell’edizione incassò tantissimo, facemmo 500 repliche, fu premiata dall’Agis. La bellezza di Eduardo, però, risiede nella sua potenza di drammaturgo. Nell’operazione che ne ha fatto Mario Martone, attualizzandola, capisci che il testo ha una sua forza, una sua drammaticità ed una sua verità che ti consente di modificare il contesto storico senza che cambi nulla».

Passando al cinema, una curiosità, è vero che il tuo mito cinematografico è Robert De Niro? Se sì, perché?

«Sì, è vero. Sono cresciuto con i suoi film. Avendo l’idea di fare l’attore, cerchi un modello e per me De Niro rappresenta un pezzo di storia del cinema. Ho consumato Taxi Driver come Il Cacciatore, anche Gli Intoccabili per non parlare di C’era una volta in America, che per me rimane uno dei film più belli in assoluto. De Niro è uno che fa l’attore come piace a me. Lui sembra scomparire al cospetto del personaggio che interpreta, si cala completamente, poi lo devi scoprire nelle pieghe della sua interpretazione. Per me quello è l’attore».

Visto che parliamo di interpretazioni, penso alla tua in Nato a Casal di Principe, rivedendoti cosa ti senti di dire?

«È stato per me un personaggio difficile a cui tengo molto. Pensa, abbiamo girato nella casa di questa famiglia tanto colpita. Quando si raccontano queste storie, nei più c’è la convinzione che una persona che sparisce c’entra con chi la fa sparire, mentre nel caso specifico la storia è davvero assurda ed incomprensibile. Al punto che un pentito dopo 25 anni ha parlato dell’episodio, senza saper dire perché fosse accaduto né dove avessero nascosto il corpo».

Passiamo alla televisione, esiste per te una preferenza tra il vice questore Palma dei Bastardi e Carmine Gargiulo di Sirene?

«Io sono difficilmente collocabile, spesso mi accorgo che molti mi hanno visto nei film quasi senza riconoscermi. È una cosa questa che mi piace molto. Non credo ai generi, neanche nella musica. Io penso che o si è un buon attore o viceversa. A me piace pensare di fare il mio lavoro con lo stesso entusiasmo, con la stessa serietà ogni volta che mi scelgono per un personaggio. Ovviamente dopo finisco per affezionarmi ai personaggi che interpreto. Nel caso di Sirene Ivan Cotroneo ha scritto il mio personaggio, tarandolo su di me. Poi ho goduto nell’interpretazione di tanta libertà, cantavo anche, e mi sono divertito tanto. In fondo nel privato sono più commedia, anche se sono abbastanza solitario, non sono un festaiolo, però sono uno di compagnia quando sto con gli amici. Al vice questore Palma, invece, mi sto affezionando molto, soprattutto quando mi rivedo. Mi piace, lo trovo un dirigente aderente alla realtà al punto che, quando sono stato invitato alla festa della Polizia, la cosa mi è stata confermata dallo stesso Questore. Palma è un uomo di stato che si trova a metà tra il Pm ed il Questore, tenuto in alcuni casi a fare la paternale alla squadra anche se il fine è quello di proteggerla. Ne I Bastardi non ci sono vincenti, ma c’è il mondo di tutti i giorni. Non interpretiamo dei superpoliziotti e la gente lo apprezza, perché le vicende di ognuno sono quelle che toccano tutti».

Ne I Bastardi di Pizzofalcone il tuo rapporto con Ottavia ha le sue complicanze, hai parlato della tua separazione, ma oggi nella tua vita c’è una persona con la quale dividi le gioie ed i dolori di tutti i giorni?

«Con Shalana abbiamo ricostruito le nostre vite, uscendo da rapporti importanti e duraturi. Ora stiamo vivendo felicemente questo nostro rapporto. Condividiamo lo stesso lavoro e questo ci aiuta in un certo senso a capirci maggiormente».

Adesso tocca alla città. Di recente Napoli è stata definita una città in evoluzione, tu come la vedi?

«Napoli secondo me ha un valore aggiunto rispetto a tutte le altre metropoli, che è quello dell’umanità. Questo valore non è considerato nelle classifiche ma è un errore. Oltre alla bellezza della città, quindi, c’è il valore rappresentato dalle persone che ci vivono, che hanno un senso di comunanza particolare; inoltre Napoli è una città per certi versi modernissima e per altri antica ma, a differenza di altre metropoli, ha un’identità precisa, forte, difficile da trovare in altre grandi città. La nostra città, possiamo dirlo, è unica: o la capisci per come è oppure meglio lasciar stare. Penso anche che Napoli sia l’unica città italiana che abbia saputo reagire a questa realtà di degrado sociale e culturale che si è abbattuta sul nostro paese negli ultimi vent’anni. Dalla nostra città vengono fuori di continuo talenti in tutti campi, che dimostrano la vitalità di un tessuto culturale che neanche la malavita è riuscita ad annientare. È chiaro che nessuno voglia sottovalutare i problemi che ci sono ed in questo senso mi sento di fare un piccolo appunto al Sindaco, che potrebbe adoperarsi per una maggiore cura; in particolar modo sarebbe giusto garantire la sicurezza e la migliore fruibilità di tutto il centro storico».

Concludiamo questa chiacchierata parlando della squadra di questa città, cosa rappresenta per Massimiliano Gallo la maglia azzurra e cosa ne pensi dell’arrivo di Ancelotti al Napoli?

«È una malattia dalla quale vorrei disintossicarmi ma mi rendo conto che è impossibile. Pensa che l’anno scorso stavamo facendo lo spettacolo con Mario Martone ed abbiamo visto Juve – Napoli assieme. Abbiamo fatto lo spettacolo nello spettacolo: qualcuno è svenuto, qualcuno urlava nella gioia generale. Poi dopo Inter – Juventus leggo su Twitter una dichiarazione di Buffon, era la sua pagina ma non me ero accorto,  che definiva la vittoria meritata. Rispondo scrivendo “ladroni” e così mi sono arrivate 2000 minacce di vario genere da parte dei tifosi juventini, che mi rimproveravano di essere un attore e che quindi non dovevo fomentare la piazza, ingiungendomi addirittura di chiedere scusa al loro capitano. Allora rispondo che non avrei mai chiesto scusa a nessuno, perché il loro capitano non rappresenta per me un simbolo di legalità e sportività. Le minacce sono proseguite per mesi. Passando ad Ancelotti, io ero malato del comandante Sarri, al quale rimprovero solo il mancato utilizzo della panchina in determinate occasioni, ora con Ancelotti trovo che ci sia stata una rivoluzione nella gestione, che mi pare di una bellezza che potrei paragonare solo a quella del calcio di Sarri. Quello che l’attuale allenatore riesce a fare è il cambiamento con criterio, mantenendo ferme le caratteristiche di gioco della squadra. Ancelotti ha un grande aplomb e lo si vede anche quando risponde alle interviste, come ha fatto per esempio a Torino dopo la sconfitta. Non cerca alibi né per lui né per i giocatori, non parla di fatturati, non si lamenta del calendario né degli orari di gioco. Nel calcio conta un po’ tutto ma poi in campo ci vanno degli uomini che possono sempre sovvertire i pronostici».

Cosa ne pensi del presidente e cosa preferiresti che il Napoli vincesse: campionato o coppa?

«Preferisco vincere lo Scudetto, anche perché agguantare la Champions mi pare un’idea folle ed evito di pensarci. Per quanto riguarda De Laurentiis, da tifoso non ho nulla da eccepire sul suo operato. Il Napoli è da tempo sempre nelle prime posizioni e partecipa con costanza alle competizioni internazionali. Certo sarei ancora più contento se si vincesse ed in qualche occasione magari, se si fosse fatto un piccolo sforzo a gennaio, il Napoli forse ce l’avrebbe fatta».

Ora l’ultimissima, la classica domanda della torre, chi sacrificheresti tra Higuain e Cavani?

«Mi terrei tutta la vita Cavani e butterei giù Higuain, magari anche in malo modo. L’argentino mi ha deluso come uomo. Nella vita si può fare di tutto ma il modo è importante. Ritengo che Higuain non abbia grandi valori a cui fare riferimento».

 

pubblicato su Napoli n.2 del 06 novembre 2018